Piano piano, poi tutto in una volta

Ho fatto un sogno stanotte. Eravamo su una spiaggia, io con gli occhiali da sole sulla testa e tu con le lentiggini e il vento in faccia. Eravamo sdraiati sui sassolini, avevamo i piedi raggrinziti dall’acqua, avevamo fame ma l’aria era troppo bella per ritornare a casa. Io ti guardavo, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto, e ti avrei voluto dire andiamo dai che ho fame mi sta venendo lo stomaco lungo, ma poi ho pensato che davvero si stava troppo bene e lo stomaco sarebbe potuto diventare anche di sei metri, che mi importa, finché ci sei tu. Mi sono girata su un fianco per guardare oltre quella scogliera, il sole stava quasi sparendo. Mi sono messa gli occhiali da sole per vedere meglio ma, una volta inforcati sul naso, tutta la spiaggia scompariva: ora eravamo su un divano, con un bicchiere di vino bianco e due stuzzichini fra le mani, probabilmente ad un aperitivo con qualche tuo amico. Io avevo il vestito rosso e le ballerine nere, tu una camicia grigia con una macchiolina di vino sul braccio.

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Le fisse #2

Prosegue la rubrica più amata dagli italiani, ovvero quel momento in cui tu, caro lettore fedele, fingi di interessarti a quella manciata di cose su cui mi sono fissata nell’ultimo periodo. Quel momento in cui ti vedi costretto ad annuire sommessamente mentre ti dico che “le fisse potrebbero servire anche a te”, che magari fare quella-cosa-lì potrebbe darti lo spunto per le pigre serate estive che verranno. Perché ce ne saranno, credimi, ce ne saranno. Soprattutto se le vacanze sono così lontane che neanche le vediamo col binocolo. 

– In tv ultimamente non danno niente e io, dopo la mia pausa apatica dai telefilm, mi sono ributtata a capofitto nel tunnel. Dopo un inizio traballante con House of cards (lo sto lasciando decantare un po’, in attesa che il mio compagno di puntate abbia voglia di ricominciare a guardarlo), un rifiuto categorico verso Game of Thrones e una risalita con 1992, mi sono rimessa in carreggiata con Orange is the new black e Wayward Pines.

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Una boccata d’aria fresca

È come prendere una boccata d’aria fresca. Come un temporale estivo proprio quando hai un caldo esagerato e vorresti strapparti di dosso anche la pelle. Come un paio di scarpe che quando le provi ti stanno proprio comode, neanche fossero fatte su misura, e non ti stringono in punta come tutte le altre. Come un viaggio inaspettato proprio quando avevi pensato di partire. Un biscotto di pasta frolla bruciacchiato, fatto con i ritagli avanzati della crostata. Come sognare di volare. Beccare uno dei tuoi film preferiti in tv, proprio mentre stavi pensando che palle non c’è un cazzo da guardare povera Italia è davvero uno schifo adesso quasi quasi mi faccio Sky. Come una boccata d’aria fresca. Una manicure fatta a puntino che ti fa sentire in ordine dalla testa ai piedi. Come quando l’ipod in riproduzione casuale ti regala la canzone di cui avevi bisogno. Come trovare una panchina all’ombra dopo una camminata lunghissima. Come il suo sorriso. Un romanzo letto tutto d’un fiato. Un tramonto su una spiaggia deserta di sassolini bianchi. Come essere te stesso senza aver paura di essere giudicato. Come sapere a memoria una poesia delle elementari. Come gli spaghetti aglio olio e peperoncino all’una di notte. Come un goal all’ottantanovesimo. Come quella sensazione che ti assale quando l’aereo sta per decollare ma tu hai chi ti stringe la mano e ti dice che andrà tutto bene. Come una boccata d’aria fresca – l’ho già detto una boccata d’aria fresca? Come il momento in cui decidi che quella sarà la tua firma e che è proprio bella (magari ci metto una righettina anche qui, ecco, così) e ti senti già grande anche se non hai ancora finito le scuole medie. Come quando stai pensando alla stessa cosa e ti capisci con uno sguardo. Come piangere dal ridere. Come un regalo inaspettato. Una piantina di basilico sul balcone che impreziosisce la tua pasta dal pomodoro fresco. Come quando i bambini ridono di gusto e si fanno venire il singhiozzo. Quando prendi un foglio e riesci a disegnare un cerchio perfetto. Quando ti arrabbi e piangi dal nervoso ma poi fai sempre pace. Come le carezze della nonna dopo un capitombolo e un taglio sul ginocchio. Come prendersi le mani al buio e riconoscersi al tatto. Come una ventata in faccia mentre lasci andare i pedali della bicicletta per fare quella discesa. Come il naso spelato dopo due giorni di mare. Come le ciliegie. Le lentiggini. La neve. E come una boccata d’aria fresca.
Ecco.
Stare con te non è neanche la metà di tutte queste cose messe insieme.

I pettegolezzi delle api dicono che i leopardi hanno perso la vena poetica

Lo so, non dirmelo anche tu. Non scrivo da secoli. In realtà non è poi così tanto, ma non ho scuse.
Incominciare un post invocando le muse e chiedendo perdono sarebbe troppo perfino per me che in questo periodo è tutto un 
parla come magni (col risultato che parlo poco e mangio ancora meno) perciò tiro fuori un evergreen, un grande classico, per sbloccarmi da questa sottospecie di sindrome da foglio bianco.
Sarebbe bello dire che mi sto ispirando ad Umberto Eco e ai grandi scrittori con cui ci riempiamo la bocca ma ehi, per caso mi stai dicendo che Bridget Jones non è poetica?!


5 Giugno 2015
Ore 12:30

Giorni che sono passati dall’ultimo post: 37 – un’infinità. Non mi prendevo una pausa così lunga neanche durante l’estate alle elementari, quando incominciavo i compiti solo dopo il mio compleanno. E iniziare il libro delle vacanze a ferragosto è dura, credetemi.
Cose che ho fatto nel frattempo: tante, tantissime, ma quasi tutte mi sono scivolate addosso e ora le vedo lontane, come se non le avessi vissute io.

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Il pavimento su cui camminiamo

Non te lo spiegano, che crescere è un po’ come ritornare piccoli. Come quando continuavi a chiedere alla mamma perché -perché perché perché dobbiamo andare dalla nonna, perché devo mangiare i finocchi se mi fanno schifo, perché.

Arriva un momento nella vita in cui non rispondi più di te stesso perché hai paura. Riesci a distinguerla, quella paura lì, quella vera, dal mal di gola che ti provocano le lacrime che ti si seccano a metà via. Dal fatto che non riesci a parlare, non riesci a spiegarti, non riesci a guardare con lucidità le cose – dal fatto che non ti senti più tu. E dal fatto che ti poni delle domande, perché perché perché perché, e hai paura anche solo a cercare le risposte.

Ho già parlato di Alessandro D’Avenia, in passato. Avevo letto il suo libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e ne avevo parlato qui, dicendogli come con la sua Beatrice mi aveva dato un pugno fortissimo nello stomaco e mi aveva costretto ad aprire un baule pieno di povere e di ricordi. Quel baule negli ultimi anni si è riempito di nuovo, di storie, di persone, di esigenze, e non ho mai più dovuto riaprirlo fino a qualche giorno fa. Ecco perché appena ho visto che Alessandro D’Avenia parlava oggi in Cattolica non ci ho pensato due volte, ad andare.

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