Chissà cosa sognano i pesci rossi

Il diciannove marzo è nato mio fratello. Io non avevo ancora compiuto sei anni, ero andata a vederlo in ospedale con la nonna e il nonno. Forse era un sabato o una domenica mattina, non ricordo. Quello che è certo è che c’era una gran confusione sul piazzale davanti alla chiesa da cui si va verso l’ospedale.
C’era confusione perché c’era la Fiera di Primavera, che io confondevo sempre con il “ballo dei bambini”, quel momento imbarazzante in cui i frati della chiesa prendono in braccio i bambini e danno loro una benedizione facendoli volare in aria, senza un apparente motivo. È sempre stata una cosa che mi faceva ridere e vergognare allo stesso tempo. Più o meno come quando a Natale da piccolo ti costringono a fare la fila e andare a baciare la statua del bambinello, e la devi baciare lì, proprio lì, esattamente dove prima di te lo hanno baciato dieci cento mille persone, ogni Natale, da chissà quanti anni.

Mio fratello è nato il diciannove marzo che è anche la festa del papà, ed è stata una coincidenza fortunata e singolare. Mi avevano accompagnato all’ospedale e l’avevo visto, tutto rosso in faccia, con pochissimi capelli biondi e lo sguardo perso nel vuoto. Non me lo ricordo nitidamente perché ero piccola (a sei anni non ti ricordi neanche chi erano i tuoi compagni di asilo), ma soprattutto perché dopo di lui avrei provato per altre due volte la stessa sensazione, e i ricordi sbiadiscono e si intrecciano facilmente quando non hai l’unicità del momento.

Ho sempre detto che la mia memoria funziona in modo strano: mi ricordo dei dettagli insignificanti e cancello totalmente altre cose importanti. Di libri interi mi posso ricordare solo particolari inutili e senza nessun senso, come quel libro di storia moderna sul socialismo di cui mi è rimasto solo che il tal politico era un gran ghiottone d’insalata. Oppure posso cancellare giorni e giorni di discorsi, buttarli via quasi come se fossero carta straccia, ma ricordarmi solo una parola o un’occhiata lanciata per caso. Quindi no, non mi ricordo cosa ho provato quel giorno, non mi ricordo che cosa mi ha detto mia mamma né cosa ho detto io guardando oltre il vetro dell’ospedale, ma mi ricordo del pesce rosso.

Le nonne hanno sempre una metafora per tutto.
Ripassando dopo l’uscita in mezzo a quella festa di Primavera la nonna mi aveva comprato le ciambelline di San Giuseppe, quelle che stanno dentro un sacchetto di carta bianco, tutte annodate ad un filo come quello per l’arrosto. Avevamo girato l’angolo e io ero stata rapita da un pesce rosso, minuscolo, che girava nell’acqua insieme a chissà quanti altri.

Ho avuto altri pesci, dopo quello. Ho un po’ paura degli animali – ho un po’ paura di tutto quello che si muove e che non posso controllare, ormai lo sanno anche i sassi. Ho avuto anche un coniglio, che mi hanno regalato proprio per cercare di placare questa mia fobia incontrollabile, ma l’unica volta che me lo hanno messo in braccio ho pianto come una disperata. Ho comprato, dopo quello, altri due o tre pesci rossi perché volevo riuscire a prenderli in mano almeno mentre gli cambiavo l’acqua. Ovviamente non ci sono mai riuscita.

Lo vuoi?, mi aveva chiesto la nonna. Mio nonno aveva borbottato qualcosa, ma lei aveva insistito. La mamma non vuole di sicuro, ma te lo tengo a casa mia.
Così sono arrivata a casa della nonna non solo con un fratellino in più, ma anche con un pesce rosso dentro ad un sacchettino di plastica trasparente. Lo avevamo messo in una boccia vintage, di quelle bombate senza il coperchio, e lo guardavo girare in tondo come se si dovesse fare tutto l’oceano a nuoto e poi pure il ritorno.

Poi la mamma e il fratellino sono tornati a casa, la nonna ha custodito gelosamente il pesce rosso in cucina per qualche mese (non mi ricordo neanche se gli avevo dato un nome, ma gli volevo davvero bene) e lo ha curato per me. Gli dava da mangiare, gli cambiava l’acqua, lo teneva da conto. Era diventato bello grosso, ma soprattutto per me era diventato bello.
Poi un giorno sono andata da lei e non c’era più. Mio zio, stufo di vederlo girare in tondo in una boccia dal diametro minuscolo, aveva pensato bene di lasciarlo andare nel fiume, sotto al ponte di San Nicolò. Gli faceva tenerezza, aveva dovuto farlo per forza. Almeno adesso è libero, mi aveva detto.

Ecco, già a sei anni avevo capito. Non sempre puoi avere quello che vuoi. Ma puoi volergli bene comunque.