La Borsa nella borsa – nuovi brand e intuizioni geniali.

Si dà il caso che oggi in ufficio io sia stata veramente oberata di lavoro.
Si dà il caso che io sia una di quelle persone che, per passare cinque minuti legge Google News e i siti impegnati, e non va assolutamente a sbirciare Facebook e Twitter. Mai, neanche tramite smartphone.
Si dà anche il caso che io NON sia amica su Facebook, o fan (per quello che so potrei anche essere la sua valletta di corte), di Francesco Facchinetti. E che, ovviamente, io NON sia a conoscenza del blog di Alessia Marcuzzi, alias LaPinella. Ad ogni nuovo post lui condivide il link. Che bravo fidanzato (o ex, non so bene.. per informazioni chiedere di Signorini, Alfonso, l’ufficio in fondo al corridoio).

Ad ogni modo, oggi il caro Francesco mi è comparso in homepage con un nuovo articolo, già il titolo era fortemente invitante: “Borse intelligenti Tintamar: la salvezza di noi donne!”.
Vuoi non cliccarci su? In un battibaleno ero su LaPinella.com. Non ci vado mai (gli unici fashion blog che leggo sono quelli con un’alta dose di sarcasmo), ma questa volta mi ha catturato.

Leggo – anzi, guardo le figure, praticamente come quando leggo Focus – di Alessia che fa trasloco da una borsa all’altra in un modo semplicissimo: utilizzando la sopracitata pochette Tintamar. Non è nient’altro che una borsetta colorata e multitasche che contiene tutto ciò che altrimenti si sparpaglierebbe all’interno della shopper di pelle che ha scelto per la giornata. Rosa fucsia e arancione, è stata progettata – lo si intuisce dalla spiegazione nel tagliandino – per le mamme: dentro vi si può riporre spazzola, ciuccio di salvezza, salviettine umidificate, qualche caramella, un giocattolo, un bavaglino, un ricambio di emergenza.. E tutto sta in ordine.
Il giorno dopo la shopper di pelle sta male col tuo outfit? Niente paura: non bisogna più sfidare la pigrizia e spostare ogni oggettino dentro la Borbonese, basta spostare la Tintamar e in un nanosecondo si è pronte per uscire.

Non lo trovate anche voi geniale? Io sì, cavolo.
Lo trovo talmente geniale che lo faccio dall’anno scorso: ogni giorno mi porto dietro La borsa nella borsa.
E se non ci credete vi porto come prova la foto del contenuto di oggi (chi mi conosce sa che queste sono davvero le mie cose, il portachiavi col pesce è inconfondibile).

Utilizzo il sacco di tessuto di un vecchio secchiello di pelle di mia mamma per facilitare gli spostamenti da una borsa all’altra.
Ovvio, il sacco non ha tasche, non ha cerniere, non è colorato e non c’è la retina per la spazzola, ma è pratico e funzionale, e col suo essere così floscio si adatta ad ogni forma e dimensione di borsa. Odio quando mi serviva proprio quel foglietto che ho lasciato nella tracolla nera che ho usato lunedì al cinema. In questo modo, non dimentico né perdo niente di importante.
(Non che io trasporti nel mio bagaglio a mano una quantità di cose e informazioni di importanza tale da non poter essere lasciate a casa, ma insomma ci siamo capiti, è la pigrizia che parla).

Perciò, sì, anche io trovo geniali le borse Tintamar.
Se volete, compratele, sono belle e simpatiche.
Se non volete, cercate nel vostro armadio una Borsa nella borsa e sfoggiatela in ogni occasione. Poi recatevi alla vostra banca e fatemi un bonifico di una ventina di euro. Le idee geniali andranno pur sostenute in qualche modo.

5 modi per passare il tempo quando non hai nulla da fare.

Forse è colpa mia, ma ho la netta sensazione che il tempo mi prenda un po’ per il culo.
Non sono mai stata brava ad organizzarmi;  a volte i pomeriggi mi scivolano di mano e mi passano accanto come un Frecciarossa in ritardo e io quasi non me ne accorgo. Quando invece mi tocca aspettare, stare in coda, attendere il mio turno o, come si dice dalle mie parti, “far venire su l’ora” mi sembra di cadere in un buco spazio-temporale. Ogni tic della lancetta dei secondi è un macigno che grava sulle mie spalle.

