25 Aprile – Polenta, pannocchie e sandaletti con le cinghie

Chissà quante volte ho sbuffato, prima di ascoltarla veramente.

Sai quando lo hanno trovato, cosa mi han detto? 

Ha girato molte case, quando era piccola. Avevano paura che la rapissero o che le succedesse qualcosa, suo padre doveva essere stato un uomo importante – doveva firmare dei fogli, dei documenti, che permettevano alle persone di andare in città senza che fossero fermati dai fascisti. Nel ’45 non aveva ancora compiuto otto anni. Era la più piccola della famiglia (l’ottava, quattro sorelle e quattro fratelli, quasi da manuale) e sua mamma aveva deciso di affidarla a degli zii, in giro per la campagna emiliana.

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Togliere il sole dall’universo

Ho sempre avuto dei piccoli rituali. C’è stato un periodo in cui, quasi tutte le sere, io e la mia amica Daniela ci telefonavamo per dirci soltanto domani andiamo a scuola on foot, oppure ci vediamo direttamente là. C’è stato un periodo in cui i pomeriggi erano pieni di cose da fare – conservatorio compiti ginnastica telefilm giro in centro cinema al sabato. C’è stato un periodo in cui i compiti li facevo addirittura al telefono.

Mi hanno sempre detto che con le amicizie sono stata fortunata. Poche persone mi hanno regalato il loro peggio, in effetti. O sono io che ho sempre saputo vedere il loro meglio, non saprei. In ogni caso, non è stato un grande sforzo. Anche perché non è che io incarni l’ideale di amica perfetta. E non lo sto dicendo per farmi dire il contrario, a volte sono pessima – non richiamo, mi dimentico, faccio la stronza. Ma grazie al cielo me ne rendo conto.

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Anima e cuore

Credo che il più grande dei mali del mondo sia – mh, no, aspetta, ricomincio.

Ci sono tanti mali nel mondo. E non mi riferisco solo a quelli che raccontano al telegiornale o alle Iene, che quelli sono sulla bocca di tutti. Ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi drammi, le sue problematiche, le sue paure e i suoi casini da risolvere. E ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi mali del mondo. Nascosti, riposti nella tasca interna della giacca, quella che non si vede da fuori ma si sente, batte, preme lì e ti appesantisce. Non ci si prende una pausa, dai propri mali del mondo. Ma si impara a conviverci, a riderci sopra, a lasciarli un po’ di tempo senza suoneria.

Fra i miei mali del mondo, l’ho capito da poco, c’è anche la retorica. E non quella che ti insegnano a scuola, di Cicerone, quella del bel parlare e di tutto il resto. Quei banali (e anche un po’ falsi) giri di parole volutamente profondi, che vogliono esprimere per forza un concetto prepotente, perfino strappalacrime.
Non c’è niente che mi faccia più incazzare della retorica. Dico davvero. Odio scrivere i biglietti d’auguri o d’amore, perché ci si aspetta sempre che il messaggio sia alto, grande, importante. Tu sai curare le ferite del cuore, sai volare al centro della mia anima e tutte queste baggianate che non scrive più neanche Sveva Casati Modignani. Odio la banalità, odio le cose preconfezionate e la parola anima e la parola cuore.
Non scrivete al vostro fidanzato che è la vostra metà della mela. Ditegli che è lo zampirone quando è agosto e sei assediato dalle zanzare. Che è quella camicia che è costata poco e che non ha bisogno di essere stirata. Che è un piatto di vellutata di carote proprio quando, quell’unico giorno all’anno (o nella vita), hai voglia di vellutata di carote.

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E’ più forte di me

Ti vedo. Ti sento. Sei lì. Ma non posso toccarti.

Cerca di pensare a qualcos’altro. Non dev’essere così difficile. Tutti dicono che basta la forza di volontà, e allora chi sono io per non riuscirci? Anche la mia compagna delle medie lo faceva sempre, era in una situazione scandalosa poverina, chissà se avrà smesso.

Oh, anche questa.. Sarebbe da aggiustare qui, quest’angolino. Senti, senti, quasi punge. Dai, solo un secondino.. no, non posso, ci ho messo tantissimo ad arrivare fino a questo punto, non posso mollare proprio adesso. Dovrei trovare un diversivo, un semplice diversivo. Come quando da piccola mi dicevo “se non riesci a fare questa cosa, per punizione non farai mai più le verticali in casa”. Una brillante carriera da ginnasta bruciata così, dalla mia poca forza di volontà. Che poi neanche mi ricordo che cosa fosse quella cosa che non riuscivo a fare. Tutta fatica sprecata.

Oddio, lo stavo rifacendo. E’ che non è colpa mia, è più forte di me. Mi capita quando penso. E non è che posso smettere di pensare, è un mio diritto. Il diritto di pensiero – ah no quello era diritto di parola. Libertà di parola. Vabbè però che c’entra, a un muto allora visto che non può parlare gli garantiranno delle cose in più? Almeno il diritto di pensiero? Cogito ergo sum e tutte quelle cose lì?

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Edicolà, il giornale del mese: CIOÈ, ti prego

E’ tutta colpa della GDO. Uno va al supermercato per comprare il pane, il latte e l’insalata e si ritrova a girovagare, un poco più in là dello scaffale dei libri, fra i giornali.

Io in edicola non ci capito mai, è uno di quei posti dove per andarci ci devi proprio andare, non so se mi spiego. Ci devi andare per comprare il Corriere o la Gazzetta, al massimo puoi entrarci di sfuggita per fare la ricarica al cellulare ma di norma è un gabbiotto sulla strada dove non ti viene in mente di curiosare. All’edicolante non gli puoi dire no grazie sto solo guardando, a meno che il tuo aereo non sia in ritardo o tu stia per andare in spiaggia e all’improvviso hai voglia di notizie che solo Alfonso Signorini sa dare. Con la GDO invece, tutto è a portata di mano: Focus, il quotidiano della tua città, Viversani e belli e Cavalli e segugi. Ieri, oltre a quelli, ho trovato il Cioè.

Cioè, la copertina

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