#sonoproblemi ep.2: Chi l'ha visto?

Guardavo fuori dal finestrino senza farmi troppe domande, viaggiavamo lungo l’A1 dopo una mattinata passata dentro l’IKEA, fra un caffè svedese e un tagliere LAMPLIG. Guardavo fuori dal finestrino e ad un certo punto è partita “Gelosia / è come una pazzia / cresce come un’idea / non ti fa più dormire” di un gruppo italiano di cui neanche ricordo il nome, e all’improvviso mi è entrata la tristezza nel cuore.
Ma quei cantantucoli italiani da un cd e via, quelli affetti da una strana forma di meteorismo (nel senso che sono diventate “meteore”, non per altro), che fine hanno fatto?
Luca Di Risio, Valeria Rossi, quello del “Linguaggio della resa”, il pupillo della Maionchi che aveva vinto Sanremo Giovani dopo XFactor? E Povia (anche se quello all’80% salta fuori a Febbraio, puntuale per il Festival), Meneguzzi, Paola e Chiara?

Mi rivolgo a te, signora Sciarelli, e a te, Salvo Sottile che conduci “Quarto grado”: chiedete ai vostri direttori di rete se possono dedicare una puntata intera a questi casi disperati.
Basta occuparsi del caso Scazzi e di zio Michele, ci sono tante persone scomparse là fuori che stanno gridando aiuto, che sicuramente sono svanite nel nulla in circostanze molto sospette. Meneguzzi l’hanno visto l’ultima volta vicino a Lugano con una signora impellicciata mentre entravano nell’appartamento di Lele Mora; Povia ha firmato un contratto l’anno scorso con una ditta che pubblicizza prodotti per capelli e da allora gli amici più cari non hanno più sue notizie..
E poi il caso eclatante, Paola e Chiara: sembravano il ritratto della salute e poi sono scomparse, più o meno a ridosso dell’uscita del loro singolo Kamasutra.

Cari cantantucoli affetti da meteorismo, se ci siete fatevi sentire.
Il mondo ha ancora bisogno di voi. Siete i padri della musica italiana, il pubblico ha ancora tanto amore da darvi.
E’ un periodo di crisi, lo è per tutti, ma lo sapete, ci vuole calma e sangue freddo, uoioio uoioioh.

#sonoproblemi Ep.1: autunno, XFACTOR e pomodori.

In questi ultimi soffi d’estate, è facile essere assaliti dalla malinconia.
Un mese fa – solo un mese fa – eravamo sdraiati sul lettino, l’acqua del mare ci bagnava appena appena i piedi durante la nostra passeggiata quotidiana per raccogliere le conchiglie. La calura la sentivamo soltanto quando facevamo ritorno nei nostri appartamenti grigi, adesso invece sono già due giorni che cerchiamo di ricordarci dove abbiamo messo la trapunta. (Io la troverò fra un paio di settimane, quando ci sarà già bisogno del piumone; ovviamente, non troverò nemmeno quello).

Un mese fa –  e invece ora siamo a fine settembre. Questo è il problema più grande che affligge la popolazione in questo momento.
Anche i sondaggi di Mentana del lunedì lo evidenziano: gli italiani non vogliono più andare a votare, e allo stesso tempo sono preoccupati per l’arrivo dell’autunno. Altro che lo spread, la rata dell’IMU, la Polverini, Fiorito e gli speciali di Porta a Porta.. La crisi vera è l’autunno.

Io, nel mio piccolo, vorrei invece sottolinearvi due o tre cose. Prima di tutto, il fatto che ieri sera è incominciato XFACTOR 6 (i provini, quanto meno) e che quindi il mondo si divide in possessori di SKY e barboni, che a loro volta si raggruppano in barboni doc e barboni che si autoinvitano a casa di amici possessori di SKY. Scroccando anche magari una cena.
(A tal proposito, si veda il mio elenco pro-campagna FAME SENZA SBATTI: questo potrebbe essere l’undicesimo punto).
Secondo: il prezzo della benzina, il problema di sempre e per sempre. Magari prima che nevichi possiamo prendere la bicicletta almeno una volta.. Ma tanto, si sa, ci ricorderemo di usarla sicuramente il giorno in cui ci sarà una bufera di neve, le faremo fare il giro dal garage al cancello, e poi la rimetteremo dentro.
“Nevica, ma cosa sto facendo, userò la macchina”.

