Cento di questi giorni.

La fine dell’anno arriva sempre, prima o poi.
Odio fare bilanci, trarre conclusioni, stilare valutazioni: di solito è come se tenessi a mente un file excel e lo completassi di volta in volta, spesso mentre fisso il soffitto da dentro il mio pigiama di Snoopy. Verba volant, dicono, quindi figuriamoci i pensieri.

Ci sono volte in cui però la scripta si rende necessaria. Dà un che di ufficialità, di sacro, di permanente. E per una volta, per una strana congiunzione astrale o un insolito allineamento dei pianeti, la fine dell’anno coincide con il centesimo articolo pubblicato qui. C’è da festeggiare.

Potrei prendere un foglio, a questo punto, e tracciare una linea. Cose da tenere del 2012, cose da buttare. Cose positive, cose negative. Cose che ho fatto, cose che non ho fatto. Servirebbe? Solo a far abbattere altri alberi.
Certe persone avrebbero davvero bisogno di guardarsi indietro e farsi qualche domanda. Io di sicuro non posso farlo al posto loro, ho già da rispondere alla più importante delle domande di questo periodo. “Cosa fai a capodanno?”.

La ciliegina sulla torta: odio anche fare i buoni propositi. Sbircio sempre l’oroscopo globale del Leone per l’anno che verrà, ma alla fine prima del 25 gennaio me lo sono già dimenticato.
Un tempo scrivevo i buoni propositi nelle ultime pagine dell’agenda, su quella nuova: puntualmente arrivavo al 31 dicembre e mi sentivo peggio di uno schifo.
Dimagrire, dire meno parolacce, imparare l’arabo, leggere più libri, fare sempre la raccolta differenziata, donare il sangue, la pace nel mondo..
Questa volta non ci casco.
C’è solo una cosa che vorrei, per l’anno prossimo: vorrei avere più tempo. Tempo per ignorare le persone che non meritano più di uno sguardo o una scrollata di spalle, e tempo da dedicare a me stessa, che sia per fare una telefonata a qualcuno o mettermi un impacco sui capelli. Tempo per godermi il sorriso della nonna, per mettere a posto il mio armadio o per uscire a prendere un caffè con un amico.
Tanto ad imparare l’arabo ci penserò quando andrò in pensione.

Ps. Non sono una grande fan dei ringraziamenti e degli applausi, ma devo per forza approfittare di questo spazio per presentare al grande pubblico coloro che contribuiscono, giorno per giorno, a farmi pubblicare articoli (e cretinate).
Gran parte dell’ispirazione mi arriva dai vari personaggi che ho come amici di Facebook e della vita reale, molti dei quali sanno riconoscersi fra le righe e prendersi in giro con ironia.
L’altro 28% dei riferimenti lo prendo dai racconti delle amiche vestite di lilla; è la miglior finestra dalla quale potersi affacciare e guardare il mondo. Siete preziose, tutte, e lo sapete. PinkyCassy compresa.
Il restante 3% non sa/non risponde.
Il moroso si deve sorbire le paranoie e le idee strampalate sugli sfondi ed è il più puntiglioso degli editor, ma mi offre spunti preziosi anche solo sbattendo le ciglia o sbadigliando. O mangiando, cosa che fa volentieri.
Una manciata di amiche mi legge e mi condivide sempre e ovunque; c’è chi mi commenta via sms e chi mi telefona, e c’è chi c’è, semplicemente.
C’è chi mi legge a voce alta perché mi trova talmente divertente da arrivare allo sfottò, e chi mi legge credendo di rimanere nell’ombra, nell’anonimato – credendo, appunto: le due categorie spesso coincidono, ma loro ancora non lo sanno.
A tutti questi, un fragoroso e sincero grazie.
iPhabi non è tutta farina del mio sacco, io sono solo bravina a riordinare le lettere dell’alfabeto. Aizerg, e obnu anon.

I menù di Benedetta.

Ho una domanda.
Avete presente, no, il programma di Benedetta Parodi. Lei cucina, e mette il dito nelle torte, stende la pasta frolla pronta, prepara biscotti.. A me piace, perché mi trasmette l’idea che se ci arriva lei, alla fine della ricetta, posso tentare di concluderla anche io senza farmi sequestrare la cucina dai Nas.
Ma non volevo dire questo.

Lei cucina, dicevo, ogni giorno su La7 alle sei di sera e in replica da mezzogiorno e mezza in avanti. Quest’anno ha il pubblico, e capita che di tanto in tanto le telecamere indugino sulle facce. E sono mesi che vedo sempre la stessa gente: una signora coi capelli bianchi sparati in aria e un uomo anziano. Benedetta li chiama anche per nome: Agnese e Red.
Prendono il microfono e intervengono sempre. “Benedetta ci hai messo il sale?”, “Benedetta posso mettere un altro formato di pasta?”, “Benedetta a che temperatura la cuoci?”, “Benedetta come si chiamano quelle pere?”.

Ormai guardare la tv e intanto cucinare il pranzo, come faccio di solito ultimamente, è un supplizio.
Vi prego, ditemi: ma chi sono? Personaggi della tv del passato, parenti della Parodi, vicini di casa, genitori del regista, chi?! Datemi le generalità di questi signori che voglio andare a farci due chiacchiere. Li vado a trovare a casa, nel loro salotto. E poi ce li chiudo dentro.

Babbo Natale quest'anno legge le mail.

