Cose che mi vergogno di fare

Se mi conoscete un po’, saprete che ci sono tante cose che mi vergogno di fare.
Fermi, fermi – certo. Alla fine va a finire che, se le devo fare, le cose le faccio. Controvoglia, sbuffando, alzando gli occhi al cielo e invocando i pianeti affinché trovino il modo per allinearsi e far succedere qualcosa di molto brutto, in modo che io possa tornare nel mondo delle nuvole dove ero stata fino a tre secondi prima, ma le faccio.

Sono una persona fortunata, è vero. Non mi occupo molto di faccende burocratiche, non mi pongo il problema di chiamare un tecnico perché per fortuna c’è sempre qualcuno che lo fa per me. E poi, mettiamo caso che dobbiamo andare a cena: siamo in dieci, perché devo telefonare io? Oppure io e Architetto vogliamo prenotare in quel ristorante: toh, tieni, Architetto, ti presto il mio telefono, chiama. Sono una persona fortunata, sì, e sono anche una persona pesaculo. Pigra. E orribile.

Comunque sia, vergognarsi di fare qualcosa è proprio nel mio DNA da tempo. E non solo nel mio. La leggenda narra che da piccolo mio fratello, impacciato e timido come me, quando andava in edicola per comparsi il Topolino si metteva dietro all’altro mio fratello (più piccolo di entrambi) e nascondendosi gli diceva cose tipo “io ti accompagno, però parli tu”. Ecco, amici. Io vi accompagno, però parlate voi.

Cose che mi vergogno di fare – ma che poi faccio lo stesso:

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Lo spirito del tempo – tirare una riga e andare avanti

La cosa difficile è passare Dicembre senza fare la lettera a Babbo Natale.
Io li chiamo così, i miei propositi per l’anno nuovo. Finisce sempre tutto dentro alla letterina di Babbo Natale. Fino a qualche anno fa occupavo l’ultima pagina della Moleskine, facevo una lista ragionata (era sempre la stessa, da anni: meno kg, meno parolacce, meno pippe mentali e meno male che non vado avanti, rischierei davvero di perdere la faccia) e a fine anno puntualmente mi deprimevo, non era cambiato niente, e mi stramaledicevo, e magari ci piangevo anche sopra, perché non era cambiato niente e porca vacca se anche l’anno prossimo succede la stessa cosa piuttosto la brucio la Moleskine, guarda, la brucio.

Nella letterina a Babbo Natale di solito si inizia dicendo che “visto che quest’anno ho fatto la brava vorrei che tu mi portassi questi regali”. Io non sono sicura di aver fatto la brava, quest’anno. Di cose ne sono successe ma ho anche pensato e dormito molto. Forse se avessi rinunciato a qualche ora di sonno, chissà. Di sicuro mi sono comportata bene: ho fatto il mio dovere nel mettermi finalmente la corona d’alloro in testa e nel cercare di ritagliarmi uno spazio e una vita che siano il più possibile fatti su misura. Sono cresciuta e mi sono ritrovata in piedi, dritta, sulle mie gambe. Mi sono innamorata di un uomo che amavo già e me ne sono addirittura meravigliata. Ho fatto i compiti, insomma: credo di non aver fatto niente di eccezionale. Tranne una cosa.

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Qualcosa che dia un senso al tuo aspettare

Mi ricordo di quando eravamo lì seduti, sugli scogli rossi. Eravamo seduti da un’ora. Saranno state le sei, le sette di sera. Sotto al mio vestito di jeans avevo il costume azzurro, quello che si allaccia dietro al collo, che era più o meno dello stesso colore della tua maglietta che sapeva ancora di acqua di mare.

Eravamo seduti sugli scogli da ore e non avevamo nessuna intenzione di alzarci. Eravamo arrivati dopo aver camminato sui sassi ed essere andati avanti fino alla punta di Capo Coda Cavallo. Da quell’angolo si vedeva un isolotto colpito dal sole, lontano dal resto della costa, che se ne stava lì immobile nonostante le onde continuassero a infrangerglisi addosso.
Siamo stati seduti per ore e vicino a noi soltanto un pescatore. Due parole, giusto perché non riesci mai a stare zitto, e ah, no, poca roba, soltanto dei pesciolini da scoglio, oggi va così. È stato in quel momento che ho pensato che la pesca non dev’essere uno sport per gente particolarmente perspicace.

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La Giustifica

Mi siedo. Mi dico adesso è il momento, ne sono sicura. Provo a formulare qualcosa, cancello riscrivo cancello riscrivo cancello, e alla fine andate a cagare tutti, non ce la faccio.
Ecco. Questo potrebbe essere il riassunto degli ultimi mesi.

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Mi ero chiaramente presa il mese di agosto come pausa. Chi ha voglia di scrivere il mese d’agosto, mi dicevo, e soprattutto chi ha voglia di leggerti, il mese d’agosto. Nessuno. Ho riposto la mia voglia di parlare nell’armadio, vicino alle giacche leggere e alle maglie con le maniche lunghe, sperando di poterla riprendere a settembre, una volta tornata alla normalità.
Il punto è che alla normalità stavolta ci sono tornata con molta calma. Sono andata in vacanza per la prima volta a settembre (tranquilli, lo faccio il post sulla Sardegna, lo faccio) e ci sono stata fino alla metà del mese. Quando ho varcato la soglia di casa, però, attorno a me si è scatenato il caos: la gente era persa, con gli occhi di fuori, agitata, pur rimanendo in silenzio.

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Fare la muffa a Venezia

Io con Venezia ho un rapporto strano.
Ci sono andata per la prima volta all’inizio delle superiori, mi avevano fatto schifo i piccioni, erano ovunque. Ci sono tornata con i miei un giorno per il carnevale; niente piccioni ma costumi e maschere, a centinaia, che andavano avanti e indietro per Piazza San Marco e mi sembravano dei fantasmi usciti da Amadeus. Devo esserci tornata ancora, una volta o due, con Architetto: esponevano un suo modellino alla Biennale, eravamo andati a vederlo ed era stipato in un angolino insieme ad altri mille, tutti uguali. (No amore, non è vero, il tuo era il più bello. Se me lo ricordassi).

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