OCIO AGLI OSCAR 2016 – Ho sognato un orso che navigava con un iMac

L’importante, in vista degli Oscar, è iniziare.

Potevamo, nel 2016, evitare di buttarci nella folle impresa di diventare critici cinematografici? (Risate registrate in sottofondo). Che domande. Certo che no.

Le candidature sono uscite da tempo ma io sono riuscita solo nelle ultime settimane a mettermi sotto e farmi un’idea di come andrà quest’anno.
Forse (leggi: sicuramente), visto che sono diventata grande e mi ritaglio poche briciole di tempo libero per fare quello che mi piace, non ho più la sicurezza di riuscire a vederli tutti. Nè ho la sicurezza di riuscire a fare after durante la notte degli Oscar e di sentire con le mie orecchie il discorso di Leonardo mentre stringerà fra le mani quella statuetta tanto sognata e desiderata. Pianti, lacrime, sguardi verso il cielo e rimpianti. Ma non pensiamoci. Dopotutto, domani è un altro giorno. E Rossella ci ha insegnato ben altro rispetto al disperarsi per una cerimonia mancata. Sigh.

Vale sempre la regola degli anni scorsi: i primi film li ho guardati pescandoli un po’ a casaccio dalla lista (non me ne ispira mezzo, sono una così brutta persona?) ma i prossimi titoli li decidiamo già da ora. Così, fra uno sfottò verso il Festival di Sanremo e l’altro, avremo qualcosa di cui parlare.

REVENANT (o, da noi soprannominato, “IL RECIDIVO”)
Di Iñárritu – sì, quello impronunciabile che ha fatto Birdman.
Con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter e altri attori che non conosco.

Revenant recensione

Mio fratello mi aveva avvisato. Mi aveva detto che questo film non mi sarebbe piaciuto, e infatti non c’è andato molto lontano. (Spenderò qualche parola in più perché insomma, è candidato a 12 oscar, mica si può recensire in due parole tratte là, eh).

Io a Leonardo voglio molto bene, da sempre – io e la mia amica Lucia ci diamo il buongiorno su WhatsApp con le sue foto e le sue gif, ve lo dico non solo per poterci sfottere ma anche per rendere bene l’idea – ma questa volta ho qualcosa da dire.

La storia si potrebbe riassumere in un tweet (e sicuramente già ne sarete tutti al corrente) ma ve la dico comunque: Leo è Hugh Glass, un cacciatore di pelli che dopo una lotta spietata con un orso rimane così ferito da essere abbandonato dai suoi compagni perché più di là che di qua. Se è vero che nei suoi film alla finr DiCaprio muore sempre, qui almeno ce lo dicono dopo un quarto d’ora. Abbiamo fatto un passo avanti. Incredibilmente, da morente e stramazzato al suolo quale era, si trasforma in un superuomo – pur sempre morente e lì lì per stramazzare al suolo ma pronto a tutto, specialmente a fare ritorno al campo base perché mosso da una profonda sete di vendetta.

Il film, per carità, è fatto bene. Ci sono delle inquadrature meravigliose, dei paesaggi che sembrano parlare, delle sequenze incredibili. L’orso, quel bestione con cui Leo si dimena per dieci minuti, è qualcosa di fenomenale soprattutto se ti metti a pensare che sì, cacchio, è completamente ricostruito in digitale. (E soprattutto se pensi, “ma non si sarà sentito un idiota DiCaprio a lottare contro un orso invisibile?”). I colori, la fotografia, la ricostruzione, il mood degli ambienti – tutto bellissimo. Ma c’è un ma.

Revenant recensione

Il film dura due ore e quaranta. Due ore e quaranta in cui da Leonardo escono quindici battute e ventottomila grugniti. Due ore e quaranta in cui il paesaggio è bellissimo, certo, ma pressoché uguale a se stesso. Due ore e quaranta in cui le sue rughe parlano, ma secondo me non abbastanza.
A me Inarritu piace. Mi è piaciuto Birdman e l’ho apprezzato perché è riuscito a coniugare perfettamente la forma e il contenuto in una pellicola. Qui, non so, mi sembra solo forma. Mi sembra che il contenuto sia striminzito, non approfondito: mi aspettavo un pugno nello stomaco, aspettavo di commuovermi davanti ai silenzi di DiCaprio, aspettavo che mi uscisse una lacrima insieme a lui, e invece niente. Verso la fine, mi sembrava quasi una cosa tipo Beep Beep e Willy il Coyote, una sorta di parabola che tocca tutte le sfighe che possono capitare ad un uomo.

