Le NUOVE cartoline brutte.

Ho già parlato in passato della mia mania di collezionare cartoline brutte. E’ tutto spiegato qui, se vi siete persi il post.

Dopo quella volta, molti miei amici e parenti (alcuni dei quali non erano al corrente della mia passione) mi hanno portato delle chicche dalle loro vacanze. Tanto che il quaderno viola quasi non si chiude più.

Quaderno delle cartoline

Amici, vi abbraccio tutti. Nei miei momenti di tristezza mi ritrovo a sfogliare il Quaderno ed è terapeutico quanto una puntata di Zelig.
Alcuni di voi hanno avuto il privilegio di poterlo vedere dal vivo, per tutti gli altri ho fatto delle foto veloci.
Sono opache perché le ho fatte col cellulare, che è un signor cellulare ma non possiamo mica pretendere più di tanto. Non ho più  una macchina fotografica da quando il mio moroso ha perso lo scontrino (sì, si è rotta e sì, era in garanzia.. e sì, l’ho un po’ insultato).

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"Fai buon viaggio, e mandami una cartolina". Brutta.

Anche se lo sembra, questo non è un quaderno qualunque.

E’ marchiato IKEA, mi è stato regalato nel 2008 dalla mia amica I. e dopo qualche tempo gli ho trovato uno scopo. Uno scopo per me onorevolissimo.

Questo è Il Quaderno Delle Cartoline Brutte.

Prima domanda. Che cos’è un quaderno delle cartoline brutte?
E’ un quaderno (nel particolare viola, con la copertina rigida) con un miliardo di pagine bianche, in cui io ho inserito con cura la mia collezione di cartoline brutte. Le catalogo ogni volta che qualcuno, che è a conoscenza della mia passione, mi invia o mi porta una cartolina dal suo luogo di villeggiatura.
Nella pagina di destra la attacco con lo scotch, nella pagina di sinistra scrivo invece la data o il periodo in cui l’ho ricevuta, il posto da cui proviene e la persona che me l’ha gentilmente regalata.
Sono pressoché sicura che molti, a meno che non le gettino a caso in mezzo alla posta, conservino le cartoline in un luogo fresco e asciutto e lontano da fonti di calore; io faccio anche di più.

Tre uomini e una mucca
A Creta si fa del gran pane (da G. e T.)
Un’ondata di saluti! (da M.)

Seconda domanda. Perché collezioni cartoline brutte?
Nella mia bio ho scritto che “in realtà sono attratta da tutto ciò che è esteticamente brutto, perché mi fa riflettere di più”, e man mano che passa il tempo mi rendo conto che non è solo una bella frasina da piazzare nella pagina di un blog.
Non ho abbastanza soldi per potermi permettere di collezionare cose kitsch o di dubbio gusto (né in realtà ho la costanza per farlo), ma le cartoline vengono poco e niente – soprattutto le cartoline che intendo io.
E il perché io le collezioni è semplice: mi piace farlo. Mi piace passare cinque minuti a far girare l’espositore per cercare quella più brutta, mi piace pensare che, quando sono in vacanza, i miei amici facciano tappa in più tabaccherie sul lungomare e si facciano una sana risata quando ne trovano una davvero oscena. Mi piace riderci sopra quando le ricevo, mi piace riguardarle. E poi, mi piace anche pensare al fatto che le cartoline brutte di solito non sono scelte da nessuno: i pochi che le comprano ancora, che le affrancano e che fanno la fatica di andarle pure ad imbucare sono incantati da quelle che hanno meravigliosi paesaggi, tramonti stupendi e colori degni della miglior foto fatta con la reflex che tengono al collo. Quelle sfigatine, un po’ scolorite e tristi non se le fila nessuno.

Segovia Monumental (da G.)
Uccellacci e uccellini (da C. e L.)
La Riviera Romagnola, e il Duce (da B. e I.)

Terza domanda (anche se credo che abbiate già capito). Quando una cartolina è brutta?
Questo me lo chiedono in molti: una cartolina è brutta quando è proprio brutta.
Può esserlo perché ha i glitter applicati e piuttosto che una cartolina sembra l’invito al compleanno di una bimba dell’asilo, o perché è senza senso. Può essere brutta graficamente, perché non curata o perché con dei caratteri degni di una ricerca di geografia delle medie. Può essere brutta perché vecchia; la foto è sgranata, oppure ci sono dettagli (di solito automobili, occhiali o vestiti) particolarmente datati. Può essere brutta perché ha delle scritte trash, o perché è triste e non fa ridere. E, ovviamente, è brutta quando è brutto il soggetto.

Saluti velocissimi!
Barcelona NEW LINE (da N.)
Due coniugi siciliani – giuro che è vera (da A.)

Quarta domanda. Quali sono le tue preferite?
Interessante quesito, grazie per averlo chiesto.
Ovviamente quelle malamente fotografate qui non sono tutte quelle che possiedo: ho messo solo una parte rappresentativa per darvi un’idea. Periodicamente le riguardo per vedere se quelle che preferisco sono sempre le stesse, per vedere se l’effetto che mi fanno non muta nel tempo.

