Le cose che ho imparato nell’ultimo periodo

I jeans strappati sono di moda e si possono mettere tranquillamente anche superati i venticin-s-otto anni. Devi solo superare questa cosa del voler continuamente prendere ago e filo per cucire due toppe proprio lì, nei tagli sulle ginocchia, ma si possono mettere.

A vivere nella paura (oltre a vivere male) ci si nutre soltanto di illusioni.

Quando hai un brufolo in faccia, non spendere soldi in fondotinta correttore e trucchi vari per nasconderlo: punta sulle tette.

Le cose che abbiamo in comune sono quattromilaottocentocinquanta. E per nostra sfortuna, rimarranno sempre quattromilaottocentocinquanta.

L’orgoglio ti rovina la vita. Ne vale la pena?

Non so andare al cinema da sola. Vorrei farlo, perché andare al cinema è una delle cose che preferisco, ma andarci da sola mi mette l’ansia.

Riesco a dire (riesco anche solo a pensarle, in realtà) le cose peggiori solo alle persone a cui voglio bene.

Perché nel 2017 guardiamo ancora Grey’s Anatomy?

Chi ha più testa ce la metta, in tutto. E se nessuno ce la vuole mettere? Risponditi da solo.

Ascolto della gran bella musica. Ho una specie di dono: riuscirei a fare una playlist per qualsiasi momento o stato d’animo. In più, posso far scoprire cose bellissime. Perché vi ostinate ad ascoltare sempre le stesse cose, vecchie, che sapete a memoria? A parte che per riconoscere le perle bisogna ascoltare anche lo schifo, ma c’è un momento per ogni cosa. No?

Il mondo non ruota intorno a me, certo, ma il mio mondo sì. E anche il mondo delle persone che dicono di volermi bene dovrebbe quantomeno ricomprendermi. Non al centro, certo, ma dovrei esserci, come un pianeta che gravita all’interno del sistema solare.

C’è una linea sottile fra essere “solo” gentile, essere gentile ed essere interessato. Il bello sta nel capirci qualcosa.

Ascolta sempre bene quello che ti dicono ai colloqui di lavoro.

Non si può continuare a vivere basandosi sui sottintesi e sui non detti. Ad un certo punto bisogna parlare e tirare fuori la voce, senza avere paura di quello che si prova e senza aver paura delle conseguenze.

Cura, affetto, riconoscenza, amore, dipendenza, pigrizia, desiderio, comodità. La lingua italiana ha tantissimi vocaboli per distinguere ogni singola emozione o sensazione che proviamo. Prima cosa da fare: saperle distinguere.

Fare stalking sui social network non è reato – anzi è umano, lo facciamo tutti – ma viene meglio se è seguito da qualche “mi piace” buttato lì apparentemente a caso, così sembra che te ne importi il giusto. L’indifferenza ostentata è peggio.

Non auguro mai il male, a nessuno, perché sono una fiera sostenitrice del “what comes around goes around” e il karma che gira e tutto il resto. Ma qualche volta mi sarà scappato un “ma che ti venga un cagotto mentre sei all’Esselunga e davanti a te ci sono sette vecchietti e tre persone che hanno vinto un iphone”, ecco. (Infatti quest’inverno boom di influenza intestinale, ops).

“Sbattitene” può essere la risposta a tutto. Finché non arriverà il momento in cui esploderai. (E succederà).

Chiudere gli occhi e fare finta che le cose non esistano non le fa scomparire.

Se non riesco a sbattermene, vuol dire che mi importa, anche (e soprattutto) se mi arrabbio.

Di solito non mi sfuggono neanche le virgole. Faccio finta di non notarle, che è ben diverso.

Spesso i libri più profondi sono quelli scritti per i bambini.

Sono una persona piacevole. Ho tanti interessi e, incredibilmente, riesco a intrattenere una conversazione con chiunque. Ormai parlo del più e del meno con la commessa del Coin mentre le passo la mia tessera fedeltà con la stessa facilità con cui parlo, per dire, a quello che mi piace o a un poliziotto che mi ferma per strada e io non avevo messo la freccia. E dire che a diciotto anni ero muta come un pesce. (Come sono brava a mascherare l’ansia io, guarda, non te lo dico perché mi viene l’ansia solo al pensiero).

Uno dei momenti migliori di quest’anno è stato ascoltare il battito del cuore di un bambino a cui vuoi già un po’ di bene, ma che è ancora nella pancia.

Dormire troppo fa venire il mal di testa.

A volte, le poche persone che ti potrebbero capire non ti parlano. È lì che inizi inevitabilmente a parlare da sola. Ma non serve a niente, perché neanche tu ti capisci poi molto.

Forse, il semplice fatto di dimostrare di essere deboli è la vera forza.

Quando conosci la tristezza, ma la tristezza vera, quella che ti fa vedere tutto nero come se ti avessero chiuso dentro un buco, ci sono poche cose che riescono a farti sorridere. (Quest’estate credo di aver sorriso cinque volte in tutto). Perché è solo quando riesci a fare sorrisi vuoti che capisci quanto siano pieni gli altri. Quindi ringrazia chi riesce a strappartene anche soltanto uno, e tienitelo stretto.