Partiamo da un presupposto: il mondo fa schifo.
Fa schifo per tanti aspetti. Non mi piace il mio lavoro, il mio collega puzza di naftalina (e credetemi, può diventare un problema grosso). Ho pochi soldi. La gente non mi capisce, la mia fidanzata non mi capisce. Non ho amici, nessuno mi chiama per uscire. Non mi piacciono i miei capelli, vorrei farmi i buchi alle orecchie, vorrei tatuarmi un drago. Sono grasso. Sono magro. O comunque non vado mai bene.

E partiamo anche da un altro presupposto: il mondo fa schifo per tutti.
Fa un po’ meno schifo per certe categorie di persone (sui quali non vale la pena sprecarci neanche una parola), e per i bambini, quelli che si divertono e rimangono incantati dalle cose nuove, quelli che ti sorridono senza un motivo. Per loro i problemi sono solo quelli dettati dalla maestra di matematica.

Vorrei fare un esperimento, e l’idea mi è venuta ieri sera. Ho messo piede in casa e, buttando un occhio verso l’albero di Natale (ho già detto che in casa mi hanno costretto a farlo l’altro giorno? Mi hanno costretto a farlo l’altro giorno), ho intravisto una lettera scritta a computer indirizzata a Babbo Natale, appesa. Mio fratello chiede dei Lego e il gioco di Angry Birds, visto che quest’anno sono stato buono.
L’ha messa lì, sperando che Babbo Natale (o Santa Lucia, che per noi arriva prima) passando gli lasci giù qualche giocattolo, uno qualsiasi. Alla fine gli basta la sorpresa.

Conosco bambini che hanno voluto assolutamente chiudere la loro letterina di Natale in una busta, metterci il francobollo e spedirla direttamente in Lapponia.
E’ stata una saggia idea: di certo il signor Babbo ha un indirizzo e un telefono di casa, ma fra la fila alle poste e il costo della telefonata non so se vi conviene. Tra l’altro potevano fare tre buchi, alla cassetta della posta: per la città, per le altre destinazioni, per Babbo Natale. Domani devo andare a pagare un bollettino, quasi quasi lo propongo alla signora allo sportello.

Comunque, ormai sono diventata pappa e ciccia con Babbo Natale. Guardare per credere.

Babbo Natale Twitter

E oltre ad un account Twitter ha pure una mail diretta, a cui potete scrivere.
carobabbonatale@live.it
E’ attiva e funzionante, e vi assicuro che ha la casella configurata sul suo iPhone. Ad ogni turudì sogghigna sotto i baffi.

Per vostra fortuna sono in carbon copy anch’io, in qualità di sua personal blogger. Mi ha scelto per smistargli la posta, portargli il caffè, fargli le fotocopie, queste cose qua.
Mi ha dato il permesso di pubblicare qui qualcosa di interessante che sarà sicuramente (intesi?, ho detto sicuramente) arrivato via mail in queste settimane. Lamentele, speranze, insulti, complimenti, richieste di regali. La più interessante e/o la più divertente riceverà un premio – e non sto scherzando, anche Babbo Natale ha bisogno di riacquistare credibilità e si è dato ai concorsini, ai giveaway, alla raccolta punti, come su YouTube o il catalogo Fidaty dell’Esselunga.
Scrivetemi quello che vorreste ricevere da Babbo Natale e l’anno nuovo vi sarà recapitato in un pacchetto, direttamente a casa. Fidatevi. Tanto io in posta ci devo andare comunque.

Turudì.

 

Lettera S – iPost del cuore.

Di sicuro l’avete sentito, al telegiornale: Sallusti, il giornalista che fino a qualche tempo fa spopolava nei talk show sta rischiando il carcere.

Riassumo – in modo magari impreciso, ma comprensibile anche agli alunni di terza elementare che mi leggono – per gli smemorati.
Nel 2007 Sallusti era il direttore del quotidiano Libero e perciò responsabile di quanto pubblicato in un articolo che parlava della decisione di un giudice nei riguardi di un aborto (una tredicenne costretta ad abortire, costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via, si legge – cercate la fonte, si trova online un po’ ovunque). L’articolo reca la firma Dreyfus, quindi le vie possibili potevano essere due: o il querelante si appellava alla responsabilità del Direttore, oppure sporgeva denuncia contro il signor Giampiero Dreyfus. Forse faceva prima a querelare Batman.
Cavilli legali a parte (o capelli legali, quelli che Sallusti ha perso nel corso della sua lunga carriera di giornalista), il nocciolo della questione è che il Direttore è stato condannato ad una pena pecuniaria e alla reclusione per un anno e qualche mese in carcere.
Il resto è cronaca. Il Parlamento si mobilita, in Senato si discute ma poi ci si esprime col voto segreto e si boccia.. Insomma, tutti si danno da fare per aggiustare una legge (quella di diffamazione a mezzo stampa) che probabilmente anche a noi comuni cittadini sembra un pelo too much, per dirla alla fashion blogger.

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Post-it: Sai cosa viene dopo "non rubare"?

Ultimamente noto una certa inclinazione, nella gente, a rubare.
Rubare tempo dicendo cose inutili, rubare il posto quando, in banca, sei in fila allo sportello. Rubare le caramelle nella ciotolina di un negozio. Rubare in un appartamento. Rubare le partite, o rubare le battute su Facebook. Rubare le idee, o rubare i soldi facendo i furbini con lo Stato.

Eppure, il rubarmi semplicemente le ruote della macchina non doveva suonarmi poi così strano.
L’ingenuità, lo stupore.. quelli me li avete lasciati.