Ho stilato una mia personalissima top 3, che da qualche mese a questa parte non è cambiata perché, diciamolo, le cartoline sul podio sono veramente dei pezzi da novanta.
(Ahh, se avessi conservato quella di Lappago di un paio di anni fa, invece che spedirla! Quella con due bambini fotografati da dietro, lui forse con un cappello da alpino, mentre erano intenti a innaffiare i fiori di un vaso sotto ad un crocifisso di montagna.. Se l’avessi conservata ora sarebbe sicuramente fra le migliori).

L’allegro bimbo della Norvegia (da V.)
Sì, stanno davvero uccidendo un tonno (da A.)
Sì, sono maiali a tavola. E sì, questa cartolina riporta anche il nome dell’autore della foto.

A casa mi dicono sempre che ho il gusto dell’orrido, ora ne avete le prove.

NB. Se durante le vostre prossime vacanze vi dovesse capitare di imbattervi in una cartolina brutta e volete aiutarmi ad ampliare la mia collezione, portatemela a casa senza neanche spedirla (sono anche disposta a pagarla!), altrimenti contattatemi via mail e vi darò il mio indirizzo.
Ma mi raccomando non riportatemi nessun souvenir o ricordino. Non voglio la torre di Pisa o il Colosseo coi brillantini da mettere nella vetrinetta, voglio solo una cartolina!

Case pazzesche – o meglio, case di pazzi.

Domenica pigra, quella di ieri.
Dopo essere stata un’oretta appena fuori casa a sottolineare un libro per l’università prendendo qualche spizzico di sole, sono stata assalita da una sonnolenza incredibile che mi ha costretto a stendermi per una decina di minuti. Facendo zapping davanti alla tv, io e il mio moroso (studente di architettura prossimo alla fine degli studi, in procinto di incominciare una carriera sfolgorante) siamo incappati in un programma nuovo – quanto meno, nuovo per noi – di Mtv: Case pazzesche – Extreme Cribs.
Si configura come il classico programma “documentario” di Mtv: lo scopo è quello di far conoscere l’interno e l’esterno di case “strane”, non convenzionali. Il tour della location è portato avanti da un personaggio della famiglia, che quindi lì dentro ci vive; le telecamere lo seguono attraverso tutte le stanze e si soffermano su ogni dettaglio, ogni stranezza, ogni angolino.

Durante la manciata di puntate che sono andate in onda una dietro l’altra, ne abbiamo viste di tutti i colori. Si va dalla casa ristrutturata nell’originale edificio delle poste inglesi, un’opera portata avanti da una signora amante dell’antiquariato che ha voluto mantenere anche i servizi così com’erano negli anni ’30 (e quindi campeggiano in mezzo al bagno due vespasiani funzionanti, che spero con tutto il cuore che rimangano inutilizzati), ad una vera e propria “Trash House”, nella quale la maggior parte dei dettagli è fatta a partire da materiali di recupero. O con veri e propri oggetti di recupero: sono sicura di aver visto un sentiero lastricato con lattine e altre cose, compresa una bicicletta.

Ci sono dei progetti poi che hanno catturato la mia attenzione in modo particolare.
Il primo è stato la “Car House”: in Austria, un architetto amante delle auto e delle Volkswagen ha disegnato la sua casa ad immagine e somiglianza di una New Beetle. Ciò significa che ha inserito dei cerchioni e delle ruote all’esterno, ha cambiato la forma delle finestre (quindi le stanze ricevono una luce extra) e appeso dei parafanghi; in più, all’interno al posto di alcune pareti sono stati messi dei piloni di acciaio con una sorta di “ammortizzatori”, per sostenere meglio il peso.
Molto Grease Lightning.

Car House (Tumblr)
Car House (Tumblr)
Car House interni
Car House, interni (interiordesign-center.com)

In Messico, invece, esiste una casa fatta a forma di squalo. Di squalo, sì.
E’ stata progettata dall’architetto Javier Senosiain, che ha fatto della parte più esterna della costruzione il suo studio, che ha una vista spettacolare.
Gran parte della casa è posizionata sotto terra: ogni stanza però ha un affaccio sul giardino e ciò permette comunque di avere una sensazione di grande ariosità e apertura degli spazi. Peccato per i corridoi, che sono in realtà dei condotti bui e tondi con qualche nicchia qua e là: la figlia dell’architetto ha giurato che da piccola ci andava su e giù con i rollerblade. Curioso che abbia dovuto pattinare proprio nel sottosuolo come una Tartaruga Ninja, quando al di fuori ha a disposizione tutto lo spazio che desidera.

