Atavico Blefaroplastica Caduco Diafana Esecrabile

Di solito dormo a pancia in giù, guardando verso destra.

Per addormentarmi ci metto ore, a volte, ma non mi pesa più ormai. Mi giro verso la porta, metto le braccia un po’ piegate vicino al cuscino, con le mani all’altezza della faccia. Ma non ruoto le spalle, no, perché sento che non è ancora il momento.

Le braccia mi pesano durante la notte. Io mi giro raramente mentre dormo e alla mattina mi ritrovo sempre con tutto indolenzito. È per questo che cerco di tenere le spalle il più dritto possibile, anche se mi fa male la schiena dopo un po’, sia a tenerle così che a stare gobba e piegata su me stessa.

Ho paura di rimanere immobile e di ritrovarmi le braccia senza forza, secche, come i rami dopo che han perso tutte le foglie.

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Chissà cosa sognano i pesci rossi

Il diciannove marzo è nato mio fratello. Io non avevo ancora compiuto sei anni, ero andata a vederlo in ospedale con la nonna e il nonno. Forse era un sabato o una domenica mattina, non ricordo. Quello che è certo è che c’era una gran confusione sul piazzale davanti alla chiesa da cui si va verso l’ospedale.
C’era confusione perché c’era la Fiera di Primavera, che io confondevo sempre con il “ballo dei bambini”, quel momento imbarazzante in cui i frati della chiesa prendono in braccio i bambini e danno loro una benedizione facendoli volare in aria, senza un apparente motivo. È sempre stata una cosa che mi faceva ridere e vergognare allo stesso tempo. Più o meno come quando a Natale da piccolo ti costringono a fare la fila e andare a baciare la statua del bambinello, e la devi baciare lì, proprio lì, esattamente dove prima di te lo hanno baciato dieci cento mille persone, ogni Natale, da chissà quanti anni.

Mio fratello è nato il diciannove marzo che è anche la festa del papà, ed è stata una coincidenza fortunata e singolare. Mi avevano accompagnato all’ospedale e l’avevo visto, tutto rosso in faccia, con pochissimi capelli biondi e lo sguardo perso nel vuoto. Non me lo ricordo nitidamente perché ero piccola (a sei anni non ti ricordi neanche chi erano i tuoi compagni di asilo), ma soprattutto perché dopo di lui avrei provato per altre due volte la stessa sensazione, e i ricordi sbiadiscono e si intrecciano facilmente quando non hai l’unicità del momento.

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Cose che mi vergogno di fare

Se mi conoscete un po’, saprete che ci sono tante cose che mi vergogno di fare.
Fermi, fermi – certo. Alla fine va a finire che, se le devo fare, le cose le faccio. Controvoglia, sbuffando, alzando gli occhi al cielo e invocando i pianeti affinché trovino il modo per allinearsi e far succedere qualcosa di molto brutto, in modo che io possa tornare nel mondo delle nuvole dove ero stata fino a tre secondi prima, ma le faccio.

Sono una persona fortunata, è vero. Non mi occupo molto di faccende burocratiche, non mi pongo il problema di chiamare un tecnico perché per fortuna c’è sempre qualcuno che lo fa per me. E poi, mettiamo caso che dobbiamo andare a cena: siamo in dieci, perché devo telefonare io? Oppure io e Architetto vogliamo prenotare in quel ristorante: toh, tieni, Architetto, ti presto il mio telefono, chiama. Sono una persona fortunata, sì, e sono anche una persona pesaculo. Pigra. E orribile.

Comunque sia, vergognarsi di fare qualcosa è proprio nel mio DNA da tempo. E non solo nel mio. La leggenda narra che da piccolo mio fratello, impacciato e timido come me, quando andava in edicola per comparsi il Topolino si metteva dietro all’altro mio fratello (più piccolo di entrambi) e nascondendosi gli diceva cose tipo “io ti accompagno, però parli tu”. Ecco, amici. Io vi accompagno, però parlate voi.

Cose che mi vergogno di fare – ma che poi faccio lo stesso:

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Lo spirito del tempo – tirare una riga e andare avanti

La cosa difficile è passare Dicembre senza fare la lettera a Babbo Natale.
Io li chiamo così, i miei propositi per l’anno nuovo. Finisce sempre tutto dentro alla letterina di Babbo Natale. Fino a qualche anno fa occupavo l’ultima pagina della Moleskine, facevo una lista ragionata (era sempre la stessa, da anni: meno kg, meno parolacce, meno pippe mentali e meno male che non vado avanti, rischierei davvero di perdere la faccia) e a fine anno puntualmente mi deprimevo, non era cambiato niente, e mi stramaledicevo, e magari ci piangevo anche sopra, perché non era cambiato niente e porca vacca se anche l’anno prossimo succede la stessa cosa piuttosto la brucio la Moleskine, guarda, la brucio.

Nella letterina a Babbo Natale di solito si inizia dicendo che “visto che quest’anno ho fatto la brava vorrei che tu mi portassi questi regali”. Io non sono sicura di aver fatto la brava, quest’anno. Di cose ne sono successe ma ho anche pensato e dormito molto. Forse se avessi rinunciato a qualche ora di sonno, chissà. Di sicuro mi sono comportata bene: ho fatto il mio dovere nel mettermi finalmente la corona d’alloro in testa e nel cercare di ritagliarmi uno spazio e una vita che siano il più possibile fatti su misura. Sono cresciuta e mi sono ritrovata in piedi, dritta, sulle mie gambe. Mi sono innamorata di un uomo che amavo già e me ne sono addirittura meravigliata. Ho fatto i compiti, insomma: credo di non aver fatto niente di eccezionale. Tranne una cosa.

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