C’è un’app per ogni cosa. Tranne…

Di sicuro è stata la punizione del cielo per aver ceduto ad un film con Vaporidis, ieri sera.

A mezzanotte su Italia1 incominciava “Questa notte è ancora nostra”, filmetto del 2008 con i famosi attori che girano e rigirano in questi cast tipo Cesaroni e compagnia bella – c’era anche un Floris abbronzatissimo nella parte di un cassiere, incredibilmente seduto e non impegnato nella solita maratona avanti e indietro che fa a Ballarò.
Risultato: me lo sono guardato praticamente tutto, a parte un pisolino di dieci minuti verso l’una e un quarto che non ha compromesso la comprensione della trama.
C’era Vaporidis, il solito ragazzo un po’ sfigato e frustrato, che per sfondare col suo gruppo rock cercava di convincere una ragazza di origini cinesi ma romanissima d’adozione a cantare con loro per fare buona impressione su un improbabile produttore (Califano). La classica commedia degli equivoci: impresa funebre, luoghi comuni sulla Cina, matrimoni combinati, l’amico che fa da spalla.. Un film che si guarda spegnendo il cervello.
Lui, Vaporidis, mi frega sempre, è tanto caruccio ma i suoi film sono brutti forte. Dovevo immaginarlo che il Santo Protettore Della Cinematografia mi avrebbe punito in qualche modo.

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SPOT, DIMENTICA #2 – "Che cos’era?"

Ho già parlato, poco tempo fa, degli spot: in quell’occasione dicevo che la pubblicità in tv è morta, e il colpo fatale l’ha sferrato Molly di Moment Capsule Molli.

Nell’era del digital media social and product marketing (me lo sono inventato sul momento, ma ho paura di googlare e ritrovare un corso post-universitario con lo stesso nome), le aziende sono attentissime a promuovere i vari prodotti su ogni sito internet di rilievo. Facebook, Twitter, Youtube, Pinterest, Instagram, Google+: fateci caso, adesso le borse di carta dei negozi sono corredate da quadratini colorati, uno per ogni profilo ufficiale del marchio. Come se qualcuno poi andasse a casa e facesse Like sul serio.
(In realtà sì, qualcuno lo fa, ma sono invasati – tipo me – che, quadratino o non quadratino, lo farebbero lo stesso).

Ieri sera cenavo col fidanzato e, tra il Tg5 e Striscia la Notizia, è passata una pubblicità. Tutti gli uomini della casa sono ammutoliti e hanno tenuto gli occhi fissi sul televisore, fino alla fine: c’era Belen che arrivava a casa della Piccinini a bordo di una notissima macchina super sportiva. Avete ben presente, no? Belen è in canottiera bianca e micropantaloni di jeans, la Tomb Raider del nuovo millennio.
E’ finito lo spot, è incominciato il programma.
– Che cos’era? – ho chiesto al fidanzato.
– Cosa?
– La pubblicità. Di cos’era?

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Alpini, Spotted e "Gli zingheri, sono stati, gli zingheri!"

Sembra che la mia città ormai non sia nient’altro. Se la si dovesse giudicare dal di fuori, la si potrebbe ridurre a due parole: ALPINI e SPOTTED.

Per quanto riguarda Spotted, sono sicura di non dire niente di nuovo.
Su Facebook spopolano da qualche mese le pagine che si occupano di riportare a tutti gli utenti i messaggi che gli amministratori ricevono, in forma più o meno anonima. In realtà, lo sapete, sono nate con tutt’altro scopo, ma ora pullulano di frasi capaci di far venire l’orticaria pure a San Francesco, per vari motivi.
Biondina che hai appena fatto benzina al distributore di Via XY, con la 500 bianca, sei bellissima! Esci con me?
PG sei davvero un coglione!
L.M. sei bona da far paura trasudi sesso ti sbatterei in ogni angolo.

E mi fermerò qui, lascio a voi la scoperta delle perle rare nascoste fra soprannomi, iniziali puntate e serate al Comoedia.

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De Rerum Ruzzle.

Di sicuro avete disattivato i suoni. Di sicuro vi siete messi un nome simpatico e la foto di Facebook, o una faccina in incognito come la mia. E di sicuro la notifica sul display indica che avete “altre partite da giocare”.
Sì, amici, parlo di Ruzzle.

Se avete uno smartphone (Android o Apple) e non l’avete installato, significa che siete scampati al virus. Da poco prima di Natale è l’app più scaricata del west, ha intrattenuto amici e parenti durante le feste e ora riempie quei vuoti noiosi e umidicci ad ogni ora del giorno e della notte.

