C’è un’app per ogni cosa. Tranne…

Di sicuro è stata la punizione del cielo per aver ceduto ad un film con Vaporidis, ieri sera.

A mezzanotte su Italia1 incominciava “Questa notte è ancora nostra”, filmetto del 2008 con i famosi attori che girano e rigirano in questi cast tipo Cesaroni e compagnia bella – c’era anche un Floris abbronzatissimo nella parte di un cassiere, incredibilmente seduto e non impegnato nella solita maratona avanti e indietro che fa a Ballarò.
Risultato: me lo sono guardato praticamente tutto, a parte un pisolino di dieci minuti verso l’una e un quarto che non ha compromesso la comprensione della trama.
C’era Vaporidis, il solito ragazzo un po’ sfigato e frustrato, che per sfondare col suo gruppo rock cercava di convincere una ragazza di origini cinesi ma romanissima d’adozione a cantare con loro per fare buona impressione su un improbabile produttore (Califano). La classica commedia degli equivoci: impresa funebre, luoghi comuni sulla Cina, matrimoni combinati, l’amico che fa da spalla.. Un film che si guarda spegnendo il cervello.
Lui, Vaporidis, mi frega sempre, è tanto caruccio ma i suoi film sono brutti forte. Dovevo immaginarlo che il Santo Protettore Della Cinematografia mi avrebbe punito in qualche modo.

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Non ho i buchi alle orecchie.

Sono i lobi, di sicuro. Sono quei piccoli pezzettini di carne che ti fissano.

La prima cosa che noti quando entri in casa della signora Latina non è l’odore, così silenzioso ma prepotente, di soffritto e di ragù che sobbolle sul fuoco. Non è neanche il centrino all’uncinetto posato sulla poltrona che aspetta di essere finito, né il volume altissimo della tv sempre accesa su Derrick. Sono i lobi delle orecchie, così pendenti, così asciutti e desiderosi di raccontare al mondo cos’hanno vissuto.
La chiamavano “signora Latina” ma non era il suo vero nome. Erano passati quasi ottantatré anni dal suo battesimo, ma tutti nel paesino ricordavano la storia (vera o no, che importava?) di quando il prete la aveva presentata davanti a Dio pronunciando il suo nome in latino. Quasi nessuno sapeva come si chiamava, forse nemmeno lei, non poteva neanche più guardare la carta d’identità, non la rifaceva da anni.

Ci sono tanti orecchini, a casa sua. Ce ne sono a palate, dentro quelle scatole sopra alla toeletta; alcuni sono talmente grandi che non si fa fatica ad immaginare il peso che hanno dovuto sopportare i suoi lobi. Nel ’52, diceva, le era capitato di aiutare un’amica a svuotare il magazzino di un importante negozio di firme.
– C’erano vestiti, borsette, anche di coccodrillo sai? Le ho tutte negli scatoloni. E poi c’erano gli orecchini, tantissimi orecchini, io non ne avevo mai visti così tanti in vita mia. Sono sempre stata qui, al massimo andavo a Torino dalla zia, cosa vuoi che vedevo qui?
Amavo quando mi raccontava le storie, non c’era cosa migliore. Il suo volto quasi cambiava: era come se le rughe irradiassero luce, come se i puntini della vecchiaia sulle mani danzassero al ritmo delle sue parole.
Aveva passato la vita ad usarle, quelle mani, per cucire vestiti e per tagliare le verdure per il ragù. Faceva la sarta, come sua madre, e si era sempre ritagliata un angolino nel negozio di famiglia, vendevano arredamenti nelle due stanze sotto casa. Accettava i lavoretti delle signore del paese: accorciava i pantaloni dei loro mariti, faceva gli orli alle gonne delle loro figlie, cuciva vestine per le loro nipotine e la sera, davanti a Derrick, macinava punti all’uncinetto per abbellire le loro tovaglie.

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E va bene, sparecchio. Però voi poi mi lasciate la tv che c’è il Festivalbar!

Mi sembra di sentire ancora il ronzio delle ciribigole.
Non so se è un termine diffuso, ciribigole. Intendo le zanzare: quel rumorino sordo che parte da lontano e che sembra planarti di continuo verso il timpano. Mio nonno diceva chiudi la finestra, che vegnan deintar i ciribigul.

