Le due facce della medaglia – non è mare senza un libro da leggere (o da tirarti dietro)

Qualche anno fa per la prima volta io e il mio fidanzato abbiamo passato le vacanze al mare completamente da soli. Eravamo nel nostro solito campeggio, che abbiamo abbandonato dopo poco per migrare verso altri lidi, dai quali non ci siamo però mai allontanati con decisione.
Lui non era ancora un architetto fatto e finito ma uno squattrinato studente alle prese con revisioni e progetti in Autocad, la situazione era quindi molto diversa da oggi (prego notare la vena sarcastica, grazie). Io sì, io ero uguale, solo con un briciolo in meno di fiducia in me stessa e con tanta spensieratezza fra i capelli.

Prima di allora eravamo abituati ad andare al mare in compagnia. Amici, i miei fratelli, suo fratello: c’era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, roba che per stare un po’ insieme dovevamo ritagliarci dei momenti fugaci come se fossimo rinchiusi nella casa del Grande Fratello. Di bello, però, c’era che avevamo comunque sempre qualcosa da fare. Non correvamo il rischio di annoiarci. E con me è facile, perché fidatevi, io al mare sono veramente insopportabile.

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Pensieri – Magari tutto fosse così semplice

Caldo, ma non troppo. Sembra il tempo perfetto.
Maglietta, pantaloncini, leggings. Calze – dove sono le calze, le voglio bianche che se no non ci stanno bene. E te pareva, queste sono scompagnate, ma tanto sembrano uguali. Scarpe, non troppo strette o ti faranno male le caviglie come l’altra volta.
Giù a terra, uno due, guardati i piedi, guarda in avanti, cinque sei, tira i muscoli, nove e dieci.
Ipod, è là, lo aggancio ai pantaloncini, meno male nessuno mi ha fregato le cuffie. Connessione dati e gps del cellulare, attivo, registra sessione, via.

Mi pizzica il naso. Ecco, lo sapevo, non dovevo uscire con questi piumini ora che ho l’allergia. Stanno pure tagliando l’erba là in fondo, datemi una maschera d’ossigeno o morirò. Cammino ancora un pochino, no questa canzone che palle l’ho ascoltata anche l’altro giorno, cambio. Quando arrivo a quell’angolo incomincio.
No. C’è un cane. Devo spostarmi, ma spero non fiuti la mia paura. Salto sull’aiuola – cagnolino stai buono lì io non disturbo te tu non disturbi me, siamo amici ok? Bene, non mi ha cagato, ciao cagnolino la prossima volta ti passerò più vicino, te lo prometto. Ho girato l’angolo, vado. Aspetta che cambio canzone. Ok vado.

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Libri a cui non farei mai la piega all’angolo della pagina – La crescenza

Quando ero piccola non c’erano così tanti ipermercati. Ce n’era solo uno, gigantesco, appena al di là del ponte sul Po. Ci andavamo una, massimo due volte l’anno, perché ci mettevamo delle ore a girarlo tutto (adesso riuscirei a farci la spesa in quaranta minuti massimo, ma chissà, forse all’epoca ci perdevamo fra tutte quelle corsie e quegli scaffali).
Mi piaceva un sacco andarci, prima di tutto perché  le signorine del supermercato facevano il giro del negozio sui pattini – giuro, sui pattini. E poi perché alle casse ti imbustavano la spesa e, schiacciando un pulsante, ti arrivava su un rullo il sacchetto già riempito e a te non restava altro da fare che metterlo nel carrello. Era quasi ipnotico.
Mi piaceva un sacco andarci anche perché la mamma mi faceva comprare cose che solitamente potevo vedere solo col binocolo. Di sicuro cioccolato, coca cola e giocattoli (c’era una corsia intera tutta piena di Barbie, il paradiso), ma io mi ricordo soprattutto i Frosties, quei cereali tipo corn flakes con lo zucchero sopra, super croccanti. Li adoravo. Probabilmente mia mamma mi prendeva una sottomarca, perché in macchina mentre tornavamo a casa li aprivo sempre per sgranocchiarne un po’ e leggevo gli ingredienti sulla scatola. E leggevo PARTICOLARMENTE INDICATI IN FASE DI CRESCENZA. Guarda mamma c’è un errore, dicevo. E lei mi rispondeva che l’avevano tradotto male dal francese. Non ci ho mai creduto del tutto. Capita a tutti di sbagliare, anche a quelli dei cereali.

