Piano piano, poi tutto in una volta

Ho fatto un sogno stanotte. Eravamo su una spiaggia, io con gli occhiali da sole sulla testa e tu con le lentiggini e il vento in faccia. Eravamo sdraiati sui sassolini, avevamo i piedi raggrinziti dall’acqua, avevamo fame ma l’aria era troppo bella per ritornare a casa. Io ti guardavo, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto, e ti avrei voluto dire andiamo dai che ho fame mi sta venendo lo stomaco lungo, ma poi ho pensato che davvero si stava troppo bene e lo stomaco sarebbe potuto diventare anche di sei metri, che mi importa, finché ci sei tu. Mi sono girata su un fianco per guardare oltre quella scogliera, il sole stava quasi sparendo. Mi sono messa gli occhiali da sole per vedere meglio ma, una volta inforcati sul naso, tutta la spiaggia scompariva: ora eravamo su un divano, con un bicchiere di vino bianco e due stuzzichini fra le mani, probabilmente ad un aperitivo con qualche tuo amico. Io avevo il vestito rosso e le ballerine nere, tu una camicia grigia con una macchiolina di vino sul braccio.

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Una boccata d’aria fresca

È come prendere una boccata d’aria fresca. Come un temporale estivo proprio quando hai un caldo esagerato e vorresti strapparti di dosso anche la pelle. Come un paio di scarpe che quando le provi ti stanno proprio comode, neanche fossero fatte su misura, e non ti stringono in punta come tutte le altre. Come un viaggio inaspettato proprio quando avevi pensato di partire. Un biscotto di pasta frolla bruciacchiato, fatto con i ritagli avanzati della crostata. Come sognare di volare. Beccare uno dei tuoi film preferiti in tv, proprio mentre stavi pensando che palle non c’è un cazzo da guardare povera Italia è davvero uno schifo adesso quasi quasi mi faccio Sky. Come una boccata d’aria fresca. Una manicure fatta a puntino che ti fa sentire in ordine dalla testa ai piedi. Come quando l’ipod in riproduzione casuale ti regala la canzone di cui avevi bisogno. Come trovare una panchina all’ombra dopo una camminata lunghissima. Come il suo sorriso. Un romanzo letto tutto d’un fiato. Un tramonto su una spiaggia deserta di sassolini bianchi. Come essere te stesso senza aver paura di essere giudicato. Come sapere a memoria una poesia delle elementari. Come gli spaghetti aglio olio e peperoncino all’una di notte. Come un goal all’ottantanovesimo. Come quella sensazione che ti assale quando l’aereo sta per decollare ma tu hai chi ti stringe la mano e ti dice che andrà tutto bene. Come una boccata d’aria fresca – l’ho già detto una boccata d’aria fresca? Come il momento in cui decidi che quella sarà la tua firma e che è proprio bella (magari ci metto una righettina anche qui, ecco, così) e ti senti già grande anche se non hai ancora finito le scuole medie. Come quando stai pensando alla stessa cosa e ti capisci con uno sguardo. Come piangere dal ridere. Come un regalo inaspettato. Una piantina di basilico sul balcone che impreziosisce la tua pasta dal pomodoro fresco. Come quando i bambini ridono di gusto e si fanno venire il singhiozzo. Quando prendi un foglio e riesci a disegnare un cerchio perfetto. Quando ti arrabbi e piangi dal nervoso ma poi fai sempre pace. Come le carezze della nonna dopo un capitombolo e un taglio sul ginocchio. Come prendersi le mani al buio e riconoscersi al tatto. Come una ventata in faccia mentre lasci andare i pedali della bicicletta per fare quella discesa. Come il naso spelato dopo due giorni di mare. Come le ciliegie. Le lentiggini. La neve. E come una boccata d’aria fresca.
Ecco.
Stare con te non è neanche la metà di tutte queste cose messe insieme.