Se l’avete scaricata, andate direttamente al prossimo capoverso.
Ruzzle è un giochino fatto dalla Mag Interactive che ricorda tanto quei quadratini di plastica da spostare per riordinare la figura dell’omino Michelin, negli anni ’90 spopolavano come gadget dai gommisti. Invece che il piede e la faccia dell’omino si hanno delle lettere dell’alfabeto; nel giro di due minuti bisogna formare quante più parole possibili unendo solo le lettere confinanti. Giuro, è più difficile da spiegare che da capire e poi fare, perciò vi metterò una foto esplicativa.

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Da notare le strisciate arancioni: segnano il percorso che ha fatto il mio dito sullo schermo per comporre la parola, dalla prima lettera all’ultima.

Potete giocare coi vostri amici di Facebook o con persone a caso, o con persone di cui sapete il nickname – su Twitter impazza la mania di giocare coi vip, quando ne capite il senso citofonatemi, così salite e ne discutiamo davanti ad un caffè.

La prima volta che ci ho giocato ero sull’iPad e non riuscivo a comprendere le regole con cui il cervellone che sta dietro al giochino scartasse o tenesse valide le parole che strisciavo. “E’ ovvio che vinci”, dicevo a mio fratello, “questo coso ti segna delle parole che non esistono”.
Sbagliato.
L’altro giorno ho letto un articolo in giro per il web (lo trovate qui, ma lo sto per riassumere in cinquanta parole) in cui si diceva che gli sviluppatori si sono basati sul database del dizionario Zanichelli. Dizionario che, come tu mi insegni, non contiene riferimenti geografici e nomi propri di persona.
E allora, mi chiederete, tutte le forme verbali che mi danno punteggio? Stai, stato, state, stati, stia? Facile: i programmatori hanno in sostanza “scorporato” l’accento, in modo che non ci fosse distinzione tra lettera accentata e non, e hanno declinato tutti i verbi secondo le nostre (assolutamente non facili) coniugazioni. Persone, modi, tempi, singolari e plurali. Tutto.

Ruzzle mi piace perché è un giochino veloce e simpatico, che ti permette di fare qualcosa se hai soltanto due minuti e mezzo da buttare. Richiede concentrazione (ma non troppa), una mano sola, una conoscenza media delle parole italiane e una manciata di amici un po’ pippe con cui bullarti. Su Android c’è un pelo troppa pubblicità ma ce lo facciamo andar bene, è una versione Free.
La polemica degli ultimi giorni riguarda il fatto che, giocando con avversari a caso, è possibile trovare in chat qualcuno che ci provi. Fatemelo dire: quelli che te la cercano pure lì sono quasi peggio di quelli che, in Draw Something – altro giochino che assomiglia a Pictionary – al posto di disegnare scrivono “NON LO SO FARE MA E’ BANCA”. Siamo qui per disegnare, se vuoi messaggiare scrivimi su Whatsapp.

Mi piace giocare a Ruzzle perché risveglia la mente e ha a che fare con quello che più mi piace: l’italiano. Mi fa venire in mente parole che neanche sapevo di conoscere – e che, son sicura, alcuni miei avversari non hanno mai sentito nominare.
L’articolo dice che continuare a sfidare gli amici a colpi di vocaboli può stimolare e arricchire la propria conoscenza della lingua. Insomma, se ci presti attenzione passi due minuti divertendoti, batti la tua compagna del liceo che prendeva sempre più di te nel tema e incrementi la tua proprietà di linguaggio.

Sarebbe ottimo se, dopo aver vinto, aprissi lo Zanichelli cartaceo e ti spulciassi qualche definizione, ma non possiamo chiedere a noi italiani di fare una cosa del genere. No.
Quindi cara la mia Mag Interactive, ascoltami: invece di buttarti in Quiz Cross (ne parleremo) devi fare in modo che, fra un turno di gioco e l’altro, compaia una schermata che mostri la definizione di un vocabolo trovato. Invece che propinarci pubblicità all’app di Amazon, adoperati per fare pubblicità alla lingua italiana.
(Qui c’è anche il mio curriculum: quando posso incominciare a lavorare per voi?)

Ah. Se siete arrivati a leggere fin qui meritate un premio. Su Ruzzle il mio nome è iphabi. Sfidatemi, giuro che vi faccio vincere qualche achievement.

Quando la polizia ti ferma per strada.

Entro in macchina.
Devo andare in banca, speriamo non ci sia tanta coda, non come quella volta che – oddio, dove ho messo la borsetta, ah sì, eccola là, dietro. Tra l’altro era il 21 Dicembre, il giorno della coda infinita allo sportello della banca. La signorina l’aveva detto, che c’era qualcosa nell’aria. #haivistomaya.

