#MenneaDay – Sono solo venti secondi.

Oggi si celebra il Mennea Day. 

Sì, lo so che la parola vi ricorda  soltanto il “mayday” che si sente nei film quando un aereo precipita o una barca sta per andare a picco come il Titanic, ma non è niente di tutto questo. Anche se, dal mio punto di vista, riguarda comunque qualcosa di catastrofico.

Dovete sapere che ultimamente il mondo dell’atletica è popolato da strane creature, quasi dei missili umani; spesso hanno la pelle nera e due cose strane, più simili a dei prosciutti crudi di Parma che a cosce normali, dentro ai pantaloncini. Non solo Bolt, anche quegli altri americani che sono stati squalificati quest’estate.. Dei mostri.
Pensate che però nel 1979 il record dei 200 metri piani è stato siglato da un italiano. Mennea, appunto.
Nella mia testa non ho mai avuto un’immagine chiara di Mennea. Per me era vestito di azzurro, con i pantaloncini bianchi corti che andavano di moda in quegli anni, ma la faccia era di quel calciatore che esulta alla fine dei mondiali dell’82.

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Ormai mi sono guadagnata la simpatia del postino. #cartolinebrutte parte 3

Ricordate il mio quaderno viola con le cartoline? A febbraio era sulla buona strada per diventare bello cicciotto (guarda l’articolo precedente), ma ora sta marciando a grandi passi verso una vera e propria esplosione. Non serve più neanche l’elastico.

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Nell’ultimo periodo ci ho dato dentro, siamo quasi arrivati a 100. Ma state tranquilli, alla centesima cambio quaderno.
Sono sicura che il postino, fra un estratto conto e un Vanity Fair, si faccia delle grasse, grassissime risate guardando gli esemplari che mi mette nella buca delle lettere. Soprattutto se si ferma a leggere i messaggi sul retro, che a volte sono più incomprensibili dell’immagine stampata davanti.

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Tema: Che cosa ho fatto durante le vacanze.

Molta gente dice che quest’estate non ha fatto tanto caldo. Io non so, non saprei dire. So solo che il telecomando dell’aria condizionata l’ho preso in mano molte volte, e spesso impostavo il timer di spegnimento un’ora più avanti, così magari evitavo di sudare anche solo nel fare il tragitto divano-frigorifero per riempirmi il bicchiere di acqua.

Non è stata una bellissima estate, di quelle da incorniciare e da riavvolgere ancora, e ancora, ma tutto sommato non è stata neanche terribile. E’ iniziata in sordina, con una richiesta di andare in vacanza non accolta ed è finita con una vacanza inaspettata, e graditissima. Nel mezzo ci sono state serate in pizzeria col tramonto davanti, cene in famiglia decisamente troppo abbondanti e film, visti soprattutto di mattina e in seconda serata grazie ai canali che Mediaset Premium mi ha gentilmente messo a disposizione per due mesi.
C’è stato anche il mio compleanno, che è stato lo spunto per un weekend di festeggiamenti e baldoria adolescenziale in un posto quasi ad alta quota. Abbiamo dormito in tenda in nove – tranne uno, che ha soggiornato in una meravigliosa legnaia credendo fosse un granaio – ma alla fine non abbiamo neanche dormito, perché a che serve dormire di notte quando poi puoi farlo il giorno dopo? La notte è fatta per sorreggere i tuoi amici che hanno alzato decisamente troppo il gomito e per aiutarli a trovare gli occhiali che hanno perso in mezzo ai campi. Gli occhiali, e la faccia, naturalmente.

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#insta-lassa-lè: in principio era il cancelletto.

All’inizio lo conoscevamo solamente perché era in fondo alla tastiera del cellulare. Era da parte allo zero, graficamente sembrava una cornicetta: asterisco zero cancelletto.
In quanto a funzionalità, serviva praticamente solo a chiamare “con l’anonimo”: facevi cancelletto-31-cancelletto-zero-tre-tre-cinque e tutto il resto, e sul display del tuo interlocutore veniva fuori “numero privato”.

Poi è arrivato Twitter, poi è arrivato Instagram, poi è arrivato Facebook: tutti ora hanno gli “hashtag”, ovvero quella funzione comodissima da motore di ricerca che permette di raggruppare i tweet, le foto o i post che hanno al loro interno quella determinata parola o espressione. E’ come avere sempre Google a portata di mano, o il cmd+f.
Già su Twitter da un po’ di tempo col cancelletto noi utenti l’abbiamo un po’ svaccata.
Anche a me capita di usarli un po’ a caso: magari scrivo pezzi di frase, o #madai, #sdeng, #ahbeh.. Dopotutto, per me il cancelletto è diventato una vera e propria forma mentis; rispondo anche a sms o a messaggi su Whatsapp scancellettando, perché a volte un tag rende meglio l’idea rispetto ad un discorso dettagliato con virgole punti e due punti.
Non è un’abitudine così deprecabile, dai.

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Giocare a nascondino.

Io non so cosa vi ho fatto.

E’ come quando avevo finito le medie e qualche tempo dopo mi era giunta voce che una delle mie vecchie compagne di classe mi detestava. Per nessun motivo in particolare. Forse ce l’aveva ancora con me perché ad uno dei suoi compleanni ero caduta e mi ero rotta il labbro, rovinando la festa a tutti.. Ma io mica l’avevo fatto apposta: ci ho guadagnato sette punti in bocca e il non poter baciare il mio fidanzatino dell’epoca per due settimane. Dovrei quasi detestarla io.

In ogni caso, sono passati dieci anni e ancora questo suo astio non me lo so spiegare. E badate che quando mi viene da citare Tiziano Ferro c’è da preoccuparsi.

Si incontrano persone sulla nostra strada, persone con un bagaglio importante; a qualcuno capita di fermarsi un po’ di più, qualcuno invece passa e va.
Io non ho mai avuto tantissimi amici, sono cresciuta con la convinzione di essere un po’ un orso – e forse lo sono davvero. O almeno ci assomiglio.

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