Ho letto che in Revenant non bisogna guardare queste cose; il nucleo centrale forse è effettivamente come dite (la questione americana riguardo ai nativi, e soprattutto l’impossibilità dell’uomo di dominare la natura) ma per me non è bastato.
Non dico che non dovete dare un Oscar a Leonardo DiCaprio, perché se a voi piace una performance fisica, intensa e violenta come questa, va benissimo. Se volete premiare il come è stato fatto, va benissimo. Ma io non lo farei. Perché ho preferito Leonardo in molti altri film, perché credo che ci sia molto di Inarritu e poco di DiCaprio (la butto lì: sarebbe stato un Hugh Glass diverso se ci fosse stato un altro attore?). E poi perché adoro questo gioco di amarlo e prenderlo per il culo sul web. Lo adoro.

È candidato praticamente per tutto: film, regia, miglior attore protagonista e non, fotografia, costumi, montaggio, scenografia, trucco e parrucco, montaggio sonoro, effetti speciali, sceneggiatura non originale.
E anche per orso e per migliori somiglianze con Kocoum di Pocahontas. E, ovviamente, per i maroni di DiCaprio sempre gelati dentro l’acqua.

STEVE JOBS 
Di Danny Boyle.
Con Micheal Fassbender e Kate Winslet. E altre cinque persone (fra cui Jeff Daniels).

Di Steve Jobs sappiamo anche quante volte si cambiava le mutande, quindi Danny, sì, ti capisco. Capisco perché hai deciso di fare un film come questo, che non andasse a cadere nel biografismo del raccontare la storia di qualcuno di cui è già stato raccontato tutto. Lo capisco. Però, cazzo!

Steve Jobs 2015 recensione

Il film prende in esame tre momenti diversi, cioè le tre mezz’ore che precedono le conferenze di alcuni prodotti importantissimi per l’informatica (il Macintosh, la NeXT e l’iMac).
Durante questi tre intervalli di tempo – che vi assicuro, durano proprio mezz’ora ciascuno – si vede Steve Jobs alle prese con le ansie e i problemi della sua vita personale che, però, non sono mai vissuti in prima persona. I suoi problemi sono raccontati, riportati, discussi, sviscerati. In questo film parlano, parlano, parlano, parlano, parlano, parlano, parlano. Capito, cosa fanno? Parlano! Parlano talmente tanto che sembra una mia pippa mentale prima di andare a letto.

Steve Jobs 2015 recensione

Prima che mi possiate dire qualcosa: sì, è sceneggiato benissimo, roba che vorrei che ci fosse Aaron Sorkin a sceneggiarmi la vita, ma a volte gli scambi erano talmente veloci da farmi perdere il filo del discorso. “Ma chi, Wozniak? John chi? Ma quale Steve?” – sembra di seguire Steve Jobs per un’ora e mezza facendogli dello stalking pesante senza conoscere né lui né le persone di cui parla. Una sensazione bruttissima.
Insomma, per farla breve, il risultato: sono andata a letto a venti minuti dalla fine. Non ce la facevo più.

È candidato per Fassbender (miglior attore protagonista) e Kate Winslet (miglior attrice non protagonista). Potrebbe vincere in film dove parlano più dell’Alessia, ma non credo ci sia la categoria.

In ogni caso, credo non vinca nessuno dei due, anche se Kate è notevole come sempre.

La prossima settimana: The danish girl, Il ponte delle spie, The martian, La grande scommessa.
Ce la posso fare. Non lasciatemi a blaterare da sola come al solito, dai. Fatemi compagnia. Fatelo per me. Oppure fatelo per Di Caprio.

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[Foto: Telegraph.co.uk. Le gif sono ovviamente di Giphy.com]