Il pavimento su cui camminiamo

Non te lo spiegano, che crescere è un po’ come ritornare piccoli. Come quando continuavi a chiedere alla mamma perché -perché perché perché dobbiamo andare dalla nonna, perché devo mangiare i finocchi se mi fanno schifo, perché.

Arriva un momento nella vita in cui non rispondi più di te stesso perché hai paura. Riesci a distinguerla, quella paura lì, quella vera, dal mal di gola che ti provocano le lacrime che ti si seccano a metà via. Dal fatto che non riesci a parlare, non riesci a spiegarti, non riesci a guardare con lucidità le cose – dal fatto che non ti senti più tu. E dal fatto che ti poni delle domande, perché perché perché perché, e hai paura anche solo a cercare le risposte.

Ho già parlato di Alessandro D’Avenia, in passato. Avevo letto il suo libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e ne avevo parlato qui, dicendogli come con la sua Beatrice mi aveva dato un pugno fortissimo nello stomaco e mi aveva costretto ad aprire un baule pieno di povere e di ricordi. Quel baule negli ultimi anni si è riempito di nuovo, di storie, di persone, di esigenze, e non ho mai più dovuto riaprirlo fino a qualche giorno fa. Ecco perché appena ho visto che Alessandro D’Avenia parlava oggi in Cattolica non ci ho pensato due volte, ad andare.

Mi sono messa le All star perché così era più facile essere confusa con tutte le liceali che mi stavano attorno. Abbiamo cambiato aula tre volte, perché la gente continuava ad arrivare. Mi sono sentita anche io sedici anni addosso, con l’iphone fra le mani e la paura di essere beccata in mate e di non aver finito i compiti. (La mia vicina di posto poi, mentre aspettavamo che si facessero le cinque del pomeriggio, ha tirato davvero fuori il quaderno di matematica per fare qualche disequazione. La matematica, ecco un’altra cosa che mi fa paura).

Ho deciso di andare ad ascoltare D’Avenia non solo perché è un professore figo o perché ha scritto dei libri che vorrei poter inserire nella mia biografia, o perché è riuscito a riempire un’aula gigante con dei ragazzi delle medie e del liceo che sono venuti apposta per ascoltarlo, e non c’erano Mengoni o Kekko dei Modà, c’era lui, uno scrittore. Ci sono andata soprattutto perché il tema era “il coraggio e la paura”, e io in questo momento sto disperatamente cercando qualcosa o qualcuno che mi dia lo scossone giusto per ritrovarmi – qualcuno “che mi tolga il divano da sotto il culo”, insomma.
Non mi sento una persona coraggiosa. Non credo di esserlo mai stata. Non telefono neanche per ordinare una pizza, cosa vuoi che possa combinare, una che si vergogna perfino a dire voglio una capricciosa e una crudo e rucola per le otto e mezza. Eppure so che sotto sotto un briciolo di coraggio c’è. Non so dove, non so come fare per tirarlo fuori, ma so che c’è. Lo so perché qualcuno me lo dice – quei due o tre pazzi che pensano che io sia in grado di combinare qualcosa di buono – e va a finire che ci credo pure io.

Il pavimento su cui cammino ultimamente sta scricchiolando, ma ho capito che non devo temere di sentirlo scricchiolare, perché aver paura fa parte del gioco. Ci sono delle travi che lo sostengono e intanto che siamo in ballo possiamo pure metterci a rifare il parquet e a ristrutturare tutta la casa (ho Architetto come fidanzato mica per niente, eh), ma non sono più così spaventata.
Non ho idea di quale sarà il mio retaggio, Alessandro. Non so neanche come mi sentirò domani, figurati. Avrò la gola bruciata dall’amaro delle lacrime, probabilmente sì, ma intanto grazie. Magari domani invece che sul divano mi siedo sulla poltrona, e poi vediamo un po’ come va.