Lo spirito del tempo – tirare una riga e andare avanti

La cosa difficile è passare Dicembre senza fare la lettera a Babbo Natale.
Io li chiamo così, i miei propositi per l’anno nuovo. Finisce sempre tutto dentro alla letterina di Babbo Natale. Fino a qualche anno fa occupavo l’ultima pagina della Moleskine, facevo una lista ragionata (era sempre la stessa, da anni: meno kg, meno parolacce, meno pippe mentali e meno male che non vado avanti, rischierei davvero di perdere la faccia) e a fine anno puntualmente mi deprimevo, non era cambiato niente, e mi stramaledicevo, e magari ci piangevo anche sopra, perché non era cambiato niente e porca vacca se anche l’anno prossimo succede la stessa cosa piuttosto la brucio la Moleskine, guarda, la brucio.

Nella letterina a Babbo Natale di solito si inizia dicendo che “visto che quest’anno ho fatto la brava vorrei che tu mi portassi questi regali”. Io non sono sicura di aver fatto la brava, quest’anno. Di cose ne sono successe ma ho anche pensato e dormito molto. Forse se avessi rinunciato a qualche ora di sonno, chissà. Di sicuro mi sono comportata bene: ho fatto il mio dovere nel mettermi finalmente la corona d’alloro in testa e nel cercare di ritagliarmi uno spazio e una vita che siano il più possibile fatti su misura. Sono cresciuta e mi sono ritrovata in piedi, dritta, sulle mie gambe. Mi sono innamorata di un uomo che amavo già e me ne sono addirittura meravigliata. Ho fatto i compiti, insomma: credo di non aver fatto niente di eccezionale. Tranne una cosa.

A Babbo Natale chiederei un ferro per i capelli, che il mio si è fulminato e non mi sono ancora ricordata di andare a comprarlo. Oppure un pigiama, o un bel libro. Oppure non gli chiederei niente, perché a me a pensarci bene non serve nulla (tranne una renna luminosa: tutti a Natale abbiamo bisogno di una renna luminosa, tutti).
No, io davvero stavolta a Babbo Natale chiederei cose per gli altri. Chiederei di regalare il silenzio a chi non lo apprezza e la voce a chi invece fa fatica a farsi sentire. Gli chiederei di togliere un po’ di consapevolezza a chi se la crede troppo e di portarla subito a chi non ne ha. Gli chiederei soprattutto di rendere la gente meno nervosa, che ce n’è sempre bisogno, e di rendere i modi più pacati, i toni più distesi, le parole più gentili.

I buoni propositi forse andrebbero evitati di peso. La Moleskine non l’ho bruciata (con quello che costa, sei fuori?) ma ho riempito le ultime pagine di altre cose, numeri di telefono, password, indirizzi. O forse i propositi bisognerebbe farli soltanto “cattivi”, in negativo, così a fine anno invece di maledirci ci renderemmo conto di come, in realtà, non siamo poi così male.
Non è difficile. Sui nostri angoli sbeccati basta metterci un po’ di spessore e sembrano subito meno taglienti; sulle cattive abitudini basta passarci sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole e poi buttarle, carta straccia. Perché sì, l’unica cosa eccezionale che ho fatto quest’anno (e che vi auguro per l’anno prossimo) è stata imparare ad apprezzarmi. E capire che adesso, guardandomi intorno, inizio a piacermi davvero.