Parigi: "Credevo fosse amore invece era solo un lucchetto".

Due settimane fa sono volata a Parigi. Fuga d’amore (e di necessità, per lui) con il fidanzato.
Ci siamo stati tre giorni pieni: avevamo l’aereo alle sei del mattino del venerdì, e fino alla mezzanotte di domenica sera non abbiamo rimesso piede sul suolo italiano. Abbiamo prenotato una camera nel quartiere di Opera, comodo con la métropolitain; da casa sembrava di stare in un alberghetto senza pretese, ma una volta arrivati si è rivelata la migliore doppia con luci lilla che ci potevamo aspettare.

Lonely Planet alla mano, abbiamo girato praticamente quasi tutto il centro di Parigi: gli Champs-Elysées, l’arco di trionfo, il Musèe d’Orsay, il Louvre (entrambi gratis per i residenti UE dai diciotto ai venticinque anni: potete anche saltare la coda alla biglietteria e presentarvi al museo, carta d’identità alla mano); “L’origine del mondo” di Courbet e la Gioconda, che sì, è piccola, ma non così piccola come me l’avevate sempre descritta.
E poi la Senna, i ponti, l’Hotel de Ville, la Tour Eiffel illuminata dal tramonto al buio e il Trocadero.. E Notre-Dame, anche se siamo capitati durante la giornata degli 850 anni e la piazza era gremita di gente; non avevo mai visto un bordello simile – fino al giorno dopo, quando scesi dalla metropolitana ci siamo ritrovati nel bel mezzo della manifestazione a favore dei diritti della famiglia e contro i matrimoni gay. Una signora urlava dal palco come un’indemoniata, “Monsieur le President, la famille! Monsieur le President!”. 

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Il Kindle, ovvero il chihuahua da borsetta 2.0

Volevo già comprarmelo per Natale, ma Amazon aveva deciso di rendere disponibili solo alcuni modelli (o quello base o quello da milioni di euro, uno pseudo-ipad), così ho dovuto aspettare. Un mesetto fa, alla fine, è arrivato, con TNT – una vera e propria consegna esplosiva – il mio KINDLE PAPERWHITE.

Che cos’è?
E’ un lettore di e-book (ovvero libri in formato elettronico) prodotto e distribuito da Amazon.

Quanto l’hai pagato? Che modello è?
129 euro. La spedizione è gratuita (ed è stata puntuale, ma io abito a una trentina di km dall’unico centro di distribuzione Amazon Italia, quindi forse non è indicativo). Arriva in un imballaggio sottilissimo ma ben solido.
Ho scelto proprio questo modello perché ispirata dalla tecnologia dello schermo e perché, a differenza del Kindle da 79 Euro, ha l’illuminazione integrata, che aiuta a leggere anche in piena luce.

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Librare – Acustica perfetta

Ho appena finito di leggere Acustica perfetta, di Daria Bignardi, Mondadori.
Prezzo di copertina 18,00 €, versione ebook 9,90 €.

Immagine trovata su Google

Andate al di là della compostezza, del sorriso sornione di Daria quando intervista i suoi ospiti alle Invasioni. Andate anche al di là dell’antipatia, se la provate, e datele una chance. Ho comprato questo libro perché non c’è niente di più irritante del leggere qualcosa scritto da un famoso e ritrovarmi a combattere contro l’impulso di impugnare una penna e inserire virgole, riformulare, sottolineare, togliere. Sono una lettrice decisamente esigente, anche se mi regalo romanzetti leggeri. Leggeri sì, ma comunque mediamente ben scritti.

Ho comprato “Acustica perfetta” perché ero sicura di sedermi davanti ad un qualcosa di equilibrato; magari con una trama non interessante o semplicemente brutta, ma in ogni caso scritta bene.

