CBCR: barba, Cresci Bene Che Ripasso

Ok, mi avete definitivamente convinto.

Fino all’anno scorso (data ovviamente indicativa, perché è stato un lungo processo iniziato non mi ricordo neanche quando) mi dichiaravo fiera sostenitrice del viso maschile completamente sbarbato. Probabile che fosse un rimasuglio dell’adolescenza e del mi piace quel tipo dell’altra sezione, perché sono sempre stata una fan dei faccini puliti. Oppure era semplicemente una repulsione verso l’effetto grattugia – diciamolo, agli uomini piace la barba anche perché non sono soliti strofinarsi l’uno con l’altro in quelle 36 ore che seguono la rasatura. Se poi tu, fidanzata strofinata, hai anche la pelle delicata puoi benissimo metterti il cuore in pace, e invece no. Continuiamo a spendere soldi in creme antirossori e ci spalmiamo in faccia la bava di lumaca per prevenire la couperose.

Poi c’è stata la svolta e davvero mi avete convinto. Non solo la mia amica Vanna Banality Fair porta avanti da anni una crociata a favore degli uomini con la barba, ma attorno a me tutti sono cresciuti e hanno abbandonato la rasatura sistematica sotto la doccia per provare a ricoprire il loro mento di peli. (E’ vero, detta detta così fa prendere un po’ a male, ma ricordiamoci sempre che la barba, in ogni caso, è fatta di peli).

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C’è la crisi del settimo anno, e poi c’è Risiko.

Ho controllato e nessun sondaggio ISTAT riporta questi risultati, ma fidatevi: in realtà la principale causa di divorzio in Italia è RISIKO.

Non sono particolarmente fissata con i giochi di società. Da piccola ne avevo pochissimi, perché andava sempre a finire che i miei fratelli perdevano i dadi, mischiavano le carte con quelle di altri giochi, rompevano il tabellone e nascondevano le pedine. Ricordo solo una Ruota della fortuna con una scatola mezza scassata, un Allegro chirurgo col malato senza neanche più un organo interno e probabilmente un Saltinmente. Da qualche parte dovrebbe esserci ancora il dado strano, con tutte le lettere dell’alfabeto. Solitamente ci giocavo quando andavo a casa degli amichetti, almeno da loro le scatole erano pressoché intatte. Oppure me li inventavo – alla fine cosa ci vuole? Saltinmente non è nient’altro che “Nomi cose città”; per Pictionary bastano un foglio, una matita e una manciata da parole da disegnare. Facilissimo.

E’ successo poi che sono cresciuta e tutti quei giochi, insieme alle Barbie e alla mia amata cucina attrezzata (era stupenda, non era la Nouvelle Cuisine della pubblicità ma era fighissima lo stesso), hanno trovato un posto – o in cantina o nel bidone, non lo voglio neanche sapere perché mi piange il cuore – e ho incominciato ad avvicinarmi a giochi più seri. No, niente strategie, colpi di stato o cose troppo difficili; il massimo è stato Risiko.

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La primavera, la stagione degli amori – lettera aperta ai Fortunati

Turudì.

A mezzogiorno, appena messo piede in casa, mi è suonato il cellulare, col suono di una notifica strana. Lo prendo dalla tasca, scorro in basso la tendina ed eccolo lì: è ilMeteo.it, che ci tiene a farmi sapere una news sulle previsioni del tempo.
Evidentemente mi conosce bene: io il meteo non lo ascolto quasi mai in coda al tg, figurati quando lo mettono fra una pubblicità e l’altra. Per me poi le previsioni erano un must solo quando ero piccola e c’era Guido Caroselli, che si agitava fra le nuvolette e stava dritto davanti alla cartina, sempre firmata col suo nome in bella grafia.

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La notifica mi era già arrivata un’altra volta: qui nella mia zona qualche tempo fa era attesa una nevicata record e il messaggino mi è apparso sul display tre o quattro volte. Tranquillo, meteo, tanto le gomme da neve alla macchina già le avevo, ma mi avevi messo un po’ di ansia da prestazione lo stesso. Roba che mi era venuta voglia di girare con i moon boots anche in casa, perché non si è mai abbastanza previdenti.

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"Together alone at the phone"

Sarà diventato un tic nervoso. Dev’essere così, perché altrimenti non si spiega.

Sto parlando dell’abitudine ossessiva di controllare il cellulare, non tanto per vedere se il fidanzato con cui abbiamo litigato ci ha mandato una bandiera bianca su whatsapp, ma per controllare i social network. Di solito si scorre la timeline per noia, per riempire i tempi morti; sull’autobus, in metropolitana, mentre si aspetta che ci passino a prendere. E fin lì credo che neanche il mio ragazzo, noto per i suoi atteggiamenti da uomo preistorico nemico della tecnologia (“ma solo di quella inutile”, dice), avrebbe da ridire.
Se il mondo fosse diviso in due categorie – quelli che non ci trovano nulla di male e quelli che invece alzano gli occhi al cielo non appena prendiamo il cellulare per spostarlo dalla tasca della giacca alla borsetta – lui andrebbe assolutamente incluso nella seconda.

Qual è il punto? Il punto è che io sono più vicina al primo gruppo.
Fra i miei amici sono di sicuro la più “social”, quella più attenta ai feedback della rete – sono anche l’unica ad avere un blog, vostro onore – e quindi quella che si muove l’80% del tempo con lo smartphone in mano. Sarà capitato qualche volta di twittare mentre ero a tavola, ma sarà stato un caso: di solito se scorro il dito sul display non è per noia ma per rispondere a qualcuno che mi cerca, o per controllare una notifica. Sono invasata, ma fino ad un certo punto. Ci sono persone che possono testimoniarlo, lo giuro.

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EROI METROPOLITANI: Gli scaricabatterie.

Fino a inizio Gennaio mi professavo sostenitrice assoluta del cellulare con i tasti.
Il mio amore per la tastiera QWERTY risale a uno dei primi anni delle superiori; il mio Nokia con la cover di plastica mi stava abbandonando e mio papà ne aveva appena vinto uno dal benzinaio, mezzo azzurro e mezzo lilla.
– Tienilo tu, che continui a fare ci-cick con quel robo, almeno scriverai un po’ più comoda.

Era un 6820: davanti era un normalissimo Nokia col t9, ma se lo aprivi ti si ponevano davanti tutti i tasti, come sul computer, e lo schermo girava. L’antenato dell’iPhone.
Vi consiglio di aprire l’immagine, perché la mia descrizione non rende giustizia: era un vero modello d’avanguardia.

La mia storia con QWERTY si è dovuta interrompere per un po’, fino a qualche anno fa; avevo un Samsung perfettamente funzionante, con tastiera a scorrimento e scocca viola, ma ne avevo puntato un altro, il Corby Txt, ovvero un Blackberry senza essere un Blackberry. 129 euro, strisciata di Bancomat e via.
Una mattina, però, mi sono svegliata e lui non c’era più. Era attaccato al cavetto, come tutte le mattine, ma di lui nessun segno di vita. L’ho portato al centro riparazioni ma non c’era più niente da fare; così, ho incominciato a spulciarmi i volantini di Unieuro e Mediaworld per cercare qualche modello che mi piacesse.
Invano.

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