E’ più forte di me

Ti vedo. Ti sento. Sei lì. Ma non posso toccarti.

Cerca di pensare a qualcos’altro. Non dev’essere così difficile. Tutti dicono che basta la forza di volontà, e allora chi sono io per non riuscirci? Anche la mia compagna delle medie lo faceva sempre, era in una situazione scandalosa poverina, chissà se avrà smesso.

Oh, anche questa.. Sarebbe da aggiustare qui, quest’angolino. Senti, senti, quasi punge. Dai, solo un secondino.. no, non posso, ci ho messo tantissimo ad arrivare fino a questo punto, non posso mollare proprio adesso. Dovrei trovare un diversivo, un semplice diversivo. Come quando da piccola mi dicevo “se non riesci a fare questa cosa, per punizione non farai mai più le verticali in casa”. Una brillante carriera da ginnasta bruciata così, dalla mia poca forza di volontà. Che poi neanche mi ricordo che cosa fosse quella cosa che non riuscivo a fare. Tutta fatica sprecata.

Oddio, lo stavo rifacendo. E’ che non è colpa mia, è più forte di me. Mi capita quando penso. E non è che posso smettere di pensare, è un mio diritto. Il diritto di pensiero – ah no quello era diritto di parola. Libertà di parola. Vabbè però che c’entra, a un muto allora visto che non può parlare gli garantiranno delle cose in più? Almeno il diritto di pensiero? Cogito ergo sum e tutte quelle cose lì?

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Pensieri – Magari tutto fosse così semplice

Caldo, ma non troppo. Sembra il tempo perfetto.
Maglietta, pantaloncini, leggings. Calze – dove sono le calze, le voglio bianche che se no non ci stanno bene. E te pareva, queste sono scompagnate, ma tanto sembrano uguali. Scarpe, non troppo strette o ti faranno male le caviglie come l’altra volta.
Giù a terra, uno due, guardati i piedi, guarda in avanti, cinque sei, tira i muscoli, nove e dieci.
Ipod, è là, lo aggancio ai pantaloncini, meno male nessuno mi ha fregato le cuffie. Connessione dati e gps del cellulare, attivo, registra sessione, via.

Mi pizzica il naso. Ecco, lo sapevo, non dovevo uscire con questi piumini ora che ho l’allergia. Stanno pure tagliando l’erba là in fondo, datemi una maschera d’ossigeno o morirò. Cammino ancora un pochino, no questa canzone che palle l’ho ascoltata anche l’altro giorno, cambio. Quando arrivo a quell’angolo incomincio.
No. C’è un cane. Devo spostarmi, ma spero non fiuti la mia paura. Salto sull’aiuola – cagnolino stai buono lì io non disturbo te tu non disturbi me, siamo amici ok? Bene, non mi ha cagato, ciao cagnolino la prossima volta ti passerò più vicino, te lo prometto. Ho girato l’angolo, vado. Aspetta che cambio canzone. Ok vado.

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Discorsi – "A volte vorrei non avere le orecchie"