Shark House (theobjektsofdesign.com)
Shark House, interni (Tumblr)

La terza casa è stata ovviamente il pezzo forte e mi ha tenuto incollata alla tv per tutta la puntata.
Si tratta del “Copper Palace”, una costruzione fatta dall’architetto Bart Prince ad Aspen, fra le montagne, utilizzando come materiale principale il rame.
All’interno ci vive la famiglia di Barbi Benton, una bionda signora eccentrica con un marito che è rimasto all’epoca degli hippie e i due figli. Basta una ricerchina veloce su Google per scoprire che questa signora fissata con le pietre e le cose non convenzionali è una ex-modella e cantante, nonché ex-fidanzata di Hugh Hefner per un paio d’anni. Quel Hugh Hefner, di Playboy: ecco perché è stata una Playmate famosa a cavallo degli anni ’70, con in archivio molte copertine e nudi “artistici”.
Chi ci guida in casa Gradow-Benton è la figlia Ariana: ci illustra l’esterno e l’interno in ogni dettaglio. Appena entrati ci troviamo in sala da pranzo e vediamo un tavolone con una trentina di coperti; proseguiamo in cucina e siamo di fronte ad una postazione colorata ma tutto sommato “normale”: peccato che si apra una porta e, voilà, ecco che dietro si nasconde una cucina industriale degna della miglior mensa degli Stati Uniti. Il motivo è semplice: “Facciamo tante feste, è il minimo”, dice Ariana.
Infatti, ci giriamo e vediamo una parete curva completamente dipinta con immagini di quadri di Tolouse-Latrec: in occasioni particolari questa parete scompare nel muro e lascia spazio ad un enorme salone da ballo, completo di una vetrata che si affaccia direttamente sulle montagne innevate di Aspen.
Pensate sia finita qui? Basta prendere l’ascensore – facendo caso ad una chicca: la cabina ha una parete di vetro che permette di vedere, man mano che si sale, il grande murales che si estende in verticale nel vano dell’ascensore – e andare ai piani alti per trovare il coloratissimo studio di Barbi, le varie camere da letto, la stanza guardaroba arredata con armadi di ogni colore e rivestimento (una scelta di dubbio gusto estetico), una piscina con due corsie distinte (“A mia mamma piace l’acqua calda, a papà la fredda, non riuscivano a decidersi”) e perfino una discoteca privata.

Copper Palace (wallpaper.com)
Copper Palace (denverpost.com)
Copper Palace, interni (blog.designpublic.com)

Peccato non trovare altre foto su internet, perché vedreste una casa che trasuda arte e colori da tutti gli spigoli. Arte e colori, e soldi, e lusso spropositato, e dettagli inutili. Se avete venti minuti da buttar via, vi consiglio di guardarla voi stessi per farvi un’idea: la puntata è disponibile in streaming qui.

Io nel frattempo vado a riordinare la mia camera da letto: la mia banale, rettangolare, noiosa, bianca, impersonale e piccola camera da letto.

Impara l'arte, e davvero mettila da parte.

Questo weekend è arrivata una zaffata di arte anche in questa cittadina un po’ ingrigita dalla pioggia di questi giorni. Si sta svolgendo infatti ArtePiacenza, la prima edizione di una fiera di arte moderna e contemporanea: è possibile quindi vedere le principali opere esposte grazie alla cura di molte importanti gallerie provenienti da tutta Italia.

Ho sempre pensato che l’arte fosse qualcosa di più di un semplice “osservare”, anche se al liceo non sono mai andata al di là delle semplici ore di storia dell’arte. Ultimamente però la mia curiosità è stata catalizzata dai movimenti contemporanei: la scintilla è scattata dopo una mostra vista l’anno scorso sulla poesia visiva al Mart di Rovereto, e da lì non sono più tornata indietro. Tutt’ora ne so poco, ma vengo rapita dalla molteplicità di significati che ci possono essere dietro ad una semplice illustrazione che sembra fatta da un bambino delle elementari o un ritaglio di giornale appeso ad un filo che pende dal soffitto.

Proprio oggi poi, di ritorno dalla mostra, mi è capitato di leggere che alla fine tutto si riduce all’esperienza del vedere. Vedere qualcosa significa conoscerla, e conoscere significa quindi vedere l’idea che sta dietro a quel qualcosa: quando pensiamo, nella nostra mente “raffiguriamo” nel vero senso della parola, perciò procediamo per immagini. Il mondo, tutto quello che sappiamo, a partire da come si butta la pasta quando l’acqua bolle alla più complicata operazione che si fa in medicina, si basa su immagini.

Purtroppo il mondo dell’arte oggi come oggi è andato oltre al semplice fatto estetico: quasi tutto gira intorno ai soldi e agli interessi, perciò anche in questo caso non è tutto così puro e limpido come è nella favoletta che mi racconto nella mia testa. Gli artisti creano cose incredibili, vendono idee e concetti che vanno a braccetto con la loro tela intagliata o la loro installazione contemporanea. E li vendono a botte di mille, duemila, diecimila, centomila euro.

Sono contenta di non potermi permettere, per mille motivi, niente di ciò che ho visto oggi, né so se un giorno avrò la possibilità (e ancora la voglia) di comprare qualche opera d’arte. Nel frattempo mi limito a guardarle.

V. Francione - Tempesta
J. Valdati - Tassonomia dell'effimero
L. Cervini - Il volo dei ciechi
L. Cervini - La torre e il vento
Mark Kostabi
F. Manenti - Lo scontro

ArtePiacenza
Mart – Rovereto
A. Pinotti, Estetica della pittura, 2007, Il Mulino (Introduzione)