Lettera aperta ad Alessandro D’Avenia.

Caro Alessandro D’Avenia,

ho appena finito di leggere il tuo libro, Bianca come il latte, rossa come il sangue.
Mi sono decisa dopo tanto tempo: nutro sempre una certa curiosità per i bestseller, mi piace conoscere e cercare di capire il gusto del grande pubblico, più che di quello di nicchia. Se un libro fa successo c’è sempre un motivo e io, puntuale come se lavorassi per Scotland Yard, voglio scoprirlo.

Non mi sono voluta rovinare niente. Non essendoci il risvolto di copertina, col Kindle mi viene difficile leggiucchiare qualcosa della trama prima di tuffarmi dentro ad un romanzo, soprattutto se compro a scatola chiusa.
Quando ho iniziato, quindi, avevo la mente sgombra da ogni indizio e pregiudizio.

Te lo dico subito: non ho capito se mi è piaciuto o no.
Quando sono arrivata al 100% ero incazzata. Con me stessa, ma anche un po’ con te.
Avevo la mente annebbiata, continuavo a ripetermi che ero stata stupida a non leggere niente prima, almeno non ci sarei rimasta così, come un cioccolatino mezzo sciolto dopo che te lo sei dimenticato nella giacca.
Non dico mica Leo, né Silvia:  quei discorsi mi rimbombano ancora adesso nelle orecchie. “La amerei, se. Però no, c’è Beatrice”. 

Mi hai raccontato una storia. Siamo nel pieno del liceo classico, Leo ha sedici anni, è svogliato e innamorato di Beatrice; passa le sue giornate a giocare a calcio, mangiare al Mc Donald’s con l’amico Niko e chiedere aiuto a Silvia, sia per avere supporto morale sia per fare la versione di greco. Niente di nuovo.
Io, invece, non sono pronta per raccontarti la mia storia, fa un po’ male. L’ho rivissuta di pagina in pagina, fra domenica e lunedì, e non ero pronta neanche mentre leggevo.
Alla fine ci ho pianto un po’, mi sentivo come se tu avessi passato tutto il tempo a prendermi a pugni nello stomaco.

Il problema è Beatrice.
Per farla breve: Beatrice è il grande amore di Leo, anche se lei ancora non lo sa. E’ bellissima, fortissima, interessante; ha i capelli rossi – come il sangue, appunto – e gli occhi verdi, di un verde simile al vetro della bottiglia dietro cui, da piccola,  guardavo l’eclissi di sole. Leo non le ha mai parlato, se non tramite qualche sms, ma non ha mai ricevuto risposta. Non le ha neanche mai detto ciao, eppure la considera la sua ragazza.
Un giorno (lo dico, tanto questa informazione non arriva poi tanto in là nella storia, non rovino il finale a nessuno), il patatrac: Leo scopre che Beatrice è dimagrita e scavata in volto e spesso non va a scuola. Ha la leucemia.

Tu nel libro non lo dici, o meglio non lo fai dire a Leo, ma tutti dovremmo avere una Beatrice tascabile a portata di mano.
Indipendentemente dall’epilogo (che ovviamente non racconterò, se non altro perché ora al cinema c’è il film e, data la colonna sonora, farete il botto), si capisce bene che Beatrice è forte: è il prototipo dell’eroina delle tragedie greche, di quelle che non si tirano indietro davanti a niente, anche a costo di sfidare la sorte e la sfiga .
Dovremmo avercela tutti una Beatrice personale, a ricordarci che non abbiamo mai niente da perdere. E che forse a volte, invece di continuare a vomitare fiumi di parole sugli altri, potremmo starcene in silenzio. Quello che diciamo ci sembra questione di vita o di morte, ma in realtà potrebbe gareggiare tranquillamente nei pesi piuma delle paranoie.

Mi dispiace, ma non sono pronta a raccontarti nel dettaglio la mia storia, quella della “mia” Beatrice.
Mica perché è triste o tragica, anzi, se così fosse non esiterei a parlarne. E’ che mi è difficile proprio a causa del suo lieto fine, capisci? E’ qualcosa che avevo messo in un baule e che tiravo fuori solo in determinate occasioni – sai come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, quelle cose lì.

Tu non lo hai detto, nel libro, che bisognerebbe avere una Beatrice personale (anche una Silvia, però quella ce l’abbiamo avuta tutti, o lo siamo stati). Potevi dirlo.
Mi è venuto in mente proprio perché io, una Beatrice, ce l’ho.
Non è così bella forse come la descrivi tu; non ha i capelli rossi ma ha le lentiggini. Non ha gli occhi verdi, non è perfetta come la tua. Ha il piglio da maestrina a volte, risponde male quando si sveglia col piede sbagliato (ma se ne rende conto e chiede scusa senza troppi giri di parole); è autoritaria quando deve esserlo e sensibile anche quando non dovrebbe.
Io, a differenza sua, sono più diplomatica e, dato che riesco a cavarmela con le parole, maschero bene il mio essere stronza. Lei non ha bisogno di mascherare un tubo, perché alla fine cede sempre.

Non so se anche la tua Beatrice era simile in questo; Leo l’ha paragonata a quella di Dante, quindi è un po’ la donna “angelicata”, nel pieno dello Stilnovo. Tanto gentile e tanto onesta pare, la donna mia..
Io della tua ho percepito dettagli qua e là,  perché ero incazzata. Non ho capito se il tuo Bianca come il latte mi è piaciuto o meno proprio perché hai risvegliato in me (e anche in modo un po’ prepotente, se mi permetti) sentimenti e pensieri che non ti riguardavano.

Se il tuo intento era scrivere il libro del secolo, forse sei sulla strada sbagliata.
Se invece volevi solo che io togliessi quelle due dita di polvere dal baule, allora ci sei riuscito. E pure bene, perché il baule lo abbiamo aperto insieme, io e Beatrice.

Vuoi un giudizio sul libro? Probabilmente dovrò rileggerlo, per sapere se consigliarlo ad altri. Magari non tutto, forse solo da un certo punto in avanti, ma dovrò farlo.

Scusami. Ci risentiamo, allora, ok?