Una pigna a Sanremo – 2×03 – Gli ospiti trash che avevamo dimenticato

Come avete fatto ad uscire indenni da questa terza serata?
Si poteva arrivare alla fine soltanto abbracciando sul divano una bottiglia intera di Montenegro, alzandosi ogni tanto per fare un balletto (sulla canzone di Gualazzi e Bloody Beetroots soprattutto) e buttando un occhio a Masterchef. Ci sono stati due togliti il grembiule! molto interessanti.

Fortunatamente avevo compagnia, ma ad un certo punto tutti intorno a me russavano. Il nostro minimo di share è stato durante Renzo Arbore: avrà fatto pure la storia della televisione, gli dobbiamo sicuramente molto, ma non ne sentivamo la mancanza. Ha cantato in napoletano e ha sparato battute da Bagaglino tutto il tempo, senza sosta. Visto il livello, quasi speravo entrasse Jerry Calà con il suo “non sono bello, piaccio”.

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Una pigna a Sanremo – 2×02

E’ appena finita la seconda serata del Festival di Sanremo, e a me piacerebbe potervi dire semplicemente così:

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Non è il massimo scegliere un’immagine di Grillo proprio oggi, ma meglio vederlo all’Ariston che durante il siparietto stile Uomini e donne che è andato in onda oggi con Renzi. Ma bando alle ciance, non perdiamoci a far polemica; “usciamo da questo blog” (cit.) e parliamo di cose serie.

Incominciamo dalla fine, ovvero dalla gara canora. Questa seconda serata è stata scandita dal tic tac dell’orologio, nessun intoppo, nessun gesto sfrontato, tutto secondo scaletta. D’altronde lo aveva detto Fazio: stavolta sarà tutto precisino.
Con il secondo round abbiamo esaurito i BIG in gara. Io verso le undici ho accusato un po’ il colpo, ma tutt’un tratto ho trovato il modo di svoltare. Vedremo in seguito. 

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Una pigna a Sanremo – stagione 2 episodio 1.

Eppure avevamo incominciato così bene, con Pif..

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Se siete venuti qui per ridere di me o per dirmi quanto io sia vecchia dentro per guardare, con lo smartphone e il limoncello stretti stretti fra le mani, le serate di Sanremo vi prego, rimanete.
Se siete invece capitati per farvi un’idea sul Festival, visto che ieri sera avevate qualcosa di meglio da fare, rimanete lo stesso: durante questi eventi così social io sono sempre in prima linea, come il Dottor Greene prima che gli venisse un brutto male al cervello e lasciasse definitivamente la serie, e macino ore di diretta per ragguagliarvi su tutto ciò che accade sul palco più bistrattato d’Italia. (Anche perché non so se ci siete stati, ma il Teatro Ariston sembra veramente un misto fra un cinema anni settanta e un sottopasso della metro).

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Non aprite quella scatola #2 – "Ascoltavate questa roba?"

Ho appena letto questo tweet. Ci credete alle coincidenze?

gemellidiversi

Quando mi stufo di sentire per l’ennesima volta la stessa canzone (ovvero quando mi stufo di sentire RTL, la cupola della musica in Italia per eccellenza) migro col telecomando verso il canale 69, Radio Capital Tv. Fanno uno o due brani decenti in un’ora, non di più – ieri hanno passato perfino Jean Michel Jarre e Jobim, che anche con tutta la buona volontà riesci ad apprezzare soltanto se sei nato fra il 1950 e la fine degli anni sessanta – ma ogni tanto ci sta. Per purificare le orecchie, per tornare a quello schitarrare e a quel funky che ascolto praticamente solo quando sono in macchina con mio zio.
Ieri, fra gli Electic Light Orchestra e “Easy like sunday morning”, hanno mandato anche “Nobody’s wife” di Anouk. Anno 1998. Ve la ricordate? Arpeggino all’inizio, lei, bionda e vestita malissimo, nel video che urla contro chiunque, “I’m sorry for the time that I made you scream, nanana nanana nana”. Io mi ricordo che al mare c’era una sottospecie di jukebox, sulla falsa riga di quelli originali stile Happy Days: un mio amichetto della spiaggia continuava a farla suonare e si bullava con gli altri dicendo che sapeva tradurre il titolo in italiano – “lei è la moglie di nessuno”. Avevamo dieci anni, nel ’98.

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E va bene, sparecchio. Però voi poi mi lasciate la tv che c’è il Festivalbar!

Mi sembra di sentire ancora il ronzio delle ciribigole.
Non so se è un termine diffuso, ciribigole. Intendo le zanzare: quel rumorino sordo che parte da lontano e che sembra planarti di continuo verso il timpano. Mio nonno diceva chiudi la finestra, che vegnan deintar i ciribigul.

Di solito io il Festivalbar lo guardavo in campagna. Abbiamo una casa, non lontano dalla città, e i miei mi ci spedivano già da inizio luglio. Giù fa caldo, dicevano – io in città ci sarei rimasta anche con cinquanta gradi all’ombra, ma non l’ho mai detto fino ai sedici anni. Mi ci spedivano e io ci andavo, un po’ malvolentieri e un po’ no, perché stare in campagna voleva dire non fare niente. C’era la nonna, e c’era il nonno. C’erano le zie, c’era il mercato (e c’è ancora) il lunedì mattina; c’era la Silvia che non scendeva mai da casa prima delle undici, perché non c’erano campane che riuscivano a svegliarla. C’erano i miei cugini, e c’era che bisognava fare qualche compito delle vacanze, ma solo quando c’era grigio e non si andava in piscina.

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