Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, su una panchina con mia nonna. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

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Tre tendenze per i mesi che verranno (Contest BWWY di Grazia.it)

Piove, ho praticamente terminato il cambio degli armadi e mi sono già bevuta il tè. In più, è passato il compleanno della mia amica Bea e, qualche settimana fa, pure quello del mio fidanzato, perciò ci siamo: stiamo traghettando a velocità sostenuta verso l’inverno.
Sì, lo so che tecnicamente è autunno fino al compleanno dei Maya, il 21 Dicembre, ma in questa parte di Italia così fredda e nebbiosa badiamo più agli indumenti che al calendario. Di solito a fine ottobre c’è il cappottino; a metà novembre si inizia a stratificare con qualche maglioncino (o con la canottiera) e poi è la volta del piumino. Qualche volta è necessario pure un Woolrich bello pesante per sconfiggere il gelo che ti si conficca nelle ossa quando fuori siamo sotto zero. Non si è molto femminili, con addosso quella coperta da letto con due braccia, ma è il prezzo da pagare per arrivare sani e salvi, qualche mese dopo, a vedere di nuovo le gemme e gli alberi in fiore come ogni primavera.

E’ inutile negarlo, ci impigriamo un po’ tutti nei mesi più freddi. Basta mangiare due castagne e addio, inizia il lento declino: dvd, plaid sul divano, tè fumante o cioccolata e un’incredibile voglia di andare in letargo. Siamo costretti dal meteo a stare al chiuso e, volente o nolente, per noi diventa tutto più morbido, lento, raccolto. Viviamo le nostre giornate all’insegna della sedentarietà, ma non per questo dobbiamo farci prendere dalla pigrizia e dalla noia. Parola di lupetto.

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#italyinaday – Basta schiacciare "REC".

L’obiettivo della fotocamera (sia l’obiettivo in quanto oggetto fisico sia il fine, lo scopo) è quello di immortalare qualcosa degno di essere ricordato.

Noi siamo abituati a registrare tutto; è molto più facile scattare una foto per tenere qualcosa a mente, piuttosto che farsi un appunto o sforzarsi. E poco importa se una foto viene brutta o un video è registrato storto, basta schiacciare “elimina” e ciao. Inquadri, click, tutto come nuovo.
Mia zia ha più di ottant’anni e ogni volta che sposto la macchina fotografica verso di lei mi dice di piantarla perché sciupo la pellicola. Come se non si sentisse all’altezza di essere impressa.

Forse bisognerebbe essere più selettivi, non so.
Io stessa dovrei esserlo: pensavo di farne tante, di foto, poi ho conosciuto il mio fidanzato e beh, credetemi, nessuno riuscirebbe a farne più di lui. Dice che altrimenti non si ricorda le cose; lui deve vedere, visualizzare, rivivere le immagini.
Non c’è da stupirsi, quindi, se proprio lui mi ha fatto conoscere il progetto Italy in a day.

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Ormai mi sono guadagnata la simpatia del postino. #cartolinebrutte parte 3

Ricordate il mio quaderno viola con le cartoline? A febbraio era sulla buona strada per diventare bello cicciotto (guarda l’articolo precedente), ma ora sta marciando a grandi passi verso una vera e propria esplosione. Non serve più neanche l’elastico.

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Nell’ultimo periodo ci ho dato dentro, siamo quasi arrivati a 100. Ma state tranquilli, alla centesima cambio quaderno.
Sono sicura che il postino, fra un estratto conto e un Vanity Fair, si faccia delle grasse, grassissime risate guardando gli esemplari che mi mette nella buca delle lettere. Soprattutto se si ferma a leggere i messaggi sul retro, che a volte sono più incomprensibili dell’immagine stampata davanti.

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(Ecco perché la mamma diceva sempre di non scambiarsi le scarpe, fra amiche..)

Fra tutti gli studenti universitari, ci sono due categorie in particolare che godono della mia incommensurabile e infinita stima: gli studenti di medicina e gli studenti di filosofia.

Alle medie dicevo che avrei fatto il medico di pronto soccorso: questo è ciò che accade quando si lascia una ragazzina di dodici anni davanti ad ER – Medici in prima linea. Poi è successo che sono rinsavita (ma mica tanto, visto com’è andata).
Non sono proprio a digiuno di medicina: mi è capitato di urlare, un attimo prima di accompagnare qualcuno al pronto soccorso, che ho visto abbastanza puntate di Grey’s Anatomy per capire che dobbiamo andare, adesso, subito, muoviti. 
Mi rendo conto, comunque, che guardare un telefilm non è neanche lontanamente paragonabile alla mole di studio (e di fegato) con cui uno studente di medicina deve irrimediabilmente fare i conti. Non è che mi fa schifo il sangue, né che sono facilmente impressionabile, è che.. è impegnativo, cavolo. Io non ricordo neanche tutti i nomi degli One Direction, e sono solo cinque (nemmeno il nome del mio preferito, quello-coi-capelli-corti), figuriamoci tutto il popò di roba, di ossa, di muscoli, di malattie, di terapie, di cose che dovete studiare voi. Siete pazzi.

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