Non c’è soddisfazione a farne uno facile, dico

Mi è sempre piaciuto fare i puzzle. Ci vuole pazienza, ma non saprei cosa rispondere a chi mi chiede se sono una tipa paziente.

Chiudi gli occhi, riapri.
Sono in una casa di montagna, a Pinzolo, in quella casa che i miei mi hanno sempre detto essere “in piazza, vicino alla chiesa”. Sono per tutta la settimana con i miei nonni e forse mia zia, i miei genitori vengono soltanto per il weekend. Sto sicuramente facendo le elementari: me lo ricordo perché il nonno al pomeriggio voleva dormire e io invece qualche volta suonavo il flauto. La maestra Marilena mi dà un foglio e mi dice di scrivere sulla lavagna le note della canzone di Mamma ho perso l’aereo (sol mi sol mi do sol), “tieni Fabiola intanto trascrivi questo alla lavagna per i tuoi compagni”, per poi impararla con il flauto.
La casa “vicino alla chiesa” me la ricordo buia, un locale unico per cucina salotto e sala da pranzo, con un tavolo in legno chiaro e la panca attorno per sedersi, un classico da montagna. Su quel tavolo io e la nonna cercavamo i pezzi del puzzle, con la luce del lampadario che proveniva dall’alto e io che le facevo ombra con le spalle.

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I libri da tenere sulla scrivania

Ci sono tante teorie sulla disposizione dei libri, tante quanti sono più o meno i volumi che hai deciso di riporre dentro la libreria. Puoi mettere giù i libri per colore, per casa editrice, in ordine alfabetico, per proprietario, per argomento… Ognuno a casa sua ha il proprio, e guai a dimostrare che un modo è meglio di un altro.
In casa mia i libri sono divisi abbastanza arbitrariamente secondo l’elenco dei proprietari e, ovviamente, secondo alcuni macro-argomenti. Ciò significa che là a sinistra ci sono i miei libri, lì quelli di cucina di mamma, là gli Harry Potter e i vari Tolkien, lì sotto i Topolini, là in alto quelli dell’università, là dietro la mia bellissima collezione dei volumi delle Ragazzine.. Non c’è uno schema mentale, visto che ultimamente su alcuni ripiani vige l’anarchia e il “questo l’ho comprato per ultimo e non ho sbatti di trovargli un posto intelligente”. Ma va bene così.

Capita però che io voglia tenere a portata di mano alcuni volumetti. Quelli che voglio sfogliare, quelli a cui sono affezionata, quelli che consulto come se fossero il Libro delle Risposte. Quelli che quando sono triste mi piace tenere fra le mani e aprire a caso, perché c’è sempre qualcosa che mi possono dire; quelli, quindi, che mi fanno fare lo sforzo di andare oltre alle parole.

Visto che sono una persona estremamente pigra – dai, chi ha voglia di arrampicarsi, salire sulla scala, cercare, e soprattutto poi di rimettere a posto?! – ho ricavato, vicino ai quaderni e alle cose che tengo a portata di mano, un posticino per I libri da tenere sulla scrivania. Questi sono i miei.

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Come un cerchio che si chiude

Non ho mai dato grande importanza alle date, fino a quando non ho capito che, purtroppo, mi capita di ricordarle tutte.
Un mio compagno di classe ha compiuto undici anni il 9 settembre del 1999. La mia mano che scrive 9/9/99, i miei occhi che si alzano e la mia voce che dice “ehi Gabriele guarda” – non so dirti perché, ma ho tutto stampato nella testa, vivido, come se fossi ancora seduta al mio banco nella 5^D.
Mi ricordo cosa ho fatto un lontano 25 luglio, e mi ricordo anche cosa ho fatto il 25 luglio dell’anno successivo. Mi ricordo il 4 di ottobre, quando stringevo una mano su una Panda azzurra, e quella notte poi è nato mio fratello. Mi ricordo i miei compleanni con gli striscioni, con il temporale, con la borsa bianca di pelle, con un vestito fucsia. Mi ricordo un primo maggio in piazza ad ascoltare i Modena City Ramblers. Mi ricordo il 7 agosto, il 5 dicembre, il 7 gennaio. Mi ricordo il 18 maggio. Mi ricordo un 11 settembre del 2001 e io che ritorno dal campo giochi e accendo la televisione e mia mamma che stava imbiancando tutti i muri di casa e io che faccio la bambina grande e le spiego cos’era successo. Mi ricordo il 5 novembre. Mi ricordo il 19 marzo, e poi il 20, e poi il 21 e il 22 e il 23, il 24 il 25 e ogni giorno forse c’è qualcosa da cancellare.

O da ricordare.

O da ricordare e poi cancellare.

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Le cose che ho imparato nell’ultimo periodo

I jeans strappati sono di moda e si possono mettere tranquillamente anche superati i venticin-s-otto anni. Devi solo superare questa cosa del voler continuamente prendere ago e filo per cucire due toppe proprio lì, nei tagli sulle ginocchia, ma si possono mettere.

A vivere nella paura (oltre a vivere male) ci si nutre soltanto di illusioni.

Quando hai un brufolo in faccia, non spendere soldi in fondotinta correttore e trucchi vari per nasconderlo: punta sulle tette.

Le cose che abbiamo in comune sono quattromilaottocentocinquanta. E per nostra sfortuna, rimarranno sempre quattromilaottocentocinquanta.

L’orgoglio ti rovina la vita. Ne vale la pena?

Non so andare al cinema da sola. Vorrei farlo, perché andare al cinema è una delle cose che preferisco, ma andarci da sola mi mette l’ansia.

Riesco a dire (riesco anche solo a pensarle, in realtà) le cose peggiori solo alle persone a cui voglio bene.

Perché nel 2017 guardiamo ancora Grey’s Anatomy?

Chi ha più testa ce la metta, in tutto. E se nessuno ce la vuole mettere? Risponditi da solo.

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Una pigna a #Sanremo2017 – Dai che la sappiamo già tutti a memoria: namaste, alè!

Mi tocca gongolare.

Lo sappiamo tutti, ovviamente: ha vinto Francesco Gabbani, con quella canzoncina che ti entra in testa e che prevede una coreografia da gioco aperitivo in spiaggia (forse la gente ne ha le balle piene delle canzoni tristi e impegnate, no?). Secondo posto per Fiorella Mannoia, che sì, bravissima, però la canzone al quarto ascolto rompe anche un po’ le balle. In terza posizione chi? Scusate, non ho capito, chi?

Io sono contenta. E non solo perché Albano e Gigi D’Alessio non sono neanche arrivati in finale, ma perché alla fine le prime tre canzoni sono diverse e significative per un qualcosa.

“Occidentali’s karma” è perfetta da cantare in macchina intanto che aspetti il verde; “Che sia benedetta” è da condividere su Facebook immaginandosi di sventolare l’accendino; “Vietato morire” è tutto: è ben scritta (nonostante sia simile alle altre sue canzoni), il testo scorre bene, il ritornello ti entra in testa, ha un messaggio chiaro. Poi ognuno c’ha i suoi gusti, era più bella quella no a me piaceva di più Paola Turci eh ma invece Zarrillo tanta roba. Pace bene e andiamo a berci una birra tutti insieme. O a ballare.

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