Il fatto è che sento l’aria così pesante proprio perché, in pratica, non riesco a fare niente. Ogni cosa che mi viene in mente di fare dura in media dai 20 ai 97 secondi, quando invece nella mia testa riempie tranquillamente un buon quarto d’ora. E quindi mi innervosisco perché esaurisco in fretta le idee, e passo lunghi minuti a fissare gli angoli delle pareti (magari servirebbe un’imbiancata, che dici?). E quindi mi innervosisco. Toc, toc, toc. Le lancette pesano quanto le piramidi di Cheope.

L’altra mattina in ufficio ho sofferto, infatti. Ho finito in anticipo di un’oretta ciò che avevo da fare (e che la mia collega mi aveva lasciato sulla scrivania il venerdì prima) e ho fissato l’orologio per venticinque minuti: è diventato molle come in un quadro di Dalì, e successivamente mi è venuta l’ispirazione.

Cose da fare principalmente in ufficio:
1. Caffè. 
E non intendo solo berlo. Se avete una macchina espresso potete sbizzarrirvi: si può smontare e svuotare il recipiente sotto la tazzina che raccoglie le gocce, si può riempire la caldaia con l’acqua (non ce n’è mai abbastanza), si può pulire attorno perché di sicuro si sporca di continuo. Lì vicino ci sarà un cestino pieno di capsule, cucchiaini, bicchieri di plastica e bustine di zucchero: è pronto per essere buttato.
Quando avete finito, potete premiarvi con un caffè e una bottiglietta d’acqua bella fresca. E poi potete farvi un altro caffè, e poi un altro, se vi avanza tempo. Però io poi non ci parlo col vostro cardiologo.

2. Ordinare e riordinare.
Siete davanti alla scrivania. Sicuramente c’è caos: sistematela.
Ora siete davanti alla scrivania, in ordine. Sicuramente ci saranno dei cassetti: apriteli e, se potete, sistemate anche quelli.
In giro non c’è più nulla fuori posto. Sicuramente avrete un portapenne: controllare se le biro scrivono ancora tutte e cestinate quelle che non funzionano; temperate le matite che hanno poca punta e mettetele in ordine di altezza. Poi riponetele, in scala cromatica. Il lilla va prima del violetto, o dopo l’indaco?
Forse a questo punto è ora di andare.

Cose da fare in generale ma non necessariamente in ufficio.
3. Parole parole parole. 
Magari stamattina siete passati in edicola per prendere il quotidiano locale (di solito sono quelli che danno più soddisfazione). Leggetelo da cima a fondo, anche se personalmente preferisco sfogliarlo incominciando dalla fine, così le prime pagine che incontro sono quelle delle lettere e dei necrologi – le pagine più inutili, insomma.
Leggete bene tutti gli articoli, prima scansionando con la mente i titoli e poi soffermandovi solo su quelli più interessanti, se avete solo una manciata di minuti. Altrimenti potete partire in quarta: di norma i giornali locali non hanno i correttori di bozze, perciò il vostro compito può essere quello di scovare gli errori di stampa. Non vi preoccupate, basta arrivare fino alla fine di soli tre o quattro articoli per trovarne di quelli da segnare con la matita blu. Quindi ci mettete poco: avrete poi tutto il tempo per pensare di mandare una mail alla redazione per farlo diventare un mestiere.
Se non avete un giornale a portata di mano, niente paura. Prendete un foglio e una matita, fate una specie di reticolato e pensate a costruirvi da soli un sudoku (non l’ho mai fatto, ma non dev’essere difficile pensare di incastrare le 9 cifre alternativamente) oppure un cruciverba, con tanto di caselle nere e definizioni. Se viene bene lo potete anche mandare alla Settimana Enigmistica.

4. Il favoloso mondo del Web. 
Avrete un pc, no? Se siete anche dotati di una connessione internet potete sbizzarrirvi: dopotutto navigare porta un sacco di distrazioni, è talmente facile perdersi e non annoiarsi che quasi mi sembra di scrivere una banalità.
Quando però avete finito i vostri “giri” soliti (che, mi raccomando, devono includere anche un giretto su questa pagina immediatamente dopo aver lasciato Google News e stalkerato qualcuno su Facebook), attenzione che si può rimanere a corto di idee ugualmente. E allora: scaricatevi la posta (sì, di nuovo), cancellate dei vecchi messaggi di spam e/o ordinate le mail in cartelle, create un file word con le vostre password di Facebook o di YouTube. Aprite Wikipedia e leggetevi una voce a caso. Navigate verso un dizionario online di italiano e imparatevi una nuova parola – non fa mai male. In alternativa, apritevi un blog.

