Non c’è soddisfazione a farne uno facile, dico

Mi è sempre piaciuto fare i puzzle. Ci vuole pazienza, ma non saprei cosa rispondere a chi mi chiede se sono una tipa paziente.

Chiudi gli occhi, riapri.
Sono in una casa di montagna, a Pinzolo, in quella casa che i miei mi hanno sempre detto essere “in piazza, vicino alla chiesa”. Sono per tutta la settimana con i miei nonni e forse mia zia, i miei genitori vengono soltanto per il weekend. Sto sicuramente facendo le elementari: me lo ricordo perché il nonno al pomeriggio voleva dormire e io invece qualche volta suonavo il flauto. La maestra Marilena mi dà un foglio e mi dice di scrivere sulla lavagna le note della canzone di Mamma ho perso l’aereo (sol mi sol mi do sol), “tieni Fabiola intanto trascrivi questo alla lavagna per i tuoi compagni”, per poi impararla con il flauto.
La casa “vicino alla chiesa” me la ricordo buia, un locale unico per cucina salotto e sala da pranzo, con un tavolo in legno chiaro e la panca attorno per sedersi, un classico da montagna. Su quel tavolo io e la nonna cercavamo i pezzi del puzzle, con la luce del lampadario che proveniva dall’alto e io che le facevo ombra con le spalle.

Non lo so se sono una tipa paziente ma di sicuro ho pazienza, quello sì. Vado d’accordo con i bambini, me la cavo anche con gli adulti, ma non sopporto l’idea di perdere tempo, specialmente per cose inutili. E con la matematica, i problemi di logica, no, di quelli mi devi dare la soluzione subito, non mi ci metto neanche, sono già stanca al pensiero.

Chiudi gli occhi, riapri.
Sono in una mansarda, sono adulta (ma ancora non così adulta per prendermi certe responsabilità), ho addosso un cardigan beige con i pois, devo studiare per l’università ma non ne ho voglia. C’è una lampada accesa, c’è la luce inesistente del tardo pomeriggio d’inverno che entra dalla finestra a tetto – c’è la scatola di un puzzle di un quadro famoso (gente seduta ad un tavolo, sfondo azzurrino, colori primari, un cameriere che porta un vassoio) e c’è un uomo. Due uomini, anzi. Io dovrei studiare. “Lo sapevo, ne ero certo che ti avrei trovata qui a fare il puzzle”. L’altro ride.

Pazienza o meno, comunque, mi piacciono.
Quando fai il puzzle, a volte ti sembra di aver trovato un pezzo e lo metti lì, fra quei due. La forma è quella, anche come colore ci sta tutto. Non lo guardi più, sei tranquillo, vai avanti a comporre il resto finché non ti rendi conto che c’è qualcosa che non va. (Avremo mica già perso un pezzo?). No, non va bene. Lo togli – pensi che starebbe meglio qui, fra questi due. Lo guardi, anche il colore sembra giusto, lo provi: è perfetto.
Che scemo.
Lo stacchi dalle tessere vicine e lo riprovi dov’era prima (eppure sembrava!). Improvvisamente senti che i lati sforzano, che è leggermente più bombato sugli angoli, che non combacia bene. Come ho fatto a non accorgermene prima?

Chiudi gli occhi, riapri.
Un puzzle in bianco e nero, quello della fotografia famosa degli operai nel cielo di New York, i sacchetti da freezer li usiamo per dividere le tesserine a seconda delle sfumature di grigio. C’è molta luce, siamo sotto al portico in campagna, probabilmente ho una ventina d’anni. Sarà impossibile finirlo, dice la nonna. Perché avete comprato un puzzle del genere, non si capiscono i colori, è tutto grigio, non ce la faremo mai, dice. Ci metteremo tutta l’estate, dice. Pazienza nonna, lo finiremo, dico. E poi non c’è soddisfazione a farne uno facile.

Fra tutti i 1500, 2000 o 3000 pezzi della scatola, c’è solo un modo per finire un puzzle: trovare i pezzi giusti, quelli che combaciano perfettamente, e andare avanti ad incastrarli. Non è facile trovarli ma sono tagliati perfettamente, sono lisci al tatto, stanno bene insieme, si incastrano senza fatica. Sono giusti.
Fai la stessa cosa allora quando trovi chi può starti vicino: forse anche lui è stato tagliato apposta perché riesca ad incastrarsi a te senza fatica.