E terzo: ci sono anche da voi i camion a rimorchio pieni di pomodori?
Qui da me è tutta estate che vanno avanti e indietro dalle campagne alla fabbrica; quelli che creano su ogni strada statale l’ingorgo, quelli che a volte sono trainati da degli zio Michele sul trattore.. Quando imboccano una curva o quando superano una rotonda, si dimenticano di quando la loro prof di fisica ripeteva il peso del liquido spostato è pari al peso di […] Archimede […] nella tinozza e tutte quelle cose lì e vanno avanti per la loro strada.
Ecco. Avete presente quanti kg di pomodori si perdano sulle strade italiane? Sapete quanti grappoli vengono schiacciati sull’asfalto dalle macchine che, in ogni caso, si ritrovano a doverci passar sopra? E quindi quanti barattoli in meno di ragù Barilla abbiamo? Quanti centesimi, o quanti centesimi di centesimi in meno potrebbe costare la passata? Quanta pizza in più si potrebbe fare?!

Pensateci. Sono problemi.

(PS: volete un po’ di spaghetti pomodoro e basilico? Li ho appena fatti, il sugo è col pomodoro fresco…)

Settembre: quando il telecomando fa da calendario.

Stasera mi sono resa conto che è proprio ricominciato l’inverno.
Ma sì, perché ormai non siamo neanche più abituati a dire “autunno”: almeno dove abito io, o fa caldo (e fa tremendamente caldo) o fa freddo. E fa tremendamente freddo, la mattina, quando ci dimentichiamo il golfino e stiamo fuori con le maniche corte perché tanto siamo ai primi di settembre cosa vuoi mai?, che vorremmo metterci su il Woolrich e quasi quasi accendere pure il caminetto. Piove, e mettiamo via le infradito e la borsa della spiaggia. Riponiamo sull’attaccapanni all’ingresso lo spolverino, quello che a marzo fa tanto primavera ma che adesso fa soltanto tristezza.
Le scuole iniziano il 17, quindi ancora niente panico da traffico delle otto meno un quarto. Che a pensarci bene è positivo: la mattina riesco ad essere in ufficio comunque  in ritardo, ma con un ritardo accettabile.
Le ragazze iniziano a coprirsi, soprattutto quelle bruttine, e quelle che in questi mesi si sono ostinate a vestirsi con gli shorts lunghezza mutanda. Io voglio continuare a credere che li abbiano tirati fuori per sbaglio dal cassetto dei pigiami.
Gli uomini, dal canto loro, stanno per mettere nell’armadio tutte quelle camicie “da barca” con fantasie imbarazzanti, quei maglioncini traforati messi sulle spalle che fan molto film di Vanzina. Smetteranno di fare su e giù per il lungomare, quello stesso lungomare che han visto per decide d’anni, ciabattando con i mocassini ai piedi – riponete anche quelli, ve lo dico col cuore.