5. Fate un’altra cosa.
Lo so che chi mi conosce avrebbe scommesso sul quinto motivo, fate un giro su Twitter, perché lì c’è sempre gente con cui scrivere cretinate sul nulla e far passare dieci minuti in uno schiocco di dita. Eh sì, la fiera della banalità.
Se siete donne, sicuramente vi portate appresso una borsetta, dentro la quale stipate ogni giorno un portafoglio di dimensioni variabili. Se siete uomini, invece, ci siete seduti sopra proprio in questo momento.
Prendetelo, apritelo e guardateci dentro: dobbiamo chiamare il WWF? Lo sapete quante piante si possono risparmiare con tutti quei km di scontrini, se opportunamente riciclati?! Non sono utili neanche se vi mancano banconote quando a Natale giocherete a Monopoli con la figlia di vostra cugina, quindi prego, lì c’è il cestino, tenete solo quelli utili per qualche reso o garanzia.

Siete ancora qui a leggere?

Perché si finisce sempre a parlare del tempo.

A meno che non siate dotati di capacità dialettiche che fanno impallidire Cicerone, vi sarà capitato qualche volta di rimanere senza argomenti.
A me capita spessissimo: potrei parlare per ore di quelle due o tre cose che purtroppo non rientrano nelle grazie del mio interlocutore. Lui preferisce discutere di fisica nucleare, migrazioni di popoli in India e film di Tarantino. Capite anche voi che è difficile trovare qualcosa di sensato da dire: l’unica cosa su cui siamo sicuri di intenderci è il tempo.

– Fa caldo oggi, eh?
– Oh sì, molto caldo. Han detto che pioverà.
– Sì, ho sentito le previsioni.. Speriamo si rinfreschi un po’, non si respira.

Ditemi se non è vero.
Poi ovviamente l’epilogo cambia a seconda di chi si ha davanti, ma cinque minuti di giri di parole intorno alle condizioni atmosferiche del prossimo weekend non me le toglie nessuno. Neanche facessi Giuliacci di cognome.

Il vero motivo per cui tutti finiamo sempre a parlare di perturbazioni, isobare e mari “mossi o poco mossi” è perché, fondamentalmente, siamo pigri.
Queste conversazioni capitano nei momenti meno opportuni della giornata: quando aspettiamo il nostro turno dal dottore, quando la nostra vicina di casa vuole attaccare bottone per forza, quando incontriamo il compagno di classe delle elementari con cui non abbiamo mai avuto granché in comune, quando facciamo colazione al bar e leggiamo distrattamente il giornale dal vicino di tazzina. Quei momenti in cui non abbiamo proprio voglia di racimolare informazioni dalla memoria per costruire un discorso che sia sensato, interessante e attuale.

E’ per questo che, nell’ultimo periodo, avevo preso l’abitudine di capitare almeno una volta sull’homepage del Post: in alto, vicino all’OGGI scritto in azzurro, ci sono i richiami alle principali notizie del giorno (l’esempio di oggi: Bosone di Higgs, Rai, Wimbledon e Wikileaks); cliccando su ogni link si apre un archivio di articoli che approfondiscono l’argomento. Ottimo per chi vuole sempre essere aggiornato sulle ultime news senza dover andare su Google.

Però – c’è un però: ci vuole tempo per leggerseli tutti.
E qui intervengono le 3 cose che devi sapere oggi. Un blog all’interno del circuito di Vanity Fair (ma tranquilli, non è roba da femminucce) curato da Chiara Pizzimenti, un nome che, sicuramente per mia ignoranza, non mi dice niente. Un blog aggiornato ogni 24 ore che riassume, semplicemente, i 3 fatti che devi sapere oggi per poter ostentare la tua intelligenza anche alle 9 e un quarto del mattino, quando hai ancora quasi le caccole negli occhi.
Così magari giù al bar, fra un sorso di cappuccino e l’altro, o mentre fai due chiacchiere col tuo benzinaio di fiducia, puoi anche dire due cagate su questa benedetta ‘particella di Dio’, al posto di fare la figura di quello che non va al di là del proprio naso, e del figlio della Fico e di Balotelli.

Ad ogni modo, ho anche visto le previsioni: tranquilli, che questo weekend piove.

Una vera e propria Certezza on the Silk Road.