La storia non è delle più originali, all’inizio.
Un marito, una moglie. Arno e Sara. Hanno tre figli, lui è un musicista, vivono a Milano. Lei quattro giorni prima di Natale se ne va, gli lascia un biglietto e sparisce nel nulla. Lui si incazza: dapprima le scarica la colpa addosso, la vorrebbe redarguire come (forse) ha sempre fatto, le intima silenziosamente di tornare. Poi si guarda dentro e capisce ciò che ha sbagliato, negli ultimi venti, trent’anni: ha un orecchio fine (fa il musicista alla Scala, figurati se non è così!) ma non ha saputo ascoltare così attentamente sua moglie.

Nel corso delle pagine tutti i tasselli vanno al loro posto: Arno capisce chi era sua moglie prima di incontrarlo, chi è stata negli anni in cui non si sono visti, chi è diventata. Analizza la loro storia, esamina il suo amore che da parte sua non si è mai interrotto (“Cosa dovevo fare? L’ho amata, le sono sempre stato accanto, non l’ho mai tradita” – dice in più punti).. Eppure qualcosa non ha funzionato. Lei se n’è andata, e chissà se tornerà.

Mi è piaciuto, sì, perché sono riuscita a pensare a me stessa, mentre sentivo che Arno parlava, mentre sentivo che mi parlava (sembra che si rivolga a te per quasi tutto il libro).
L’unica noticina che potrei fare riguarda il forte senso di colpa che aleggia sul protagonista: in un paio di passaggi avrei voluto essere un’amica di Arno pronta a dirgli, in tutta franchezza, che non doveva per forza pensarla così. Non è del tutto colpa tua, Arno, se Sara è scappata. Non è colpa tua se lei non si è lasciata conoscere fino in fondo, alcune cose non le potevi sapere, perché lei ha fatto di tutto per non dirtele. Le cose nascono e finiscono, non c’è sempre un perché facile da capire, Arno.

Però mi è piaciuto. Molto. Daria, grazie, perché questi due personaggi sono talmente banali da essere più profondi del mare della Sardegna.

Non avevo capito dalla copertina che il promontorio dell’isola è in realtà un violoncello, lo strumento che mi ha accompagnato per anni e che ho abbandonato per un po’. Quindi grazie, Daria, perché adesso che ho finito di leggere vado di là a suonare.

Ho sentito il dolore, sì, e l’ho messo in quello che amo.
Ti lascio andare adesso.

Cinquanta sfumature di grigio: poche chiacchiere, Signora James

In libreria sono passata un bel po’ di volte davanti ad una catasta di libri neri, anonimi, con una strana Y in copertina, ma non mi ci sono mai soffermata molto. Poteva essere il seguito di Twilight (la grafica era più o meno simile) o il nuovo romanzo del criminologo brizzolato che va a Canale 5, poco mi importava. Tanto non li avrei letti comunque.
E’ stato durante un giro di perlustrazione a metà luglio, mentre cercavo un libro di Scooby Doo per il mio fratellino, che sono inciampata su “Cinquanta sfumature”.

– Lo sai cos’è questo? Lo stanno comprando tutti, mi ha detto una mia amica.
– No, non ne ho idea.
– Hanno detto che è spinto e che parla di sadomaso.

A suo tempo, sono stata un’adepta di Moccia e del suo “Tre metri sopra il cielo” – quanto ci ho pianto, al buio della mia cameretta, sulla morte di Pollo. Ma ero piccola, facevo la terza media, vostro onore.
Ho anche comprato “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” (ho sempre pensato che fosse un ottimo titolo, complimenti all’editor di Melissa), ma ero giovane e inesperta, e fortemente avida di informazioni.
Stavolta non ho scuse. Ho quasi ventiquattro anni, una discreta esperienza sull’amore e sul sesso (alla vaniglia) e l’altro giorno ho comprato Cinquanta sfumature di grigio.

