Forse cercavi

È un po’ come stare sulle montagne russe. Chissà perché poi si chiamano così.
Perché le ha volute Caterina di Russia: dicono che le prime erano fatte di ghiaccio.
Caterina, anche mia mamma si chiama Caterina.
Lo so. Erano a San Pietroburgo. Come in Anastasia.
Ah sì. Anastasia l’ho guardato tempo fa su Netflix ma mi sono addormentata subito, forse avrei dovuto guardarlo da piccola. Però la canzone la so a memoria. Il mio inizio sei tu.
Sì. Fiorello e Tosca.
Ma loro le chiameranno lo stesso russe?
Loro chi?
I russi.
Non so.
Una volta ho visto una puntata della Parodi, c’era un periodo in cui ero fissata con i programmi di cucina e alle 12:30 mi mettevo lì a guardare ogni cosa che faceva. Aveva invitato Natasha Stefanenko che aveva cucinato l’insalata russa. Aveva raccontato una storia strana sul fatto che in Russia non si chiamasse “insalata russa”, ma mi ricordo solo la domanda e non la risposta.
Eh.

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Il paese con l’esse davanti (perché ogni pensiero è superfluo)

Di fronte agli ultimi fatti di Parigi, di fronte a tutto questo parlare sparlare e straparlare, io ho deciso di fare silenzio. E di aprire la mia copia delle Favole al telefono.

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l’esse davanti. – Ma che razza di paese è? – domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero. Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.
– Vede questo?
– È un temperino.
– Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l’esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole.
– Magnifico, – disse Giovannino. – E poi?

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Vorrei raccogliere una manciata di sabbia

Qualche giorno fa mi hanno scritto questo, per caso, quasi fosse un regalo, una lettera tipo Posta del Cuore. Frutto di un discorso più ampio ma essenziale nella sua brevità, pubblico tutto volentieri, sperando di poter dare una voce e un respiro a chi mi ha scritto. Grazie. 

Vorrei raccogliere una manciata di sabbia. Quei piccoli granellini così fini e intangibili. Vorrei trattenerli nel mio pugno, stringerli, quasi a farli scomparire. Ma non potrebbero scomparire. La materia ha volume. La puoi plasmare, trasformare, ma non eliminare.

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Il pavimento su cui camminiamo

Non te lo spiegano, che crescere è un po’ come ritornare piccoli. Come quando continuavi a chiedere alla mamma perché -perché perché perché dobbiamo andare dalla nonna, perché devo mangiare i finocchi se mi fanno schifo, perché.

Arriva un momento nella vita in cui non rispondi più di te stesso perché hai paura. Riesci a distinguerla, quella paura lì, quella vera, dal mal di gola che ti provocano le lacrime che ti si seccano a metà via. Dal fatto che non riesci a parlare, non riesci a spiegarti, non riesci a guardare con lucidità le cose – dal fatto che non ti senti più tu. E dal fatto che ti poni delle domande, perché perché perché perché, e hai paura anche solo a cercare le risposte.

Ho già parlato di Alessandro D’Avenia, in passato. Avevo letto il suo libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e ne avevo parlato qui, dicendogli come con la sua Beatrice mi aveva dato un pugno fortissimo nello stomaco e mi aveva costretto ad aprire un baule pieno di povere e di ricordi. Quel baule negli ultimi anni si è riempito di nuovo, di storie, di persone, di esigenze, e non ho mai più dovuto riaprirlo fino a qualche giorno fa. Ecco perché appena ho visto che Alessandro D’Avenia parlava oggi in Cattolica non ci ho pensato due volte, ad andare.

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25 Aprile – Polenta, pannocchie e sandaletti con le cinghie

Chissà quante volte ho sbuffato, prima di ascoltarla veramente.

Sai quando lo hanno trovato, cosa mi han detto? 

Ha girato molte case, quando era piccola. Avevano paura che la rapissero o che le succedesse qualcosa, suo padre doveva essere stato un uomo importante – doveva firmare dei fogli, dei documenti, che permettevano alle persone di andare in città senza che fossero fermati dai fascisti. Nel ’45 non aveva ancora compiuto otto anni. Era la più piccola della famiglia (l’ottava, quattro sorelle e quattro fratelli, quasi da manuale) e sua mamma aveva deciso di affidarla a degli zii, in giro per la campagna emiliana.

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