Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, su una panchina con mia nonna. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

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Gridare in silenzio – Isola d’Elba, il racconto a parole

Procchio (Isola d'Elba)

Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.
(D. Pennac)

Nota prima di incominciare: l’Architetto è decisamente un tipo da ho fotografato per non dimenticare. E’ un tipo che fotografa l’impossibile, cercando di allineare tutto come se avesse sullo schermo i righelli di Photoshop.
Ho pensato a lungo a cosa scrivere una volta tornata da questo mio viaggio; guardando le foto mi è addirittura venuto lo schizzo di lasciar parlare solo le immagini, talmente erano venute bene, ma non sarei io. Io devo descrivere, per non dimenticare, devo mettere in fila le virgole e i punti, devo essere esaustiva. Perciò questa volta insieme, io e lui, ognuno con il proprio linguaggio, cercheremo di raccontare l’isola d’Elba, che non è niente di nuovo né di esotico, ma nasconde colori e sfumature che neanche noi pensavamo di trovare.
Per una questione di spazio ho dovuto rimpicciolire e tralasciare molte immagini. Per il racconto fotografico silenzioso, quindi, c’è FLICKR.

Mi spaventava il traghetto, all’inizio. C’ero già stata con i miei genitori quando ero più piccola e mi ricordavo di aver avuto un fortissimo senso di nausea per tutto il tempo. Una volta salita ho capito: era la stanza chiusa, quella coi seggiolini e il soffitto basso e l’aria che non circola a darmi fastidio. Va bene che soffro il mal di mare, ma sul ponte, con l’aria in faccia e il vento che ti fa i capelli da pazza, era tutta un’altra storia.

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Valigia.doc e tre cose che mi fanno così tanto estate

Lungi da me dall’essere una fashion blogger. Non so nemmeno cosa sia, una fashion blogger.
Di solito mi vesto un po’ a caso, soprattutto se devo andare dall’Architetto dopo cena giusto per due chiacchiere e due bacini, e mi stupisco anche di come in realtà io possa riscuotere successo. A volte preferirei arrotolarmi dello scotch addosso e lanciarmi dentro l’armadio, così da mischiare i capi senza un minimo di cognizione, e invece no, bisogna pure sforzarsi e trovare l’ispirazione per vestirsi.
Con la mia fisicità, più simile a quella di una russa che partecipa alle olimpiadi nel lancio del martello che ad una ballerina, non posso di certo permettermi abiti aderenti o pantaloncini girochiappa che andrebbero bene solo nel tragitto spiaggia-casa del mare.. Anche se in realtà c’è molta gente che se ne frega: soprattutto ora che vanno di moda i leggings, vedo dei prosciutti avvolti in tessuto nero (o tessuto fiorato, o tessuto di qualsiasi colore e fattura) che vanno in giro sciabattando anche con una certa fierezza, e devo dire che lì per lì mi scatta l’invidia. Invidia non per i loro prosciutti – a salumeria stiamo a posto anche qui, grazie – ma per la spavalderia con cui indossano dei pantaloncini più corti del mio pigiama, o delle gonne a vita alta che rendono i loro fianchi ancora più larghi di quanto lo siano in realtà. Io, conciata in quel modo, non riuscirei neanche a fare un passo oltre il mio armadio senza sentirmi una mongolfiera incastrata fra due montagne. Loro invece sono comode, fresche, e probabilmente se ne sbattono. E mi rendo conto che a sbagliare sono io, ovviamente.

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Dieci cose da scoprire se già conoscevi Parigi.

Di Parigi ho già ampiamente parlato. Ci sono stata col fidanzato a fine marzo di quest’anno, lui aveva bisogno di vedere il sito di progetto della sua tesi di laurea e io l’avevo gentilmente accompagnato.
Anche mia madre, sul finire di questo 2013, ha deciso di prenotare per portarci tutti a vedere la Gioconda. Io, lo ammetto, ero particolarmente disinteressata; l’avevo visitata troppo poco tempo prima, mi ricordavo tutti gli angolini e poi, insomma.. l’amore rende ciechi ma Parigi la mette a fuoco benissimo.
Così, mi sono divertita a fare fotografie di spazi che prima non avevo calcolato, a provare ogni tipo di cibo importato dall’America su suolo francese e a guardare con occhi diversi quelle cose che mi avevano sopraffatto la prima volta.

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1. I parigini hanno un problema con le persiane. Ma forse anche con le tende. Se prendete la RER dall’aeroporto Charles De Gaulle e andate verso il centro di Parigi, dal treno potrete vedere l’interno di ogni finestra che vi si staglia davanti agli occhi. Una mia amica su Twitter mi ha detto che è una cosa che ha riscontrato in molti posti tranne Italia e Spagna; io non ci avevo mai fatto caso finché non ho visto così tanta gente che, a differenza nostra, si rifiuta di murarsi viva dietro alle tapparelle.

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Tema: Che cosa ho fatto durante le vacanze.

Molta gente dice che quest’estate non ha fatto tanto caldo. Io non so, non saprei dire. So solo che il telecomando dell’aria condizionata l’ho preso in mano molte volte, e spesso impostavo il timer di spegnimento un’ora più avanti, così magari evitavo di sudare anche solo nel fare il tragitto divano-frigorifero per riempirmi il bicchiere di acqua.

Non è stata una bellissima estate, di quelle da incorniciare e da riavvolgere ancora, e ancora, ma tutto sommato non è stata neanche terribile. E’ iniziata in sordina, con una richiesta di andare in vacanza non accolta ed è finita con una vacanza inaspettata, e graditissima. Nel mezzo ci sono state serate in pizzeria col tramonto davanti, cene in famiglia decisamente troppo abbondanti e film, visti soprattutto di mattina e in seconda serata grazie ai canali che Mediaset Premium mi ha gentilmente messo a disposizione per due mesi.
C’è stato anche il mio compleanno, che è stato lo spunto per un weekend di festeggiamenti e baldoria adolescenziale in un posto quasi ad alta quota. Abbiamo dormito in tenda in nove – tranne uno, che ha soggiornato in una meravigliosa legnaia credendo fosse un granaio – ma alla fine non abbiamo neanche dormito, perché a che serve dormire di notte quando poi puoi farlo il giorno dopo? La notte è fatta per sorreggere i tuoi amici che hanno alzato decisamente troppo il gomito e per aiutarli a trovare gli occhiali che hanno perso in mezzo ai campi. Gli occhiali, e la faccia, naturalmente.

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