Fare la muffa a Venezia

Io con Venezia ho un rapporto strano.
Ci sono andata per la prima volta all’inizio delle superiori, mi avevano fatto schifo i piccioni, erano ovunque. Ci sono tornata con i miei un giorno per il carnevale; niente piccioni ma costumi e maschere, a centinaia, che andavano avanti e indietro per Piazza San Marco e mi sembravano dei fantasmi usciti da Amadeus. Devo esserci tornata ancora, una volta o due, con Architetto: esponevano un suo modellino alla Biennale, eravamo andati a vederlo ed era stipato in un angolino insieme ad altri mille, tutti uguali. (No amore, non è vero, il tuo era il più bello. Se me lo ricordassi).

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Con Venezia ho un rapporto strano perché a volte mi piace: rimango incantata dai colori, dalle tradizioni, dalle indicazioni da ricercare per aria, dai balconcini dai fiori e dalle finestre. Altre volte sento soltanto la puzza di acqua di mare e di cantina vecchia, e invidio lo sguardo dei turisti giapponesi che mi guardano dalla loro gondola e sembrano felici addirittura di spendere tutti quei soldi.
Questa volta ci sono andata di sfuggita, sono stata solo poco più di ventiquattro ore, era un viaggio più di dovere che di piacere e rischiava di tramutarsi ancora in puzza di mare e cantina ammuffita. E invece. È stata quasi lei stessa a riconquistarmi.

– Appena arrivata, mentre cercavo di controllare la strada sul cellulare senza farlo bagnare stando sotto l’ombrellino che mi ero portata, c’è stato un temporale violentissimo. Cinque minuti, forse qualche chicco di grandine, poi basta. Un temporale estivo, ho pensato, niente di che. Poi ho scoperto del tornado, dei danni e di tutto il resto. Alla sola idea che Venezia potesse essere spazzata via – Venezia che è tanto bella ma non ci vivrei – mi si è gelato il sangue nelle vene.

– Non c’è niente di meglio che vedere una città che hai già visitato con un bambino che, al contrario di te, ha la curiosità in ogni fibra del suo corpo. Portatelo su un treno alta velocità per la prima volta, portatelo a vedere le gondole, a fargli fare un giro sul vaporetto. Lo sguardo sarà impagabile.

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– Mentre tornavamo verso la stazione, il giorno dopo, abbiamo ragionato a voce alta sulla stranezza dei numeri civici delle case. Non avevano una regola come le nostre, sembravano messe giù un po’ alla cazzo di cane, a te piace il millesettecentotré, tiè, pigliatelo e mettitelo in casa, che io qui vicino ci metto il millesettecentoquattro e il cinque e il sei. Dicevamo questo e quello finché un signore, con una ventiquattrore e uno spolverino color cammello, ci ha illuminato con il suo pacifico i numeri a Venezia vanno a spirale; partono dal centro e poi di sestieri in sestieri continuano. Vedi che a volte vale la pena fare la figura dei tonti.

– Nell’atrio della stazione Santa Lucia qualcuno ha messo un pianoforte, lì, proprio vicino alle seggiole dove aspettare il treno. In un  quarto d’ora ho sentito dei viaggiatori di diverse nazionalità suonare qualcosa di jazz e qualcosa di classico e poi Atlas dei Coldplay e poi i Queen. Poi mi chiedono perché mi piace la musica.

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– La prima cosa che ho sentito in Piazza San Marco, oltre ai rumori e ai suoni e al vociare della gente, è stata Gabriel’s Oboe. Architetto non è venuto con me a Venezia, eppure Gabriel’s Oboe è il suo cavallo di battaglia.

– Le stradine, i ponti, i sottoporteghi e le salizade sembrano tutti uguali. E forse lo sono anche, te ne convinci. Questo vicolino l’ho già fatto, pensi, questo angolino l’ho già visto, e invece poi ti giri e ti ritrovi una piccola meraviglia. Sì, Venezia è una cartolina, ma una di quelle da conservare con cura. Così non rischi di sentirci né l’odore di mare né la muffa.

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