A volte vorrei non avere le orecchie.
E perché?
Mica per chissà quale motivo, solo vorrei non averle, le orecchie.
Mh. Ho capito.
Chissà a che animale potrei assomigliare, senza le orecchie.
Ah non so. Non guardo mai Geo e Geo e quelle cose lì.
Forse ad uno struzzo. O a un roditore. Oppure a quei cani che hanno le orecchie tagliate.
Comunque non ho ancora capito perché non vuoi le orecchie.
Perché sì. Bisognerebbe avere un interruttore, on-off.
Come l’amplifon.
Sì, come l’amplifon, ma quello lo decidi te se spegnerlo o no.
Allora come le cuffie. Basta che ti metti le cuffie..
Ma decidi sempre tu. No, io vorrei un orecchio intelligente.
Solo uno?
Ma no, ma no, due. Che si spengono da sole quando il cervello capisce che non vuoi ascoltare. O che non devi ascoltare. O che non ti interessa.
Dai, ma è impossibile!
Ma va’, riescono a farti camminare con i sensori collegati alla testa o stampare un condotto per il cuore, non l’hai vista l’ultima puntata di Grey’s Anatomy?, figurati se non riescono a collegare un orecchio.
In effetti sarebbe utile. Quando uno ti rompe i coglioni tu tac, metti il silenzioso, non senti più niente.
Vedi?
O quando ti viene voglia di bestemmiare o di insultare qualcuno, lo puoi fare, se sei sicuro che non sente.
Esatto.
Però forse diventeremmo bravissimi nel leggere le labbra.
Dici?
L’ho letto da qualche parte, quando ti manca un senso il tuo corpo cerca in tutti i modi di compensare la mancanza sviluppando gli altri.
Però a me non mancherebbe l’udito a tutti gli effetti. Solo, diciamo, all’occorrenza.
Forse per te non vale, allora. Non so.
Già.
C’è un altro problema, però. Se sei curioso, il tuo cervello non riuscirebbe a imporre alle orecchie di non ascoltare. E’ più forte di te. Devi ascoltare, devi.
Magari sentiresti una parola sì e una no.
Ma capiresti lo stesso. O capiresti sbagliato. E allora che senso ha?
Già.
E poi ci ho ripensato. Secondo me impareresti lo stesso a leggere le labbra. Magari lo sai già fare adesso. Prova a chiuderti le orecchie. Ecco, ora sto parlando, cosa ho detto?
Non ho capito niente.
Vabbè, comunque impari. Si può imparare.
Io non sono capace. Neanche a scuola quando mi parlavano da lontano, non capivo niente.
Allora devi imparare a convivere con ciò che senti.
Cioè?
Prima o poi la verità viene fuori. Prima o poi ti toccherà ascoltare cose che non vuoi, o dire cose che non vuoi. Mica puoi pretendere di vivere in una bolla.
Ma io..
Mica puoi pretendere che le orecchie ti salvino sempre. Le tue o quelle degli altri. Devi imparare a controllarti, a fare anche finta di niente a volte.
Ma io non voglio essere finta.
Nessuno ti chiede di esserlo. Devi solo fare finta. E’ diverso.
A me sembra uguale.
Non necessariamente. E comunque, non puoi fare come i bambini chiuderti le orecchie e fare bababa non sento non sento. Devi imparare a conviverci.
Mh. Ok.
Oh, se vuoi puoi sempre continuare a sperare di svegliarti un giorno e avere le orecchie che vuoi tu. Il mio era solo un consiglio. Non avere le orecchie sarebbe una cosa fighissima. Potresti assomigliare ad un pesce. I pesci non le hanno mica le orecchie. O gli struzzi. Oppure cosa dicevi a proposito di quei cani?

Dipingere i colori, aggiustare i suoni

Ogni sera da un’anta del mio armadio si sente un suono. Bip-bip-bip. E’ un suono lontano, flebile, che a volte non riesco a distinguere neanche se sto a tre passi di distanza.
Di solito si sente verso mezzanotte meno qualcosa. Dipende sempre dal cambio dell’ora ma comunque non posso spiegarlo, non mi ricordo mai la differenza fra ora solare e ora legale, non saprei dire se oggi parte che sono ancora le undici o se è quasi l’una.

Ogni sera da un’anta dell’armadio si sente quel suono. E io so benissimo da dove viene, eppure ogni sera la mia testa fa un viaggio.
Dovrebbe essere un orologio Swatch di quelli vecchi, super tecnologici, con il cinturino a strappo. Me lo ero fatto regalare per la fine delle elementari, lo avevo visto al polso della mia amica Silvia e lo volevo a tutti i costi. Era così ingombrante e scomodo con tutto quel velcro, mi ci impigliavo ovunque. L’avrò dimenticato in qualche scatola. Poi ho traslocato, e ho traslocato tutte le scatole, mica ci ho guardato dentro.

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L’amore ai tempi del Woolrich.

Dal balcone della mia vecchia casa vedevo un sacco di cose. Dava direttamente su una strada e un giardinetto; se guardavo fra i palazzi che avevo di fronte arrivavo vagamente a scorgere anche la finestra della mia amica Daniela, che abita tutt’ora a quattro passi da casa mia. Ci telefonavamo tutte le sere, soltanto per dirci per l’ennesima volta se il giorno dopo saremmo andate a scuola in bicicletta o a piedi.
Facevamo le scuole medie.
Quanti anni si hanno, alle medie? Dodici, tredici, forse. A me piaceva un ragazzo più grande, che ovviamente non mi ha mai considerata.
Quest’estate, mentre aiutavo i miei a pulire il giardino della casa in campagna, ho ritrovato fra i sassi un braccialetto di cuoio tutto scolorito, con un nome che non era il mio. L’ho riconosciuto subito.
Lo avevo fatto al Grest della parrocchia – c’era sempre la lotta per farsi mettere nel laboratorio di cuoio, dove potevi creare liberamente braccialetti personalizzati, astucci e altre cose inutili che finivano, senza dubbio, sul fondo di qualche cassetto. Devo averlo perso qualche anno dopo: ricordo di averlo indossato per un sacco di tempo, avevo scritto il nome del ragazzo che mi piaceva in modo molto delicato, perché non volevo destare sospetti. Si leggeva a malapena, più o meno come si legge ora.

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