L’ho comprato al supermercato, scontato di un paio di euro, per superare anche l’imbarazzo di dover pagare alla signorina della libreria – lei sicuramente sa che cosa mi sto accingendo a leggere, la cassiera del supermercato invece lo passa come fossero due kg di zucchine e una scatola di Kellog’s integrali. Una cosa da non sottovalutare.

Se siete del tutto estranei a questo fenomeno editoriale, vi faccio un breve riassunto.
La studentessa poco più che ventenne di letteratura inglese Anastasia, potenzialmente innamorata dell’amore ma materialmente senza nessuna esperienza con gli uomini, grazie ad una serie di sfortunati eventi si ritrova a dover intervistare, per conto di un’amica, il grande imprenditore Christian Grey. Nel libro viene spiegato di cosa si occupa la sua azienda (fame nel mondo, Darfur..) ma è un dettaglio che difficilmente si fissa nella mente, man mano che si procede nella storia. C’è altro, da ricordare.
Il loro primo incontro si conclude dopo poco. Anastasia è pronta a giurare che quello sia l’uomo più fissato e maniaco del controllo che ci possa essere sulla terra, che sia ubriaco di lavoro e di potere e che, forse, sia irrimediabilmente gay.

Neanche a dirlo, dopo una cinquantina di pagine i due si incontrano di nuovo, “fortuitamente”, nel bel mezzo delle forniture da ferramenta del negozio dove lei lavora. Seguono un paio di incontri galanti, un caffè (un tè per lei, molto british), una telefonata in piena notte sulla scia dell’alcol, lui che si precipita a salvarla.. Fin qui si ha l’impressione di aver davanti Moccia. Aspetta, forse ho sbagliato libro, ecco che fine ha fatto Step.

E invece, ad un certo punto, la musica cambia: proprio quando le cose si fanno incredibilmente romantiche, lui le mostra la sua Stanza Rossa delle Torture – un ampio salone con frustini, flagellatori, manette, catene che cadono dal soffitto, e non voglio ricordarmi di più – e le fa leggere un Contratto di Riservatezza. Si parla di Dominatore e Sottomessa, di punizioni corporali, di safeword. “La Sottomessa avrà cura di dormire sette ore quando non sarà col Dominatore”. “Alla Sottomessa non è permesso toccare il Dominatore”. “Alla Sottomessa è vietato guardare negli occhi il Dominatore, salvo una sua specifica richiesta”. Ma che?!

D’istinto, mi viene da chiudere il libro e tornare al supermercato per farmi ridare i soldi. Ma come? E L James, questo è il nome dell’autrice, mi hai fatto sperare in mazzi di rose rosse, cene galanti, lunghe passeggiate al tramonto.. Come ti è venuto in mente?

Scaccio questi pensieri e proseguo nella lettura, un po’ titubante e guardinga. Spero che la mia famiglia non sia al corrente del contenuto del libro con la Y che sto tenendo in mano da due giorni (circa a metà capisco che non si tratta di una Y, ma di una cravatta, usata da Christian per immobilizzarle le mani. In cuor mio spero che da fuori possa sembrare davvero solo e soltanto una innocente Y).

Le pagine scorrono via veloci,incredibilmente veloci, tanto che non riesco a fermarmi. Dopotutto la vicenda si svolge nell’arco di qualche mese: per riempire quelle 400 e passa facciate, la signora James deve pur allungare il brodo. E infatti il tutto è condito da scambi (talvolta inutili, talvolta geniali) di mail, da giri e giri di pensieri che affollano la testa di Anastasia. E da sospiri. E gemiti. E scopate.

“Oh piccola!”.
Accidenti mi ha chiamato piccola! Sono la sua piccola! La mia dea interiore esulta di felicità. Mi tocca i capelli. Il contatto mi manda in estasi.
“Oh, Ana!”.

Ana. Un nome scelto a caso, fra l’altro, complimenti Signora James.