Prima di continuare a leggere, guardate questo video.

Lui si chiama Tommaso, sta parlando della Croazia non perché ha deciso di andarci in vacanza a tempo perso su un Peugeot scassato senza guardare le previsioni.. Si chiama Tommaso ed è una delle poche certezze che rimangono in questo mondo.
Mi spiego meglio.
Lui si chiama Tommaso, sì, e il suo soprannome è Certezza.
Andavamo alla stessa scuola media, lui un anno più grande di me, frequentavamo lo stesso Conservatorio e negli ultimi anni l’ho sentito più di un paio di volte suonare live con il suo gruppo. Insomma, vi dico queste cose per farvi capire che non è un personaggio costruito a tavolino, Certezza esiste davvero.

Avevo perso un po’ le sue tracce ultimamente; eravamo amici su Facebook, poi uno dei due deve aver fatto pulizia e tutto si è perso nell’etere. Ho letto che nel frattempo si è laureato in Biotecnologie sanitarie e che è rimasto nell’ambito della ricerca, dopo aver tristemente accantonato il progetto di lavorare presso un benzinaio per poter avere la benzina gratis. Progetto ambizioso, ma geniale.

Ciò che non ha lasciato a marcire dentro un cassetto è l’idea di fare un viaggio in bicicletta.
Non un viaggio qualsiasi di quelli che potrei organizzare io, “casa mia-casa della nonna” o “casa mia-Coop dietro l’angolo”, usando la mia bici rossa sgangherata, talmente brutta e arrugginita che non ha mai fatto gola a nessuno, neanche quando è rimasta parcheggiata con una ruota a terra per mesi davanti alla stazione. (Tempo dopo me l’hanno rubata sotto casa, e poi l’ho ritrovata.. ma questa è un’altra storia).
Certezza ha intrapreso una delle strade più belle e complicate che ci siano: la via della seta.
Sommando le informazioni, ho capito che questa “via della seta” non è un percorso prestabilito come la Parigi Dakar, ma racchiude tutta quella parte di mondo (Wikipedia parla di 8000 km di territorio) che un tempo ospitava gli scambi commerciali fra la Cina e l’Occidente.
Per quelli, come me, che la geografia l’hanno abbandonata in quinta elementare con la ricerca sulla Finlandia e ora sanno solo distinguere le varie indicazioni sullo schermo del Tom Tom: stiamo parlando di quella parte a destra dell’Italia, Grecia, Turchia, quegli stati ignoti sotto la Russia che finiscono tutti in -istan.. Poi il Tibet e la Cina. Per capirci, sono quelle zone prima di arrivare alla Jacuzia e al Kamchatka, nel caso al prossimo turno voleste attaccarmi il Siam con tre carri armati.

Ad ogni modo, Tommaso è partito a fine marzo, ha fatto qualche tappa intermedia in Italia puntando verso Trieste, ha macinato km in Croazia e poi Albania e Macedonia: ora dovrebbe trovarsi in Grecia, nei pressi di Salonicco. Almeno, stando al dispositivo satellitare che ha addosso e che lo tagga automaticamente sul suo blog.
La strada però è ancora lunga. Lui dice di voler esplorare “una via della Seta un po’ snobbata, quella “centrale”: ovvero passare lungo tutto l’Adriatico slavo, attraversare i Balcani […] arrivare a Istanbul e vedere la Cappadocia”. Magari si fermerà nel Caucaso, magari passerà in Georgia e Azerbaijan.. “E poi si vedrà. Il mio obiettivo finale lo dico sottovoce, è troppo lontano perché sembri un vero obiettivo, e si chiama Kashgar. Cercatelo su Google Maps”.
Io l’ho cercato, lo ammetto, ed è.. lontano.

In questo momento, quindi, Certezza è in sella ad una bicicletta, con gli occhi su una cartina e dei posti meravigliosi davanti a sé. Gli ultimi suoi aggiornamenti dicono anche che forse ha trovato un compagno di viaggio, un ciclista francese, dapprima un po’ scontroso e solitario, che ha come ultimo obiettivo il Giappone.

Quello che mi ha sbalordito, al di là dello stupore iniziale nel ritrovare una faccia conosciuta in un’impresa del genere, non è stata la strampalata decisione della meta (perché proprio la via della seta, non era più facile un coast-to-coast negli Stati Uniti?) o il fatto di voler per forza partire solo con una bicicletta.. Ciò che mi ha lasciato senza fiato è stato leggere una “autointervista” fra T e T (Tommaso e Tommaso, appunto) che ha un solo intento: fornire una spiegazione.