Libri

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Discorsi – "A volte vorrei non avere le orecchie"

A volte vorrei non avere le orecchie.
E perché?
Mica per chissà quale motivo, solo vorrei non averle, le orecchie.
Mh. Ho capito.
Chissà a che animale potrei assomigliare, senza le orecchie.
Ah non so. Non guardo mai Geo e Geo e quelle cose lì.
Forse ad uno struzzo. O a un roditore. Oppure a quei cani che hanno le orecchie tagliate.
Comunque non ho ancora capito perché non vuoi le orecchie.
Perché sì. Bisognerebbe avere un interruttore, on-off.
Come l’amplifon.
Sì, come l’amplifon, ma quello lo decidi te se spegnerlo o no.
Allora come le cuffie. Basta che ti metti le cuffie..
Ma decidi sempre tu. No, io vorrei un orecchio intelligente.
Solo uno?
Ma no, ma no, due. Che si spengono da sole quando il cervello capisce che non vuoi ascoltare. O che non devi ascoltare. O che non ti interessa.
Dai, ma è impossibile!
Ma va’, riescono a farti camminare con i sensori collegati alla testa o stampare un condotto per il cuore, non l’hai vista l’ultima puntata di Grey’s Anatomy?, figurati se non riescono a collegare un orecchio.
In effetti sarebbe utile. Quando uno ti rompe i coglioni tu tac, metti il silenzioso, non senti più niente.
Vedi?
O quando ti viene voglia di bestemmiare o di insultare qualcuno, lo puoi fare, se sei sicuro che non sente.
Esatto.
Però forse diventeremmo bravissimi nel leggere le labbra.
Dici?
L’ho letto da qualche parte, quando ti manca un senso il tuo corpo cerca in tutti i modi di compensare la mancanza sviluppando gli altri.
Però a me non mancherebbe l’udito a tutti gli effetti. Solo, diciamo, all’occorrenza.
Forse per te non vale, allora. Non so.
Già.
C’è un altro problema, però. Se sei curioso, il tuo cervello non riuscirebbe a imporre alle orecchie di non ascoltare. E’ più forte di te. Devi ascoltare, devi.
Magari sentiresti una parola sì e una no.
Ma capiresti lo stesso. O capiresti sbagliato. E allora che senso ha?
Già.
E poi ci ho ripensato. Secondo me impareresti lo stesso a leggere le labbra. Magari lo sai già fare adesso. Prova a chiuderti le orecchie. Ecco, ora sto parlando, cosa ho detto?
Non ho capito niente.
Vabbè, comunque impari. Si può imparare.
Io non sono capace. Neanche a scuola quando mi parlavano da lontano, non capivo niente.
Allora devi imparare a convivere con ciò che senti.
Cioè?
Prima o poi la verità viene fuori. Prima o poi ti toccherà ascoltare cose che non vuoi, o dire cose che non vuoi. Mica puoi pretendere di vivere in una bolla.
Ma io..
Mica puoi pretendere che le orecchie ti salvino sempre. Le tue o quelle degli altri. Devi imparare a controllarti, a fare anche finta di niente a volte.
Ma io non voglio essere finta.
Nessuno ti chiede di esserlo. Devi solo fare finta. E’ diverso.
A me sembra uguale.
Non necessariamente. E comunque, non puoi fare come i bambini chiuderti le orecchie e fare bababa non sento non sento. Devi imparare a conviverci.
Mh. Ok.
Oh, se vuoi puoi sempre continuare a sperare di svegliarti un giorno e avere le orecchie che vuoi tu. Il mio era solo un consiglio. Non avere le orecchie sarebbe una cosa fighissima. Potresti assomigliare ad un pesce. I pesci non le hanno mica le orecchie. O gli struzzi. Oppure cosa dicevi a proposito di quei cani?

Dipingere i colori, aggiustare i suoni

Ogni sera da un’anta del mio armadio si sente un suono. Bip-bip-bip. E’ un suono lontano, flebile, che a volte non riesco a distinguere neanche se sto a tre passi di distanza.
Di solito si sente verso mezzanotte meno qualcosa. Dipende sempre dal cambio dell’ora ma comunque non posso spiegarlo, non mi ricordo mai la differenza fra ora solare e ora legale, non saprei dire se oggi parte che sono ancora le undici o se è quasi l’una.

Ogni sera da un’anta dell’armadio si sente quel suono. E io so benissimo da dove viene, eppure ogni sera la mia testa fa un viaggio.
Dovrebbe essere un orologio Swatch di quelli vecchi, super tecnologici, con il cinturino a strappo. Me lo ero fatto regalare per la fine delle elementari, lo avevo visto al polso della mia amica Silvia e lo volevo a tutti i costi. Era così ingombrante e scomodo con tutto quel velcro, mi ci impigliavo ovunque. L’avrò dimenticato in qualche scatola. Poi ho traslocato, e ho traslocato tutte le scatole, mica ci ho guardato dentro.

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