Comunque, di fatti ne succedono pochi (a parte i regali da riccone che Christian non si fa problemi a fare, MacBook, Blackberry, un’Audi, e i giri in elicottero e in aliante), di scopate, vi dicevo, tante.
No, tranquilli, non vi racconterò i dettagli, non è nel mio stile: non voglio rubare il lavoro alla Signora James, dovrà pur guadagnarci sopra.

Vi posso dire solo che con questo “Cinquanta sfumature” la Mondadori si è avvicinata paurosamente agli Harmony sgualciti della serie “Passione hot” che troviamo nei vecchi bauli in soffitta, che anche la zia si vergogna di aver letto. Un mix di romanticheria, di “Non innamorarti di me, piccola, non sono l’uomo giusto”, una buona dose di erotismo, quel che basta per sperare ardentemente nel lieto fine, nonostante le frustate e le mani legate durante l’amplesso. Ti viene già voglia di leggerlo, dì la verità.

D’istinto proseguo nella lettura, sperando di arrivare presto alla fine per metterci un punto. Lei vuole “di più”, e lui pure, anche se non sono sicura che i loro “più” coincidano. Lei sotto sotto è un’inguaribile romantica, accetta di tutto pur di stare con lui; lui nasconde un segreto difficile da intuire, che lo rende oscuro, complicato, lunatico.
Procedo di pagina in pagina. Quando me ne mancano una ventina, capisco l’antifona. La conclusione mi lascia con una smorfia sulla faccia e un punto interrogativo in testa.
Chiudo il libro e ci penso su un attimo.

Hai capito, la James? Altro che sadomaso, altro che rivoluzione sessuale.. Questo è un romanzo che trasuda amore dalla prima all’ultima riga: la nostra amica Ana è affetta da una sola sindrome, quella del “Io ti salverò”, che la porta a sopportare di tutto. Ovvio che la strada sia tutt’altro che facile da percorrere, ci mancherebbe. Ma per questo ci sono altri due tomi: sì, Cinquanta sfumature è una trilogia. E se questo è il grigio, figuriamoci come saranno il nero e il rosso, mi chiedo.
La Signora James non solo ha costruito un castello sopra alla più antica delle storie, ma, interrompendo la narrazione praticamente al suo culmine, ha fatto la sua fortuna. A scherzare col fuoco, e coi frustini, ci si fa male, e Ana lo capisce a pagina 450. Io al capitolo 8 ero già in guardia, ed ero pronta a giurare a me stessa che non mi avrebbe fregato. “Tanto il seguito non lo compro, figurati”.

Domani se mi cercate, sono in libreria. Anzi, al supermercato. Mi servono, ehm, due kg di zucchine.

Profumo – storia di un assassino che ci insegna qualcosa.

Premessa: non credo di avere un bel naso.
Sia esteticamente parlando, poiché è risaputo che il mio naso tenda un po’ all’ingiù (c’è chi me lo ricorda più o meno quotidianamente..), sia perché sono lenta nel riconoscere gli odori.
Sono abbastanza brava nel dire che cosa ha preparato la signora del terzo piano nel tempo in cui scendo le scale e sniffo l’aria come un cane da tartufo, ma solo se si tratta di cibo. L’altro giorno ho riconosciuto l’odore di torta di patate e poi di polpette mentre giravo la chiave nella toppa. Per quanto riguarda  invece i fiori, le essenze e le fragranze esotiche sono una schiappa mondiale: riconosco a malapena lo shampoo Ultra Dolce all’albicocca solo perché è il mio preferito. Tutto il resto è buio totale.

Non credo di avere un bel naso, quindi, né da usare né da guardare.

Ieri, finalmente, ho visto Profumo: storia di un assassino.
Dico finalmente non tanto perché io non stessi più nella pelle all’idea di farlo, ma perché è da quasi un anno che il mio ragazzo, ad ogni nostra serata cinematografica, me lo propone tutto felice. Ed è quasi un anno che rimando, spaventata dalle 2 ore e 20 minuti che mi si prospettano davanti.
“Magari la prossima volta.. adesso guardiamoci un bel film di Godard in francese coi sottotitoli in inglese dai” – l’ultima volta l’ho sviata così (e non solo). Ieri sera però non ho avuto scampo.