Il vero motivo per cui dico che è incominciato l’inverno però è un altro.
La scorsa settimana mentre preparavo il pranzo facendo zapping ho beccato una replica dei Cesaroni: niente di nuovo, perché è tutta estate che non danno mai letteralmente niente di nuovo. Pare che anche Don Matteo si sia rifiutato di investigare per l’ottavo anno consecutivo sul caso della signora morta dietro alla sua chiesa.
In questi giorni invece è ricominciato proprio tutto: Forum, La prova del cuoco, Mattino Cinque e Pomeriggio Cinque. Tutta salute, insomma.
Non ho avuto ancora il piacere di rivedere in tv la mia amica Barbara (salutiamo Barbara D’Urso che ci sta seguendo, ciao Barbara!) ma so per certo che la macchina del palinsesto si è messa in moto senza intoppi. La7 ha fatto i suoi spot per ingolosire tutti gli spettatori con la sua nuova campagna acquisti, manco fossimo al calciomercato.. E, a proposito, ghe da guardè ancura il fulbal?, ora che è ricominciata la Serie A tutte le domeniche sono monopolizzate, e chissenefrega se la nonna vuole vedere il giornale radio o Pippo Baudo.

Quando ero piccola il segnale che dovevo tornare a scuola di lì a poco non era, come sarebbe prevedibile, un calendario o il chiedere alla mamma “quanto manca?”, ma Miss Italia alla televisione.
Ora che sono grande, non ho perso l’abitudine di regolare il mio orologio biologico con la tv, e stasera ne ho avuto la prova. Guardarla camminare su e giù mi ha fatto piombare dritta dritta nell’inverno. La malinconia da “ritorno a scuola”, ebbene sì, mi è venuta con C’è posta per te.

Perché vi dico questo, vi chiederete. Semplice: questo Natale se siete a corto di idee regalo, optate per un calendario da parete, o per un orologio con la data sul display. Ne ho bisogno.

"Bè, dai, alla fine l'hai visto San Pietro!"

Uscite dal negozio in cui siete entrati per comprare il regalo alla vostra fidanzata, uscite. Quest’anno fatevi furbi e regalatele, invece della macchina fotografica o di una borsa firmata, un’esperienza.

Due settimane fa era il mio compleanno; pochi regali per me, quest’anno, pochi ma pensati.
Il mio amorevolissimo fidanzato, contro ogni previsione (io ero già mentalmente pronta per un concerto..), mi ha regalato un mini-soggiorno a Roma. Io l’ho saputo una decina di ore prima di partire: mi aspettavo di dover stare – ancora! – sdraiata sulla spiaggia fino alla fine della settimana, a sudare per arrivare ad avere un colorito appena appena ambrato e a scansare le meduse nel mare, per poi fare ritorno nella nostra afosa cittadina emiliana.. E invece.

Non è esatto dire che siamo stati a Roma. Per me, che sono del nord e non distinguo quasi il Lazio dall’Umbria, andrebbe bene, ma per dovere di cronaca bisogna puntualizzare: siamo stati principalmente a Tivoli. La meta è stata una scelta obbligata: abbiamo raggiunto una mia amica (che qui chiameremo Margherita) per una intensa duegiorni – tanto intensa che mi sembra di essere stata via una settimana.

All’inizio sembrava di stare dentro un film: tutti quelli che parlavano per la strada (a voce incredibilmente alta, ma siete tutti un po’ sordi lì?) mi sembravano Ricky Memphis. Poi ho capito: il tiburtino, da leggersi con due b, è diverso per molti tratti dalla parlata che ho sentito per esempio a Trastevere.

Di Tivoli città ci sono tre cose da tenere bene in considerazione: il briciolino di arietta che tira in più rispetto alla capitale (e in questi giorni, ve lo garantisco, ogni foglia che si muove fa la differenza), Villa d’Este con le sue cento fontane e La Panoramica, ovvero una terrazza che domina tutta la pianura sottostante.
Ah, e anche che nel palazzo della nonna di Margherita abitava Little Tony.

– Ma allora voi avete il tramonto su Roma, ogni giorno?! – ha chiesto subito il mio moroso. E’ fissato con i tramonti.
– Sì – ha risposto svogliata Margherita. – Ormai non ci facciamo neanche più caso.
– Siete pazzi.

Della duegiorni dal mio punto di vista, invece, c’è molto di più da raccontare.
Lui è rimasto estasiato dall’arco di Pomodoro che si erge dal centro della piazza (“Ma prima c’era un albero”, mi hanno spiegato, “io lo preferivo prima, almeno faceva ombra”) e dai cartelloni bianchi affissi per le strade con le partecipazioni di morte. Noi li abbiamo abbandonati decenni fa.

