Non ne sentivate anche voi la mancanza? (Un’introduzione ai test)

Non compravo spesso Top Girl, quando ero più piccola, ma posso dire con certezza che le mie parti preferite erano le pagine all’inizio, quelle in cui le ragazzine raccontavano i loro segreti inconfessabili, e i TEST. Ci mettevamo sul letto, rigorosamente con la porta chiusa, oppure tiravamo fuori il giornale dallo zaino nel tragitto scuola-conservatorio; una leggeva ad alta voce (di solito quella che aveva già scandagliato il numero da cima a fondo) e le altre tenevano il conto delle risposte.

Non so neanche se Top Girl lo vendono ancora – è già tanto se riesco a sfogliare Vanity Fair, quando la postina me lo consegna. Sento però terribilmente la mancanza dei TEST, voi no? Erano divertenti, scemi quanto bastava, irriverenti ma anche ovviamente banali e stereotipati.
Successivamente poi avevo trovato la mia oasi di pace con i “Test Fiu”, pietra miliare di quel forum che frequentavo, ma riguardarli oggi sarebbe come utilizzare quelle parole cadute in disuso e riportate sui vocabolari per dovere: V.A., valore archiviale, e stop.
Sicuramente potrei saccheggiare le edicole a colpi di monete da due euro e fare incetta di Cosmopolitan e Glamour, ma.. Troverei dei test firmati da sconosciute giornaliste che vivono chissà dove e hanno un background così diverso dal mio – dal nostro. Senza dimenticare i due euro che, certo, sono solo due euro ma ehi, sai mica quante Goleador potevi comprarci?
Ho quindi deciso di buttarmi: “Dimmi questo e ti dirò chi sei”, “Fai una giravolta, falla un’altra volta e ti dirò chi sei”. Mi diletterò, insomma, in cose di un certo spessore culturale.
Non sono certo un’autorità in materia, anzi, sono quello che i francesi chiamano les incompétents – che tra l’altro, oltre ad essere una verità assoluta è una delle mie citazioni preferite (le altre sono “Potere del cristallo di luna” e “Tua madre è così grassa perché mangia la salsa e non la balla mai”).

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Ci sono tanti rumori attorno a te.

Quando ti presenti ad un corso che ha come scopo il distendere i nervi – anche a quello di storia del teatro che hai fatto nel tuo inutilissimo liceo – ti fanno stendere su uno di quei tappetini da palestra, ti dicono di rilassarti e di ascoltare. Di solito sono rumori della natura: un ruscello, l’acqua che scorre, gli uccellini, i delfini, il silenzio della montagna.
A quel punto, di solito mi viene voglia di fare pipì.

Il punto non è tanto quello che ascolti, credo. Puoi rilassarti con qualsiasi rumore – o meglio, puoi ricavare qualcosa da qualsiasi rumore, anche da quelli che non credi ascoltare.
Quando vado a letto la mia testata di ferro battuto vibra ad ogni mio movimento. La scrivania scricchiola, sembra che il legno voglia esplodere, e l’armadio è come se lanciasse delle sassate contro il muro. Il mio vicino di sopra decide di farsi un bagno alle due meno un quarto, un cane abbaia, una macchina si ferma e fa scendere la figlia di quella del quarto piano, si salutano con un bacio. Alle due di notte si sente tutto.

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Non ho i buchi alle orecchie.

Sono i lobi, di sicuro. Sono quei piccoli pezzettini di carne che ti fissano.

La prima cosa che noti quando entri in casa della signora Latina non è l’odore, così silenzioso ma prepotente, di soffritto e di ragù che sobbolle sul fuoco. Non è neanche il centrino all’uncinetto posato sulla poltrona che aspetta di essere finito, né il volume altissimo della tv sempre accesa su Derrick. Sono i lobi delle orecchie, così pendenti, così asciutti e desiderosi di raccontare al mondo cos’hanno vissuto.
La chiamavano “signora Latina” ma non era il suo vero nome. Erano passati quasi ottantatré anni dal suo battesimo, ma tutti nel paesino ricordavano la storia (vera o no, che importava?) di quando il prete la aveva presentata davanti a Dio pronunciando il suo nome in latino. Quasi nessuno sapeva come si chiamava, forse nemmeno lei, non poteva neanche più guardare la carta d’identità, non la rifaceva da anni.

Ci sono tanti orecchini, a casa sua. Ce ne sono a palate, dentro quelle scatole sopra alla toeletta; alcuni sono talmente grandi che non si fa fatica ad immaginare il peso che hanno dovuto sopportare i suoi lobi. Nel ’52, diceva, le era capitato di aiutare un’amica a svuotare il magazzino di un importante negozio di firme.
– C’erano vestiti, borsette, anche di coccodrillo sai? Le ho tutte negli scatoloni. E poi c’erano gli orecchini, tantissimi orecchini, io non ne avevo mai visti così tanti in vita mia. Sono sempre stata qui, al massimo andavo a Torino dalla zia, cosa vuoi che vedevo qui?
Amavo quando mi raccontava le storie, non c’era cosa migliore. Il suo volto quasi cambiava: era come se le rughe irradiassero luce, come se i puntini della vecchiaia sulle mani danzassero al ritmo delle sue parole.
Aveva passato la vita ad usarle, quelle mani, per cucire vestiti e per tagliare le verdure per il ragù. Faceva la sarta, come sua madre, e si era sempre ritagliata un angolino nel negozio di famiglia, vendevano arredamenti nelle due stanze sotto casa. Accettava i lavoretti delle signore del paese: accorciava i pantaloni dei loro mariti, faceva gli orli alle gonne delle loro figlie, cuciva vestine per le loro nipotine e la sera, davanti a Derrick, macinava punti all’uncinetto per abbellire le loro tovaglie.

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