25 Aprile – Polenta, pannocchie e sandaletti con le cinghie

Chissà quante volte ho sbuffato, prima di ascoltarla veramente.

Sai quando lo hanno trovato, cosa mi han detto? 

Ha girato molte case, quando era piccola. Avevano paura che la rapissero o che le succedesse qualcosa, suo padre doveva essere stato un uomo importante – doveva firmare dei fogli, dei documenti, che permettevano alle persone di andare in città senza che fossero fermati dai fascisti. Nel ’45 non aveva ancora compiuto otto anni. Era la più piccola della famiglia (l’ottava, quattro sorelle e quattro fratelli, quasi da manuale) e sua mamma aveva deciso di affidarla a degli zii, in giro per la campagna emiliana.

Mio fratello è morto nel settembre del ’44. Pensa che qualche mese prima aveva conosciuto una ragazza e sembrava che gli facesse il filo. Era una bella ragazza, alta, capelli lunghi, ma a lui non interessava, aveva appena incominciato l’università e dicevano che ne avesse due o tre, di fidanzate. Chissà. Poi un giorno, durante i rastrellamenti, gli è capitato di incontrarla in giro per il paese ma era su una camionetta fascista, vestita con la divisa e tutto quanto. Lui, Antonio, non lo sapeva, figurati se lo sapeva. Ad ogni modo, lei lo ha riconosciuto e ha detto prendetelo, quello è un partigiano, e anche suo fratello. Lo hanno portato a Piacenza, non si sa cosa gli abbiano fatto, se lo hanno picchiato o cosa, ma quando è tornato era ammalato, aveva la nefrite, e non c’era molto da fare. Mia mamma c’era andata a curarlo, per mesi, ma niente. È morto a settembre. E Gian Maria in punto di morte gli ha detto vedrai, fra poco ci rivediamo. Se lo sentiva, lui, che stava rischiando. C’erano tantissimi rastrellamenti in paese, arrivavano nelle case coi mitra spianati e se sapevano che quello era un partigiano bon, gh’era gnint da fé. Pensa che il giorno di Natale erano arrivati i tedeschi, cercavano il signor Molinari, ma fortunatamente il prete ha fatto segno di no con la testa e almeno per quella volta è andato tutto bene. Gli avevano offerto di andare altrove, a Milano o non so dove, per non rischiare troppo, ma lui non ha voluto. Si è spostato man mano sempre più in alto per cercare di salvarsi, verso Ferriere, ma un bel mumeint gh’era propri gnint da fé. 

Quando si è sparsa la notizia, nel gennaio del ’45, era tutto un po’ confuso. Me lo hanno raccontato, io non c’ero. Dev’esserci stata tantissima neve lassù, non dico come nell’85 ma ti assicuro che ce n’era tanta. Gian Maria poi, non chiedermi perché, aveva addosso i documenti di Paolo, l’altro mio fratello, e in paese all’inizio c’era il delirio, dicevano che erano morti tutti e due. Sai, non era mica come adesso che c’hai il telefonino e in un attimo tac, sai tutto quello che succede come se fossi lì. Io non c’ero, quando è morto, ma è una delle poche cose che ricordo come se fosse successa ieri. Io ero lontano, in casa della zia, e Dio solo sa quanto mi sentissi sola senza la mamma. Mi ricordo poche cose, mi ricordo che di notte dormivo su un materasso fatto con le foglie di pannocchia e di giorno giocavo con gli altri bambini a rincorrere le galline. Mi avevano fatto dei sandaletti con le cinghie e i copertoni girati al contrario, ma ero l’unica ad averli e così andavo scalza come tutti gli altri. Mi ricordo che chiedevo sempre a pranzo di farmi la polenta, sai quanto mi piaccia ancora adesso, la polenta. Era l’unica mia gioia, soprattutto la ballotta, una polenta con il formaggio poi ripassata sulla brace così fa la crosticina, che se qualcuno me la facesse adesso io la pagherei anche cinquanta euro. E poi al lunedì, quando le persone tornavano su dal mercato in paese – a piedi, venivano, a piedi – io appena li vedevo andavo da qualcuno tutta felice e dicevo chi di voi ha visto la mia mamma, avete visto la mia mamma? Io, io, io, c’era sempre qualcuno che l’aveva incontrata, e mi davano uno scartossino con dentro delle ginevrine di zucchero e una rotella di liquirizia. Io mi sedevo sul gradino davanti a casa e cercavo di mangiarle il più lentamente possibile. Quel gusto, soltanto quel gusto, mi bastava. Per me era tutto il mondo. 

Mia nonna probabilmente me l’ha raccontata cento volte, questa storia, ma io non mi ero mai fermata ad ascoltarla veramente. Per lei la Festa della Liberazione è come un soffio d’aria su una ferita ancora aperta, che però non sanguina più. È un sollievo, una vera e propria liberazione. Se solo fossi in grado di descrivervi i suoi occhi, il suo sorriso, il suo orgoglio..
Forse le cose che mi ha raccontato non sono proprio vere, forse abbiamo romanzato un pochino, ma non importa. Mi ha detto che l’unica cosa che le interessa è che non vengano dimenticati i suoi fratelli. È grazie a loro che abbiamo un po’ di libertà a questo mondo, e credimi che rispetto a prima su certe cose ne abbiamo anche fin troppa. È merito loro, e delle persone come loro, e non dobbiamo dimenticarlo.