Ci ha colpito il frigorifero di Margherita, con un cassetto per le bevande, il suo letto giapponese e il murales di Valentina di Crepax sulla parete.
Ci ha colpito il fatto che un posto così non venga sfruttato per qualche bel concerto.
– Come no? C’è stato Califano, a Luglio.
Appunto.

Ci ha colpito il suo spruzzino per l’aceto (una boccetta spray) e gli attrezzi per la fonduta magistralmente trasformati in forchettine per la frutta. Ci ha stupito incontrare il sosia di Mannarino durante l’aperitivo, la somiglianza è quasi imbarazzante. Siamo rimasti a bocca aperta quando ci hanno raccontato della loro tradizionale colazione di Pasqua, in cui si mangia la pizza cresciuta e la pizza sbattuta, e poi il salame con il cioccolato.
– Il salame di cioccolato, vorrai dire, quello con i biscotti secchi.. buono!
– No no, il salame con il cioccolato.

Ieri l’altro ci siamo spinti oltre confine fino a Roma, chiedendo indicazioni ad ogni autista di autobus che incontravamo, i più gentili di tutta la città. D’altronde saranno abituati: come fate a districarvi tra tutte quelle linee di tram e di pullman? Qui ne abbiamo solo una ventina e io faccio ancora confusione tra il 16 e il 17.
Siamo arrivati fino al MAXXI, il nuovo museo delle arti del XXI secolo, e siamo usciti due ore dopo un po’ delusi: in pratica c’erano modellini di architettura, modellini di architettura, e ancora modellini di architettura.
Abbiamo fatto due passi per il centro di Roma, da Piazza del Popolo a Piazza di Spagna, rimanendo di sasso davanti a tutti i giapponesi che si portavano appresso borse di Chanel, Gucci, Hermes, borse strabordanti di roba. E poi siamo andati a Trastevere, fra le bancarelle: ho riconosciuto zone che di solito vedo solo in tv (in ogni film italiano c’è sempre qualcuno che fa jogging sul lungo Tevere) o nei video a Mtv. Ho assaggiato il tiramisù di Pompi, mentre guardavo la gente che giocava a biliardino in mezzo alla passeggiata.

Per me il miglior regalo, dicevo, è un’esperienza.
I vestiti, per quanto belli, si sgualciscono, le borse hanno le cerniere che si incantano e la pelle che si rovina. I libri quelli sì che andrebbero bene, ma c’è chi come me preferisce uscire e andarseli a comprare da sola. Un’esperienza (magari inaspettata, una sorpresa) ti lascia poco o niente di materiale, non si può certo esibire come una borsa di Vuitton, ma vuoi mettere?

– Ma quindi da qui si vede il Colosseo? – ha chiesto il mio moroso sulla Panoramica il primo giorno.
– Colosseo? No no, sta dall’altra parte de Roma.
– E San Pietro?
– Neanche. Calcola, da dove stavo prima, da casa mia vecchia, dalla finestra se vedeva. La cupolina eh.

Per lui, invece, il miglior regalo è arrivato durante il tragitto in autobus verso Trastevere: giriamo l’angolo e, fra due palazzoni e una fontana, scorgiamo il dietro della basilica di San Pietro, tutta illuminata. Due secondi dopo e siamo in una via buia, non ha avuto neanche il tempo di fare una foto.
– Bè, dai – ha detto Margherita, – alla fine l’hai visto San Pietro!

11 agosto – una notte di stelle e di Cerbottane.

Sono nata in anticipo.