T – Perché fai tutto ciò?
T – Il viaggio intendi?
T – Sì.
T – Perché non dovrei farlo?
T – Perché la gente normalmente non fa queste cose. Le relega a rango di sogni nel cassetto e non ci pensa più. Perché tu lo stai facendo?
T – E’ difficile rispondere. Razionalmente lo faccio perchè voglio vedere il mondo. Sai cos’è paradossale?
T – Cosa?
T – Che ci siano un mucchio di tizi che si appassionano a robe del tipo ‘Il signore degli anelli’, dove ci sono terre favolose con popoli strani e misteriosi, lingue antiche e alfabeti stranissimi. Ma tutto questo è già qui, su questa terra, da millenni. Allora perché leggerlo su un libro, peraltro di fantasia? E poi ultimamente vanno forte i documentari. La gente guarda i documentari su posti meravigliosi con il loro maledetto televisore a 149 pollici 3D e in HD. Guardano il documentario sulla Cappadocia e la loro sete di meraviglia è saziata. A posto. Non gliene frega nulla di vederlo con i propri occhi, di respirare l’aria, di parlare con le persone, e soprattutto di FARE FATICA per stupirsi. Perché faticare, sudare, lottare per provare delle emozioni lascia cicatrici, belle e brutte, ma sempre indelebili. Un documentario alla TV non lascia proprio nulla, e questo è quello che le persone vogliono.

Capito? Altro che WILD.

Il Blog: Certezza On the Silk Road
La pagina Facebook
Il canale YouTube: CertezzaSilkRoad e Certezza87 (non so quale dei due sia il canale “ufficiale”, il secondo comunque è il più recente).
Daje tutta Tommi.

"Addio, mia bella addio" – storia di un VIP che lascia Twitter.

Ormai è una moda: i vip si iscrivono a Twitter, si sfogano un po’ e poi si ritirano nelle loro stanze, stanchi di tutto questo fastidioso cinguettare.

Qualche settimana fa è toccato a Fiorello: lo sapete tutti, no? Aggiornava spesso, postava video di prima mattina facendo una sorta di rassegna stampa col suo edicolante di fiducia. Ha fatto pure uno show durato quattro settimane su RaiUno facendo (e facendosi) tantissima pubblicità su Twitter, chiamando perfino il programma con il famosissimo cancelletto davanti.
Bene, un bel giorno il suo profilo è sparito: “@sarofiorello non esiste”.
Non si è capito se sia stato lui a cancellarlo, se è stata opera di un hacker o del padreterno – e sinceramente poco ci importa. Personalmente non condivido la scelta di togliere tutto dalla rete: se io sono uno scrittore pubblicato e decido di prendermi una pausa per dedicarmi alla pesca delle carpe selvatiche, non è che ritiro tutti i miei libri dal mercato. Magari ci sono persone che non li hanno ancora letti e possono trarne qualcosa di buono.. Va da sè, però, che in questi casi si esce di scena col botto.
Salvo poi andarsene dalla porta e rientrare dalla finestra. Di YouTube.

Comunque, ieri è toccato a Michelle Hunziker. Ha annunciato in prima persona la volontà di staccarsi dai social per un po’, lasciando tutto in mano al suo staff. Ce ne faremo una ragione.

Quello che mi fa un po’ specie è la motivazione: in un’intervista apparsa su un settimanale in queste ore, infatti, Michelle dice che i giovani hanno perso ormai “l’importanza del contatto fisico”“tramite Facebook si parlano, iniziano un rapporto ma non hanno il coraggio di incontrarsi. […] I social network possono dare assuefazione, sento di ragazzi che passano anche dieci, quindici ore al pc”. Non dormono neanche, quasi, per fare i giochini.
E sua figlia?, le chiedono. Dopotutto ha sedici anni.. Ah no, “Aurora non è assuefatta, le concedo solo un’ora di Facebook al giorno”.
“Vero amore?”.

In lontananza si sente un tududì familiare: una notifica.

“Certo mamma” risponde Aurora,  iPhone in mano. “Aspetta che mi hanno taggato su Facebook, poi carico una foto su Instagram e saluto i miei follower”.

[@AuroraRamazzotti  su Twitter e l’ormai orfano profilo di @MichelleHunziker].