Cose che mi vergogno di fare

Se mi conoscete un po’, saprete che ci sono tante cose che mi vergogno di fare.
Fermi, fermi – certo. Alla fine va a finire che, se le devo fare, le cose le faccio. Controvoglia, sbuffando, alzando gli occhi al cielo e invocando i pianeti affinché trovino il modo per allinearsi e far succedere qualcosa di molto brutto, in modo che io possa tornare nel mondo delle nuvole dove ero stata fino a tre secondi prima, ma le faccio.

Sono una persona fortunata, è vero. Non mi occupo molto di faccende burocratiche, non mi pongo il problema di chiamare un tecnico perché per fortuna c’è sempre qualcuno che lo fa per me. E poi, mettiamo caso che dobbiamo andare a cena: siamo in dieci, perché devo telefonare io? Oppure io e Architetto vogliamo prenotare in quel ristorante: toh, tieni, Architetto, ti presto il mio telefono, chiama. Sono una persona fortunata, sì, e sono anche una persona pesaculo. Pigra. E orribile.

Comunque sia, vergognarsi di fare qualcosa è proprio nel mio DNA da tempo. E non solo nel mio. La leggenda narra che da piccolo mio fratello, impacciato e timido come me, quando andava in edicola per comparsi il Topolino si metteva dietro all’altro mio fratello (più piccolo di entrambi) e nascondendosi gli diceva cose tipo “io ti accompagno, però parli tu”. Ecco, amici. Io vi accompagno, però parlate voi.

Cose che mi vergogno di fare – ma che poi faccio lo stesso:

Parlare in pubblico. O leggere in pubblico. O dover dire qualcosa in pubblico. Faccio molta, molta, molta fatica.

Rispondere al telefono. Sarà che tutte le volte che rispondo al telefono di casa sento una gentile signorina che mi vuole vendere la fibra o far assaggiare l’olio o farmi rispondere ad un sondaggio sulle creme antirughe (giuro, mi è capitato), ma ormai sono allergica al telefono.

Chiamare qualcuno che non conosco al telefono. Ho paura di impappinarmi, di rimanere senza cose da dire, di non sentire bene, di inciampare nei miei piedi mentre parlo.

Insomma, stare al telefono in generale. Ma credo sia un fastidio comune (Lucia, mi leggi?).
D’altronde, vi ho mai telefonato volentieri?!

Fare una conference call su Skype. Al di là del fatto che possiamo definirle chiamate, e non call, che la nostra lingua è così bella e piena di suoni e di significati… Sono utilissime, per carità, ma perché mi devo vedere (e ti devo far vedere, soprattutto) il mio faccione in primo piano?

Ascoltare le registrazioni vocali di WhatsApp. E farle. Smettiamola, dai.

Tornare indietro e dire “guardi signora, ha sbagliato a darmi il resto”. A meno che non sia una cifra considerevole. Lì non c’è vergogna che tenga.

Ascoltare racconti privati e sentire qualcuno riferire dettagli “piccanti”. Soprattuto se non ho confidenza con chi sta parlando. Soprattutto se sta parlando con me. E soprattutto se sono in un vagone pieno di gente e mi ritrovo con le guance in fiamme a scambiarmi occhiatacce verso i miei vicini di treno. Ma parla piano e tieni tutto per te, ma chi ti vuole, oca.

Dire che non mi piace qualcosa. Raramente dirò che un piatto è cucinato male, che manca il sale o che è venuto troppo sbruciacchiato e non lo mangio. Neanche al ristorante.
Di sicuro però, se me li hai messi nel piatto, ti dirò che non mi piacciono i finocchi. Dei finocchi non ho vergogna. Assolutamente. Brrr.

Andare in farmacia e chiedere qualcosa di imbarazzante. Non potrei mai replicare la scena di Bridget Jones che, sci ai piedi, corre dalla farmacista per chiedere un test di gravidanza azzardando un tedesco impronunciabile. Ich bin possibly mitt BebèBambinnen. 

Ordinare le pizze. Oppure:

Guidare fino alla colonnina del McDonald’s e ordinare al McDrive. “Benvenuto al McDrive ordina pure!” – ti odio.

Chiedere direttamente alla commessa. Però, in questo caso ho una motivazione seria: mi piace girare e guardarmi attorno, prima di prendere quello che mi serve. E mi piace trovare da sola le cose che cerco, come se fosse una sorta di caccia al tesoro organizzata apposta per me.
Memorabile fu quella volta in cui andai in una libreria per cercare il Laelius De Amicitia di quel determinato curatore e traduttore (cose inutili da latinisti, lasciate stare) e dopo averlo cercato in lungo e in largo mi sono rassegnata a chiedere alla gentile signorina.
Però ero nel reparto giusto. Semplicemente non lo avevo visto. E qui andiamo direttamente al prossimo punto.

Salutare qualcuno che non ha idea di chi io sia. Il 50% delle volte aspetto, rischiando anche di fare la figura della maleducata, perché sono una deficiente. L’altro 50% delle volte invece non ci vedo una tacca, perché ho il sole negli occhi, perché sto guardando altrove o semplicemente perché sono miope. Risultato: faccio comunque la figura della maleducata. Olè.

Imbastire un discorso su qualcosa che mi sta a cuore. Devo farmi molta forza per iniziare a parlare, nonostante poi le parole mi escano a fiumi che neanche le cascate Paradiso.

Dire ti voglio bene.