Ammetto che, in tutto questo tempo, la mia curiosità era aumentata notevolmente. Lui mi continuava a dire che era uno dei film più belli degli ultimi anni, ti fa pensare, lo riguarderei tante volte.
Dal canto mio, invece, l’idea mi stuzzicava solo perché qualche anno fa ho abbandonato il libro (Il Profumo di Suskind, da cui è tratto) dopo una settantina di pagine: mi annoiava. Anche in questo caso avrei dovuto capire il perché, ma ci ho dovuto proprio sbattere il naso.

Se siete alla ricerca di un thriller (dato che Wikipedia lo definisce così), non incominciatelo neanche; se vi aspettate un film drammatico, piuttosto datevi ad una commediucola stile Rosamunde Pilcher e vedrete più dramma. Il ritmo non è serrato, anzi, poteva concorrere agli Oscar per il film più lento del 2006, e i dialoghi sono talmente scarni che non mi hanno permesso di entrare in empatia con quasi nessuno dei personaggi.

Siete autorizzati a guardarlo solo nel caso in cui stiate cercando un lungometraggio con una fotografia impeccabile (sempre che io abbia capito cosa si intende per “fotografia”): nel caso vogliate dei colori splendidi, un’ottima alternanza fra scene scure e scene chiare, una cura del particolare all’interno dell’inquadratura, con una colonna sonora evocativa che viene disturbata pochissimo dai dialoghi.
Peccato che, per vedere tutto questo, dovete anche fare i conti con le idee di Jean-Baptiste Grenuille, il protagonista, che da bambino di strada diventa un abilissimo profumiere grazie al suo incredibile talento. Parla poco, cammina strano e corre male, guarda il mondo con gli occhi spalancati e comunica attraverso le sue narici. Ha una sola idea in testa: sente che il vero scopo della sua vita è riconoscere, estrarre, distillare e catalogare tutti gli odori esistenti in natura. L’odore del vino, del ferro, del vetro, di un sasso, ma anche il mio odore, e il tuo.

Lentezza del film a parte, e tralasciando anche il significato della sua sublime “essenza” e il finale evitabile (non vi voglio togliere la sorpresa, ma dato il tema mi aspettavo qualcosa di più elevato di una trombata di gruppo a cielo aperto).. una cosa gliela devo riconoscere, a Profumo, e anche al mio ragazzo: mi ha fatto pensare.

Mi ha fatto pensare, appunto, che io di odori non so praticamente niente. Che il mio naso è abituato a sentire solo quei tre, quattro, cinque, dieci profumi “usuali” che ormai ho immagazzinato nel mio cervello. Che tendo sempre a nascondere l’odore del mio corpo con quintali di eau de toilette quando è risaputo che nel sesso non c’è niente di più eccitante della pelle e di quello che emana: no, io in realtà non lo sapevo, ma l’ho letto qui, e se ci sono schiere di scienziati pronti a metterci la faccia probabilmente un fondo di verità c’è.

Quindi, guardate pure Profumo e poi ditemi se anche a voi non ha fatto lo stesso effetto.
E seguite il mio consiglio: usate sempre il deodorante, strumento utile e necessario per farsi volere bene (anche dalla propria mamma), ma abbiate cura di fare più attenzione all’odore delle cose. Fate fare ginnastica alle vostre narici, testatele; buttate il naso sopra ad ogni cosa prima di mangiarla con avidità, scoprite l’odore della pelle della persona che amate.

Se invece decidete di non guardare il film perché pensate che sia più utile spendere quelle due ore annusando ogni pianta che avete sul balcone, seguite lo stesso il consiglio.
Tanto io, se anche snobbate il film, non mi offendo.