Mia mamma, quando era incinta di me, girava in macchina (una bellissima Mehari arancione, che ora è parcheggiata sotto i pini in campagna) come una pazza fra le colline emiliane. Allora non c’era l’obbligo delle cinture di sicurezza, anzi, non erano neanche montate sulla macchina; non parliamo di airbag, abs, o servosterzo, aveva ancora il cambio con l’asta in orizzontale.
Mia mamma scorrazzava sicura, dentro il suo macinino di plastica, finché un pomeriggio non è andata a sbattere contro una macchina in manovra di uscita da un parcheggio. Sbam. La Mehari non si è fatta niente (ripeto, è di plastica), la mamma neanche: io, invece, ho iniziato a muovermi.

Erano i primi d’agosto, il termine era il 17. “Nascerà a ferragosto, vedrai”, diceva.
Io il 10, puntuale come gli anziani che vanno a fare il prelievo del sangue (ovvero estremamente in anticipo), mi sono portata avanti coi lavori. Ho rotto le acque, ho fatto su il sacco e son partita.

Mi sono fatta attendere per un bel po’: il travaglio è durato tanto. Sono nata alle quattro di mattina.
Leone, ascendente Gemelli: sono testarda, tendo a voler assumere sempre un po’ il controllo (ma a volte butto dentro prima, perché sono anche molto pigra) ma odio stare al centro dell’attenzione. Sotto sotto però penso che l’oroscopo valga fin lì, altrimenti come si spiega il fatto che mio papà e il suo gemello, pur condividendo la stessa ora e la stessa data di nascita, siano diversi come il giorno e la notte?

Mi sarei dovuta chiamare Lorenza, o Beatrice, o Virginia. E invece i miei genitori, forse sotto effetto di droghe pesanti, hanno scelto un nome particolare, da regina, inusuale, con cui ho fatto pace da poco.

Qualche ora dopo essere uscita dalla pancia è iniziato a venirmi il giallognolo dell’ittero neonatale: i giorni successivi sembravo colorata con l’evidenziatore.
I miei nonni mi guardavano da dietro il vetro dell’infermeria, e scambiavano due parole con la loro consuocera. Lei, mia nonna, non faceva altro che dire “Oh ma che amore! Oh ma che meraviglia! Oh ma è tanto bella!”, in una cantilena insopportabile. Gli altri la guardavano con aria interrogativa: bella?! Ma se sembravo un rospetto finito dentro ad un barattolo di vernice gialla, come potevo essere “una meraviglia”?

Da piccola avrei dato qualsiasi cosa per poter festeggiare il compleanno durante i giorni di scuola. Invidiavo da morire il “Tanti auguri” scritto in bella grafia sulla lavagna, la festa che veniva organizzata il sabato successivo, tutti gli amici che non avevano scuse per non venire.. L’11 agosto, quasi ogni 11 agosto, erano tutti al mare, o in montagna, o in campagna, o dai nonni, o dagli zii, o faceva troppo caldo per muoversi, “verremo un’altra volta”.
Mi arrabbiavo, mi sentivo dimenticata da tutti. Poi ho compiuto nove anni, poi dieci, poi undici.. Fortunatamente si cresce.

Il motivo per cui mi volevano chiamare Lorenza era perché la notte del 10 agosto è riconosciuta ovunque come quella delle stelle cadenti. San Lorenzo. La notte degli innamorati, del torcicollo a furia di stare col naso in su, del picnic all’aperto lontano dalla città, dei desideri inespressi.
Il motivo per cui mi volevano chiamare Beatrice o Virginia non lo so, ma non sono sicura che mi sarebbe andata meglio. Forse potevo avere qualche chance con un nome esotico, tipo Luisa Lopez o Greta Holiday, oppure con un neologismo alla stregua di Chanel o Apple.
Noce pesca. Blumarine. Mentuccia. Cerbottana..

Mi vesto e sono pronta per andare all’anagrafe per avviare la pratica per cambiare nome, ma, forse, mh, non so. Non sono sicura di come suona.
“Auguri, Cerbottana!” – “Grazie!”.

Mi svesto, e sono pronta: dov’è la torta, che devo spegnere le candeline?