Periscope, ovvero cronache di un’impedita tecnologica

Ieri mi è arrivata una notifica. Il tizio che stai seguendo su Twitter più altri dodici hanno iniziato a seguire @Periscopeco. Ho cliccato su questo Persico Peco – lo avevo letto così la prima volta – e ho dato uno sguardo qua e là. Diceva qualcosa tipo “explore the world through someone else’s eyes”. Io, che per scoprire il mondo devo per forza guardare attraverso un paio di occhiali, mi sono fatta abbindolare.

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Vado sull’app store, la cerco e me la installo. Accedo, tramite ovviamente l’account Twitter, inizio a seguire quegli utenti che mi vengono consigliati, verifico la mia email – faccio le solite cagate insomma. E poi vado nella pagina “watch”. Davanti agli occhi iniziano a scorrermi dei titolini, “parking in LA”, “driving”, “Periscope demo” e tanti altri. Boh. Ne clicco uno a caso, aspetto che si connetta, inizio a sentire l’audio, non si capisce niente. Che cagata, penso. Quanto è dispersivo, non si capisce niente.

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THE LADY di Lory Del Santo – una speranza per il cinema italiano

Avete visto i trailer dei film di Natale? Uno scandalo. Boldi, Aldo Giovanni e Giacomo, Lillo e Greg.. siamo davvero caduti in basso, questa volta.
Per risollevarvi il morale, per dimostrarvi che il cinema italiano ha davvero ancora qualcosa su cui puntare (basta Sorrentino, basta “capitale umano”, basta registi fuffa che fanno cose incomprensibili) ho trovato un prodotto che, credetemi, ci può salvare da questo declino inesorabile verso il nulla. Un faro in mezzo alla spazzatura, un’ancora in mezzo a questa palude di trascuratezza e mediocrità. Una perla rara, rarissima, che risponde al nome di The Lady, una web serie firmata, registrata, montata, prodotta, scritta, sceneggiata e diretta da Lory Del Santo.

The Lady - Lory Del Santo

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Ogni pollice opponibile, un piccolo mondo: tipi da Whatsapp

Non il maltempo, non il Jobs Act, non la disoccupazione. La grande questione delle scorse settimane sembrava essere una sola: le spunte blu di Whatsapp. La reale conferma che il tuo interlocutore ha letto il tuo messaggio e che, probabilmente, sta pensando a cosa risponderti. Una svolta incredibile, a quanto pare.

A me tutto questo ha provocato una fase di incredulità iniziale, durata sì e no quattro minuti e mezzo (il tempo di scriverlo alle mie amiche e ad Architetto, “oh ma anche a te son diventati blu o è il mio telefono che è radioattivo?”). Non ho gridato allo scandalo: che Zuckerberg e compagnia bella siano particolarmente inclini allo stalking già si sapeva da anni, quindi non scomponiamoci e andiamo avanti a scriverci e a mandarci cuoricini come facevamo ieri. E sticazzi della tecnologia e di tutti quelli che si fanno ‘sti problemi, quelli che si tormentano sul serio, ha letto e non mi ha risposto, ODDIO, PANICO, ultimo accesso due minuti fa, perché?!?!
Magari avevo semplicemente da fare, magari non avevo tempo, o magari non volevo risponderti. In ogni caso la risposta, caro amico che ti tormenti, è dentro di te. Ogni pollice opponibile è un piccolo mondo. Lo stesso pollice opponibile che negli ultimi anni ha ticchettato avanti e indietro per comporre sms (così corti e costosi, con alla fine l’onnipresente risp sul mio, che era un po’ perentorio ma sottintendeva anche stai tranqui e risp un po’ quanto ti pare) e che ora, ticchettando, contribuisce a creare un “tipo da Whatsapp”.
Tutti siamo un tipo – io stessa sono un tipo, o anche due insieme a volte. Qui di seguito i principali. O meglio, quelli che stanno ancora aspettando una mia risposta.

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"Together alone at the phone"

Sarà diventato un tic nervoso. Dev’essere così, perché altrimenti non si spiega.

Sto parlando dell’abitudine ossessiva di controllare il cellulare, non tanto per vedere se il fidanzato con cui abbiamo litigato ci ha mandato una bandiera bianca su whatsapp, ma per controllare i social network. Di solito si scorre la timeline per noia, per riempire i tempi morti; sull’autobus, in metropolitana, mentre si aspetta che ci passino a prendere. E fin lì credo che neanche il mio ragazzo, noto per i suoi atteggiamenti da uomo preistorico nemico della tecnologia (“ma solo di quella inutile”, dice), avrebbe da ridire.
Se il mondo fosse diviso in due categorie – quelli che non ci trovano nulla di male e quelli che invece alzano gli occhi al cielo non appena prendiamo il cellulare per spostarlo dalla tasca della giacca alla borsetta – lui andrebbe assolutamente incluso nella seconda.

Qual è il punto? Il punto è che io sono più vicina al primo gruppo.
Fra i miei amici sono di sicuro la più “social”, quella più attenta ai feedback della rete – sono anche l’unica ad avere un blog, vostro onore – e quindi quella che si muove l’80% del tempo con lo smartphone in mano. Sarà capitato qualche volta di twittare mentre ero a tavola, ma sarà stato un caso: di solito se scorro il dito sul display non è per noia ma per rispondere a qualcuno che mi cerca, o per controllare una notifica. Sono invasata, ma fino ad un certo punto. Ci sono persone che possono testimoniarlo, lo giuro.

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#insta-lassa-lè: in principio era il cancelletto.

All’inizio lo conoscevamo solamente perché era in fondo alla tastiera del cellulare. Era da parte allo zero, graficamente sembrava una cornicetta: asterisco zero cancelletto.
In quanto a funzionalità, serviva praticamente solo a chiamare “con l’anonimo”: facevi cancelletto-31-cancelletto-zero-tre-tre-cinque e tutto il resto, e sul display del tuo interlocutore veniva fuori “numero privato”.

Poi è arrivato Twitter, poi è arrivato Instagram, poi è arrivato Facebook: tutti ora hanno gli “hashtag”, ovvero quella funzione comodissima da motore di ricerca che permette di raggruppare i tweet, le foto o i post che hanno al loro interno quella determinata parola o espressione. E’ come avere sempre Google a portata di mano, o il cmd+f.
Già su Twitter da un po’ di tempo col cancelletto noi utenti l’abbiamo un po’ svaccata.
Anche a me capita di usarli un po’ a caso: magari scrivo pezzi di frase, o #madai, #sdeng, #ahbeh.. Dopotutto, per me il cancelletto è diventato una vera e propria forma mentis; rispondo anche a sms o a messaggi su Whatsapp scancellettando, perché a volte un tag rende meglio l’idea rispetto ad un discorso dettagliato con virgole punti e due punti.
Non è un’abitudine così deprecabile, dai.

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