I tuoi occhi piccoli piccoli

Eravamo sul traghetto. Avevamo deciso di tornare sul tardi, era una bellissima giornata. C’era il tramonto e c’era vento – c’era tantissimo vento, roba che quasi non si poteva stare fuori all’aria aperta, ma noi volevamo goderci fino alla fine le ultime boccate di mare. Era stata una vacanza a stretto contatto, di quelle un po’ due cuori e un monolocale, ma non quelle smielose da film anni novanta che trovi su La5, no, una vacanza semplice, fatta di sguardi sognanti e quanto sei bella stamattina forse anche un po’ più di ieri.

Guardavamo oltre la balaustra e cercavamo di non ascoltare il rumore del motore, poi all’improvviso l’ho vista. Io non riesco a stare dentro, quando sono sul traghetto, mi viene la nausea e ho bisogno di aria. Già non lo sopporto molto, il traghetto, con tutto quel dondolare e quegli scatti improvvisi e il vento che ti schiaffa in faccia i capelli e l’idea di avere solo acqua sotto ai piedi, ma da qualche parte bisogna pure incominciare a sconfiggerle le proprie paure.

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Anima e cuore

Credo che il più grande dei mali del mondo sia – mh, no, aspetta, ricomincio.

Ci sono tanti mali nel mondo. E non mi riferisco solo a quelli che raccontano al telegiornale o alle Iene, che quelli sono sulla bocca di tutti. Ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi drammi, le sue problematiche, le sue paure e i suoi casini da risolvere. E ognuno, nel suo piccolo, ha i suoi mali del mondo. Nascosti, riposti nella tasca interna della giacca, quella che non si vede da fuori ma si sente, batte, preme lì e ti appesantisce. Non ci si prende una pausa, dai propri mali del mondo. Ma si impara a conviverci, a riderci sopra, a lasciarli un po’ di tempo senza suoneria.

Fra i miei mali del mondo, l’ho capito da poco, c’è anche la retorica. E non quella che ti insegnano a scuola, di Cicerone, quella del bel parlare e di tutto il resto. Quei banali (e anche un po’ falsi) giri di parole volutamente profondi, che vogliono esprimere per forza un concetto prepotente, perfino strappalacrime.
Non c’è niente che mi faccia più incazzare della retorica. Dico davvero. Odio scrivere i biglietti d’auguri o d’amore, perché ci si aspetta sempre che il messaggio sia alto, grande, importante. Tu sai curare le ferite del cuore, sai volare al centro della mia anima e tutte queste baggianate che non scrive più neanche Sveva Casati Modignani. Odio la banalità, odio le cose preconfezionate e la parola anima e la parola cuore.
Non scrivete al vostro fidanzato che è la vostra metà della mela. Ditegli che è lo zampirone quando è agosto e sei assediato dalle zanzare. Che è quella camicia che è costata poco e che non ha bisogno di essere stirata. Che è un piatto di vellutata di carote proprio quando, quell’unico giorno all’anno (o nella vita), hai voglia di vellutata di carote.

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E’ stato quel giorno lì

Portavo un lupetto color puffo, i jeans un po’ slavati sulle cosce e la cintura di corda bianca. Ero vestita così quando si è innamorato di me.

Quando ero più piccola portavo i capelli con la riga in mezzo. Non c’era un motivo particolare, era abitudine.
Volevo assolutamente i capelli lunghi, dopo anni e anni di tagli drastici dalla parrucchiera con la mamma che diceva taglia, taglia, che tanto poi ricrescono. Tanto ricrescono, certo, ma nel frattempo andavo in giro sembrando un maschio. E poi ricrescevano per davvero, fino ad una mezza misura che mi facevano sì sembrare una bambina, ma con la testa dei Lego. Un trauma.

Così da quando ho potuto decidere da sola li ho portati lunghi. Quasi sempre dello stesso colore – tranne una parentesi con i colpi di sole biondissimi, uno sbaglio, ma niente in confronto ai vostri shatush che erano di moda fino a ieri l’altro – e quasi sempre acconciati allo stesso modo. O la coda, o sciolti. La riga? Ovviamente in mezzo.

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