Librare – Acustica perfetta

Ho appena finito di leggere Acustica perfetta, di Daria Bignardi, Mondadori.
Prezzo di copertina 18,00 €, versione ebook 9,90 €.

Immagine trovata su Google

Andate al di là della compostezza, del sorriso sornione di Daria quando intervista i suoi ospiti alle Invasioni. Andate anche al di là dell’antipatia, se la provate, e datele una chance. Ho comprato questo libro perché non c’è niente di più irritante del leggere qualcosa scritto da un famoso e ritrovarmi a combattere contro l’impulso di impugnare una penna e inserire virgole, riformulare, sottolineare, togliere. Sono una lettrice decisamente esigente, anche se mi regalo romanzetti leggeri. Leggeri sì, ma comunque mediamente ben scritti.

Ho comprato “Acustica perfetta” perché ero sicura di sedermi davanti ad un qualcosa di equilibrato; magari con una trama non interessante o semplicemente brutta, ma in ogni caso scritta bene.

La storia non è delle più originali, all’inizio.
Un marito, una moglie. Arno e Sara. Hanno tre figli, lui è un musicista, vivono a Milano. Lei quattro giorni prima di Natale se ne va, gli lascia un biglietto e sparisce nel nulla. Lui si incazza: dapprima le scarica la colpa addosso, la vorrebbe redarguire come (forse) ha sempre fatto, le intima silenziosamente di tornare. Poi si guarda dentro e capisce ciò che ha sbagliato, negli ultimi venti, trent’anni: ha un orecchio fine (fa il musicista alla Scala, figurati se non è così!) ma non ha saputo ascoltare così attentamente sua moglie.

Nel corso delle pagine tutti i tasselli vanno al loro posto: Arno capisce chi era sua moglie prima di incontrarlo, chi è stata negli anni in cui non si sono visti, chi è diventata. Analizza la loro storia, esamina il suo amore che da parte sua non si è mai interrotto (“Cosa dovevo fare? L’ho amata, le sono sempre stato accanto, non l’ho mai tradita” – dice in più punti).. Eppure qualcosa non ha funzionato. Lei se n’è andata, e chissà se tornerà.

Mi è piaciuto, sì, perché sono riuscita a pensare a me stessa, mentre sentivo che Arno parlava, mentre sentivo che mi parlava (sembra che si rivolga a te per quasi tutto il libro).
L’unica noticina che potrei fare riguarda il forte senso di colpa che aleggia sul protagonista: in un paio di passaggi avrei voluto essere un’amica di Arno pronta a dirgli, in tutta franchezza, che non doveva per forza pensarla così. Non è del tutto colpa tua, Arno, se Sara è scappata. Non è colpa tua se lei non si è lasciata conoscere fino in fondo, alcune cose non le potevi sapere, perché lei ha fatto di tutto per non dirtele. Le cose nascono e finiscono, non c’è sempre un perché facile da capire, Arno.

Però mi è piaciuto. Molto. Daria, grazie, perché questi due personaggi sono talmente banali da essere più profondi del mare della Sardegna.

Non avevo capito dalla copertina che il promontorio dell’isola è in realtà un violoncello, lo strumento che mi ha accompagnato per anni e che ho abbandonato per un po’. Quindi grazie, Daria, perché adesso che ho finito di leggere vado di là a suonare.

Ho sentito il dolore, sì, e l’ho messo in quello che amo.
Ti lascio andare adesso.