Se ce l’ho fatta io #2 – Qualche sana pacca di incoraggiamento

Sì, lo sappiamo – mi sembra di sentirlo – vai a correre e sei brava, ora non rompere però, dai.
Non ho scuse: fino a poco tempo fa neanche facevo un metro senza sentirmi pervasa da una crisi respiratoria, quindi capitemi, ho la fregola di un esaltato appena convertito all’islam. O di Jill Cooper, visto quello che avevo scritto nel primo post sulla corsa.

Ultimamente però non mi sono comportata come il galateo del running vorrebbe. Preferisco correre in inverno, perché mi posso nascondere sotto ai vestiti (anche perché non si boccheggia dal caldo, certo, ma non diciamo cazzate, è perché mi posso nascondere meglio sotto ai vestiti). Nonostante questo, dopo un inizio col botto è da novembre che ho un po’ calato il ritmo. Ci vado comunque, eh, meno spesso ma ci vado. Il fatto è che se prima per farmi allacciare le scarpe e andare bastava il pensiero, ora devo impegnarmi anche solo per trascinarmi di là e vestirmi.

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Se ce l’ho fatta io – Correre for dummies (o for pigris)

Partiamo da un presupposto: se nella vita si potesse scegliere un superpotere, io chiederei sicuramente quello di non sentire la fatica. E con fatica intendo sia quella fisica che quella da rottura di palle, di quando fai qualcosa che non hai voglia di fare. Se non senti la fatica (o se impari a conviverci) è tutto in discesa. Quindi tutto quello che dirò da qui in avanti ha una premessa: fare movimento – non fare sport ma “movimento”, pigliamola con calma – è un farsi violenza, soprattutto se si è pigri tanto quanto un divano di pelle IKEA STOCKHOLM.

Ieri sono andata a correre e il parco era pieno. C’era gente di tutte le età e dimensioni, gente che andava spedita e gente con un’andatura timida, come se avesse paura di dar fastidio. Credo che correre sia un po’ tornato di moda, dopo il boom delle palestre e di zumba, ma forse è anche il periodo: è settembre, dopo un’estate un po’ rilassata viene naturale cercare di rimettersi in riga con la cosa più facile (e più economica) del mondo.
Dopo una pausa obbligata, dovuta alle vacanze e agli impegni estivi, ho ricominciato a pieno regime. Ho dovuto farlo non solo perché mi piace, ma anche perché i miei jeans (comprati appositamente di una taglia in meno) a luglio mi stavano perfetti e adesso invece stanno cercando di uccidermi con quel cazzo di bottone che mi si conficca nella pancia. Dimmi te se è normale che un paio di jeans si restringano da soli, nell’armadio, senza lavarli. Ho sentito che è successo a molti di voi quest’estate, quindi armiamoci di santa pazienza e parliamone, di ‘sto armadio che stringe i vestiti. Al parco, domani, dopo una corsetta.

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Dimmi quanto sai dei mondiali #etidiròchisei

Perdonatemi. Durante l’anno esprimo in modo moderato la mia fede calcistica, ma questa volta dei mondiali ho proprio voglia. Sarà perché faccio parte della categoria degli orfani del Milan, e qui mi fermo – siamo in fascia protetta e ogni parolaccia, non appena arriva alle orecchie del mio fratellino, mi costa cinquanta centesimi.. Sento la necessità di provare della sana adrenalina sportiva, poco importa se arriverà dalla nazionale italiana o dalla Bosnia. Quest’anno prendiamo tutto quel che c’è.

Stasera, a mezzanotte, ci sarà la prima partita degli azzurri. Non preoccupatevi, non dovrete tornare a casa in anticipo dalla vostra serata perché mettono pioggia. Fortunatamente farà anche più fresco degli ultimi giorni. Mettete le birre in frigo, preparate del cibo spazzatura, tirate fuori la maglia fortunata del 2006 e raccontate (di nuovo, per l’ennesima volta) ai vostri amici dove eravate quando il cielo era azzurro sopra Berlino.
Per mezzanotte saremo carichi come delle mine. Oppure saremo disfattisti come un branco di hooligans, o ignoranti come i tifosi degli Stati Uniti (“svegliatemi quando fanno touchdown”). Nel frattempo, rinfreschiamoci la memoria.

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Pensieri – Magari tutto fosse così semplice

Caldo, ma non troppo. Sembra il tempo perfetto.
Maglietta, pantaloncini, leggings. Calze – dove sono le calze, le voglio bianche che se no non ci stanno bene. E te pareva, queste sono scompagnate, ma tanto sembrano uguali. Scarpe, non troppo strette o ti faranno male le caviglie come l’altra volta.
Giù a terra, uno due, guardati i piedi, guarda in avanti, cinque sei, tira i muscoli, nove e dieci.
Ipod, è là, lo aggancio ai pantaloncini, meno male nessuno mi ha fregato le cuffie. Connessione dati e gps del cellulare, attivo, registra sessione, via.

Mi pizzica il naso. Ecco, lo sapevo, non dovevo uscire con questi piumini ora che ho l’allergia. Stanno pure tagliando l’erba là in fondo, datemi una maschera d’ossigeno o morirò. Cammino ancora un pochino, no questa canzone che palle l’ho ascoltata anche l’altro giorno, cambio. Quando arrivo a quell’angolo incomincio.
No. C’è un cane. Devo spostarmi, ma spero non fiuti la mia paura. Salto sull’aiuola – cagnolino stai buono lì io non disturbo te tu non disturbi me, siamo amici ok? Bene, non mi ha cagato, ciao cagnolino la prossima volta ti passerò più vicino, te lo prometto. Ho girato l’angolo, vado. Aspetta che cambio canzone. Ok vado.

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#MenneaDay – Sono solo venti secondi.

Oggi si celebra il Mennea Day. 

Sì, lo so che la parola vi ricorda  soltanto il “mayday” che si sente nei film quando un aereo precipita o una barca sta per andare a picco come il Titanic, ma non è niente di tutto questo. Anche se, dal mio punto di vista, riguarda comunque qualcosa di catastrofico.

Dovete sapere che ultimamente il mondo dell’atletica è popolato da strane creature, quasi dei missili umani; spesso hanno la pelle nera e due cose strane, più simili a dei prosciutti crudi di Parma che a cosce normali, dentro ai pantaloncini. Non solo Bolt, anche quegli altri americani che sono stati squalificati quest’estate.. Dei mostri.
Pensate che però nel 1979 il record dei 200 metri piani è stato siglato da un italiano. Mennea, appunto.
Nella mia testa non ho mai avuto un’immagine chiara di Mennea. Per me era vestito di azzurro, con i pantaloncini bianchi corti che andavano di moda in quegli anni, ma la faccia era di quel calciatore che esulta alla fine dei mondiali dell’82.

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