Di solito io il Festivalbar lo guardavo in campagna. Abbiamo una casa, non lontano dalla città, e i miei mi ci spedivano già da inizio luglio. Giù fa caldo, dicevano – io in città ci sarei rimasta anche con cinquanta gradi all’ombra, ma non l’ho mai detto fino ai sedici anni. Mi ci spedivano e io ci andavo, un po’ malvolentieri e un po’ no, perché stare in campagna voleva dire non fare niente. C’era la nonna, e c’era il nonno. C’erano le zie, c’era il mercato (e c’è ancora) il lunedì mattina; c’era la Silvia che non scendeva mai da casa prima delle undici, perché non c’erano campane che riuscivano a svegliarla. C’erano i miei cugini, e c’era che bisognava fare qualche compito delle vacanze, ma solo quando c’era grigio e non si andava in piscina.

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Le 5 cose da fare quando non si ha niente da fare – versione estiva.

Voi non ci crederete mai, ma questo blog racimola un numero spropositato di visite anche quando non scrivo niente. Il motivo è semplice: la gente arriva qui perché ricerca su Google “non ho niente da fare”, “modi per passare il tempo”, “cose da fare in ufficio”.
Potrebbe essere un dato allarmante: sono tantissimi – siete tantissimi.
L’anno scorso avevo scritto un articolo con cinque idee per aiutare chi si annoia a passare un’oretta e credo che ormai chi è capitato qui abbia scandagliato il web in lungo e in largo, abbia pulito la macchina del caffè e tolto tutti gli scontrini dal portafoglio. C’è bisogno di nuove cose da fare, di nuovi passatempi, magari adatti al caldo torrido che ci prepariamo a sopportare.

So per certo che molti di voi andranno in vacanza, quindi sarei banale se vi consigliassi di prendere la macchina e fare una capatina al mare o al lago, oppure in campagna.
E’ uno spunto inutile per chi rimarrà in città fino a settembre: secondo il telegiornale durante i weekend estivi ci sono sempre 9 milioni di italiani sulle autostrade, ma hanno già detto che saranno 9 milioni gli italiani a rinunciare quest’anno. Tralasciando il fatto che i conti non tornano (fateci attenzione, ai dati dei tg, poi ditemi), prevedo che le ventole dei condizionatori sui balconi continueranno a girare, perché sempre più gente non si allontanerà dalle città neanche nei giorni della Madonna d’agosto.
Qualunque sia il motivo (io un’idea me la sono fatta..), ora che la tv non dà mai niente di nuovo, che la Serie A si è fermata, la Formula Uno è approdata su SKY e il MotoGP è interessante fino ad un certo punto, ci saranno tanti sabati e domeniche da riempire. Magari con cose inutili e di dubbio gusto come quelle che vado ad elencarvi.

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CALDO FOR DUMMIES #3 – "No ma tanto io non mi scotto mai!"

In attesa di stendere il nuovo articolo alla stregua di “cose da fare quando non hai niente da fare – edizione ESTATE”, che presumibilmente sarà online domani, vi ripropongo un pezzo che avevo scritto l’anno scorso, di ritorno da una toccata e fuga al mare. 
Era fine Luglio, allora: stavolta cerco di giocare d’anticipo dandovi qualche spunto per le vostre gite in montagna, in piscina o al fiume, o per le vostre (spero imminenti) vacanze.

Questo weekend sono andata al mare.
Il weekend dell’impiegato, da venerdì pomeriggio a domenica sera.

Non incominciate anche voi per favore a dirmi che non sembra, perché non sono tanto abbronzata. E’ ovvio: sono stata al sole solo poche ore e tutto l’anno ho un colorito che sta fra il color cadavere e la mozzarella di bufala, potevo forse tornare marocchina?
E no, non lo so com’era l’acqua. Quando l’ho tastata coi piedi era freddina; comunque non ho fatto il bagno, perché in realtà abbiamo un brutto rapporto, io e il mare.
Mi secca la pelle, l’acqua è troppo salata, sono freddolosa quindi mi sento sempre congelare, odio nuotare dove non tocco e poi non sopporto la sensazione del costume appiccicaticcio che mi si asciuga sul corpo lentamente. Mi sembra di essermi fatta la pipì addosso.

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