Il paese con l’esse davanti (perché ogni pensiero è superfluo)

Di fronte agli ultimi fatti di Parigi, di fronte a tutto questo parlare sparlare e straparlare, io ho deciso di fare silenzio. E di aprire la mia copia delle Favole al telefono.

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l’esse davanti. – Ma che razza di paese è? – domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero. Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.
– Vede questo?
– È un temperino.
– Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l’esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole.
– Magnifico, – disse Giovannino. – E poi?

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Il pavimento su cui camminiamo

Non te lo spiegano, che crescere è un po’ come ritornare piccoli. Come quando continuavi a chiedere alla mamma perché -perché perché perché dobbiamo andare dalla nonna, perché devo mangiare i finocchi se mi fanno schifo, perché.

Arriva un momento nella vita in cui non rispondi più di te stesso perché hai paura. Riesci a distinguerla, quella paura lì, quella vera, dal mal di gola che ti provocano le lacrime che ti si seccano a metà via. Dal fatto che non riesci a parlare, non riesci a spiegarti, non riesci a guardare con lucidità le cose – dal fatto che non ti senti più tu. E dal fatto che ti poni delle domande, perché perché perché perché, e hai paura anche solo a cercare le risposte.

Ho già parlato di Alessandro D’Avenia, in passato. Avevo letto il suo libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e ne avevo parlato qui, dicendogli come con la sua Beatrice mi aveva dato un pugno fortissimo nello stomaco e mi aveva costretto ad aprire un baule pieno di povere e di ricordi. Quel baule negli ultimi anni si è riempito di nuovo, di storie, di persone, di esigenze, e non ho mai più dovuto riaprirlo fino a qualche giorno fa. Ecco perché appena ho visto che Alessandro D’Avenia parlava oggi in Cattolica non ci ho pensato due volte, ad andare.

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Le due facce della medaglia – non è mare senza un libro da leggere (o da tirarti dietro)

Qualche anno fa per la prima volta io e il mio fidanzato abbiamo passato le vacanze al mare completamente da soli. Eravamo nel nostro solito campeggio, che abbiamo abbandonato dopo poco per migrare verso altri lidi, dai quali non ci siamo però mai allontanati con decisione.
Lui non era ancora un architetto fatto e finito ma uno squattrinato studente alle prese con revisioni e progetti in Autocad, la situazione era quindi molto diversa da oggi (prego notare la vena sarcastica, grazie). Io sì, io ero uguale, solo con un briciolo in meno di fiducia in me stessa e con tanta spensieratezza fra i capelli.

Prima di allora eravamo abituati ad andare al mare in compagnia. Amici, i miei fratelli, suo fratello: c’era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, roba che per stare un po’ insieme dovevamo ritagliarci dei momenti fugaci come se fossimo rinchiusi nella casa del Grande Fratello. Di bello, però, c’era che avevamo comunque sempre qualcosa da fare. Non correvamo il rischio di annoiarci. E con me è facile, perché fidatevi, io al mare sono veramente insopportabile.

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Libri a cui non farei mai la piega all’angolo della pagina – La crescenza

Quando ero piccola non c’erano così tanti ipermercati. Ce n’era solo uno, gigantesco, appena al di là del ponte sul Po. Ci andavamo una, massimo due volte l’anno, perché ci mettevamo delle ore a girarlo tutto (adesso riuscirei a farci la spesa in quaranta minuti massimo, ma chissà, forse all’epoca ci perdevamo fra tutte quelle corsie e quegli scaffali).
Mi piaceva un sacco andarci, prima di tutto perché  le signorine del supermercato facevano il giro del negozio sui pattini – giuro, sui pattini. E poi perché alle casse ti imbustavano la spesa e, schiacciando un pulsante, ti arrivava su un rullo il sacchetto già riempito e a te non restava altro da fare che metterlo nel carrello. Era quasi ipnotico.
Mi piaceva un sacco andarci anche perché la mamma mi faceva comprare cose che solitamente potevo vedere solo col binocolo. Di sicuro cioccolato, coca cola e giocattoli (c’era una corsia intera tutta piena di Barbie, il paradiso), ma io mi ricordo soprattutto i Frosties, quei cereali tipo corn flakes con lo zucchero sopra, super croccanti. Li adoravo. Probabilmente mia mamma mi prendeva una sottomarca, perché in macchina mentre tornavamo a casa li aprivo sempre per sgranocchiarne un po’ e leggevo gli ingredienti sulla scatola. E leggevo PARTICOLARMENTE INDICATI IN FASE DI CRESCENZA. Guarda mamma c’è un errore, dicevo. E lei mi rispondeva che l’avevano tradotto male dal francese. Non ci ho mai creduto del tutto. Capita a tutti di sbagliare, anche a quelli dei cereali.

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Lettera aperta ad Alessandro D’Avenia.

Caro Alessandro D’Avenia,

ho appena finito di leggere il tuo libro, Bianca come il latte, rossa come il sangue.
Mi sono decisa dopo tanto tempo: nutro sempre una certa curiosità per i bestseller, mi piace conoscere e cercare di capire il gusto del grande pubblico, più che di quello di nicchia. Se un libro fa successo c’è sempre un motivo e io, puntuale come se lavorassi per Scotland Yard, voglio scoprirlo.

Non mi sono voluta rovinare niente. Non essendoci il risvolto di copertina, col Kindle mi viene difficile leggiucchiare qualcosa della trama prima di tuffarmi dentro ad un romanzo, soprattutto se compro a scatola chiusa.
Quando ho iniziato, quindi, avevo la mente sgombra da ogni indizio e pregiudizio.

Te lo dico subito: non ho capito se mi è piaciuto o no.
Quando sono arrivata al 100% ero incazzata. Con me stessa, ma anche un po’ con te.
Avevo la mente annebbiata, continuavo a ripetermi che ero stata stupida a non leggere niente prima, almeno non ci sarei rimasta così, come un cioccolatino mezzo sciolto dopo che te lo sei dimenticato nella giacca.
Non dico mica Leo, né Silvia:  quei discorsi mi rimbombano ancora adesso nelle orecchie. “La amerei, se. Però no, c’è Beatrice”. 

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