Esco dal piazzale, mi immetto sulla statale, guardo a destra e sinistra, c’è una fila di macchine lunghissima da ‘sta parte. Forse, però, ecco, sì dai, dopo il camioncino, ci sto. Vado. Sono sulla statale.

Faccio pochi metri, in lontananza scorgo una donna vestita di blu che agita qualcosa.. Cos’è? Un tubo? Cosa vuole?
Avanzo di qualche metro – e di qualche diottria – e capisco: è una poliziotta che mi fa segno di accostare a destra. Mapporc.

Ecco cosa mi è successo oggi alle 12.

Cosa fare in questi casi:

a) lasciar stare tutti i santi del paradiso, gli zii lontani e gli animali: anche se li invocate, loro non verranno in vostro soccorso.

b) mettere la freccia prima di accostare davanti al poliziotto.

c) ricordarvi esattamente dove avete il libretto. A questo proposito, consiglio di fare delle esercitazioni per poterlo estrarre dal portaoggetti al momento più opportuno. Di sicuro non siete talmente sprovveduti da non saperlo, ma lo dico per esperienza: ho imparato a riconoscere il libretto qualche tempo dopo aver preso la patente, e per puro caso. Per me l’interno di quel cassetto nel cruscotto era come il terzo segreto di Fatima.

(e magari, d), rendersi conto che Carta di Circolazione equivale al Libretto. Perché, appunto, ci si potrebbe immaginare un “libretto” vero e proprio: un insieme di pagine, un qualcosa con una copertina e un’intestazione.. Invece è un foglio di carta pesante con delle sigle, piegato solitamente in quattro, che del libro non ha neanche l’odore. Se avessi preso l’abitudine di chiamarlo Carta di Circolazione forse non avrei rischiato l’infarto quando, quella volta, mi sono resa conto che stavo porgendo al poliziotto il manuale d’istruzioni del cambio automatico).

e) ricordarvi dove avete la patente. Io la tengo sempre nel portafoglio a portata di mano (anche perché è il documento con la foto migliore che ho, ci manca poco che la metta come foto profilo di Facebook..), ma conosco gente che la nasconde in spazi angusti del borsellino e poi si fa travolgere dal panico quando, a colpo d’occhio, non la trova. Perché la imboscate? E’ rosa, sembra una tessera fedeltà di una profumeria, è tanto carina..

f) respirare. A meno che voi non stiate trasportando merce sospettabile, che non abbiate appena fatto una manovra pericolosissima o che non indossiate la cintura, probabilmente quello sarà un controllo di routine. Gli agenti devono per forza fermare una manciata di macchine per ogni posto di blocco e può essere semplicemente che quello sia il vostro momento.

g) anche se vi viene la tachicardia, ripeto, respirate. E sorridete. Ma non troppo. Se siete donne, non mostrate le tette oltremodo all’agente maschio. Se siete uomini, non lodate oltremodo il visino carino dell’agente femmina. Siate sorridenti, gentili, ed educati.

– Salve.
– Buongiorno.
– Favorisca carta di circolazione e patente.
– Sì. Un attimo.
Prendo il libretto, prendo la patente. E’ una poliziotta. Con i capelli raccolti castani e gli occhi scurissimi.
Oddio perché mi tremano le mani?, non ho fatto niente di male, e soprattutto non ho nessun problema alla macchina.. A parte il fanalino dietro che non funziona. Va be’ ma tanto cosa ne sa lei, mi sono fermata prima, non può aver visto la parte dietro. Sicuro.
La guardo da dietro il finestrino, sta leggendo il libretto. Adesso come minimo mi chiede a chi è intestata la macchina, come quello che mi ha fermato qualche mese fa e mi ha chiesto chi mai fosse il proprietario, ma chi vuoi che sia, se ha il mio stesso cognome? Oh, ma lì dietro c’è un altro poliziotto.. Cosa fa? Scrive? Boh. Che ore sono, le dodici e dieci, ecco adesso mi toccherà mangiare di fretta, lo so, in banca ci sarà fila. Meno male che non stavo twittando. Va be’ che avrei mollato subito il cellulare, ma insomma.. Ma quanto ci mette, non dovrebbe aver già finito, non vorrei mai che – oh, ecco.
– Tenga. A posto. Grazie.
– A lei. Grazie.

Riparto. Chiave. Cintura, la cintura!, mi stavo dimenticando la cintura. Freccia – si sa mai che sia noiosa, va’. Speriamo non noti il fanalino rotto.
Aspetto che passi questa Punto, e vado. Mi rimetto sulla statale.
Adesso sì che posso twittarlo!