Forse cercavi

È un po’ come stare sulle montagne russe. Chissà perché poi si chiamano così.
Perché le ha volute Caterina di Russia: dicono che le prime erano fatte di ghiaccio.
Caterina, anche mia mamma si chiama Caterina.
Lo so. Erano a San Pietroburgo. Come in Anastasia.
Ah sì. Anastasia l’ho guardato tempo fa su Netflix ma mi sono addormentata subito, forse avrei dovuto guardarlo da piccola. Però la canzone la so a memoria. Il mio inizio sei tu.
Sì. Fiorello e Tosca.
Ma loro le chiameranno lo stesso russe?
Loro chi?
I russi.
Non so.
Una volta ho visto una puntata della Parodi, c’era un periodo in cui ero fissata con i programmi di cucina e alle 12:30 mi mettevo lì a guardare ogni cosa che faceva. Aveva invitato Natasha Stefanenko che aveva cucinato l’insalata russa. Aveva raccontato una storia strana sul fatto che in Russia non si chiamasse “insalata russa”, ma mi ricordo solo la domanda e non la risposta.
Eh.

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Vorrei raccogliere una manciata di sabbia

Qualche giorno fa mi hanno scritto questo, per caso, quasi fosse un regalo, una lettera tipo Posta del Cuore. Frutto di un discorso più ampio ma essenziale nella sua brevità, pubblico tutto volentieri, sperando di poter dare una voce e un respiro a chi mi ha scritto. Grazie. 

Vorrei raccogliere una manciata di sabbia. Quei piccoli granellini così fini e intangibili. Vorrei trattenerli nel mio pugno, stringerli, quasi a farli scomparire. Ma non potrebbero scomparire. La materia ha volume. La puoi plasmare, trasformare, ma non eliminare.

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25 Aprile – Polenta, pannocchie e sandaletti con le cinghie

Chissà quante volte ho sbuffato, prima di ascoltarla veramente.

Sai quando lo hanno trovato, cosa mi han detto? 

Ha girato molte case, quando era piccola. Avevano paura che la rapissero o che le succedesse qualcosa, suo padre doveva essere stato un uomo importante – doveva firmare dei fogli, dei documenti, che permettevano alle persone di andare in città senza che fossero fermati dai fascisti. Nel ’45 non aveva ancora compiuto otto anni. Era la più piccola della famiglia (l’ottava, quattro sorelle e quattro fratelli, quasi da manuale) e sua mamma aveva deciso di affidarla a degli zii, in giro per la campagna emiliana.

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Togliere il sole dall’universo

Ho sempre avuto dei piccoli rituali. C’è stato un periodo in cui, quasi tutte le sere, io e la mia amica Daniela ci telefonavamo per dirci soltanto domani andiamo a scuola on foot, oppure ci vediamo direttamente là. C’è stato un periodo in cui i pomeriggi erano pieni di cose da fare – conservatorio compiti ginnastica telefilm giro in centro cinema al sabato. C’è stato un periodo in cui i compiti li facevo addirittura al telefono.

Mi hanno sempre detto che con le amicizie sono stata fortunata. Poche persone mi hanno regalato il loro peggio, in effetti. O sono io che ho sempre saputo vedere il loro meglio, non saprei. In ogni caso, non è stato un grande sforzo. Anche perché non è che io incarni l’ideale di amica perfetta. E non lo sto dicendo per farmi dire il contrario, a volte sono pessima – non richiamo, mi dimentico, faccio la stronza. Ma grazie al cielo me ne rendo conto.

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Anima e cuore

Credo che il più grande dei mali del mondo sia – mh, no, aspetta, ricomincio.

Ci sono tanti mali nel mondo. E non mi riferisco solo a quelli che raccontano al telegiornale o alle Iene, che quelli sono sulla bocca di tutti. Ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi drammi, le sue problematiche, le sue paure e i suoi casini da risolvere. E ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi mali del mondo. Nascosti, riposti nella tasca interna della giacca, quella che non si vede da fuori ma si sente, batte, preme lì e ti appesantisce. Non ci si prende una pausa, dai propri mali del mondo. Ma si impara a conviverci, a riderci sopra, a lasciarli un po’ di tempo senza suoneria.

Fra i miei mali del mondo, l’ho capito da poco, c’è anche la retorica. E non quella che ti insegnano a scuola, di Cicerone, quella del bel parlare e di tutto il resto. Quei banali (e anche un po’ falsi) giri di parole volutamente profondi, che vogliono esprimere per forza un concetto prepotente, perfino strappalacrime.
Non c’è niente che mi faccia più incazzare della retorica. Dico davvero. Odio scrivere i biglietti d’auguri o d’amore, perché ci si aspetta sempre che il messaggio sia alto, grande, importante. Tu sai curare le ferite del cuore, sai volare al centro della mia anima e tutte queste baggianate che non scrive più neanche Sveva Casati Modignani. Odio la banalità, odio le cose preconfezionate e la parola anima e la parola cuore.
Non scrivete al vostro fidanzato che è la vostra metà della mela. Ditegli che è lo zampirone quando è agosto e sei assediato dalle zanzare. Che è quella camicia che è costata poco e che non ha bisogno di essere stirata. Che è un piatto di vellutata di carote proprio quando, quell’unico giorno all’anno (o nella vita), hai voglia di vellutata di carote.

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