#ImNoAngel, io che di sicuro non sono un Angelo

Avete rovinato tutto. Peccato.

Ho lottato contro il mio corpo da sempre. Sono solo pochi mesi che mi guardo allo specchio senza provare disgusto, perché dietro il mio corpo ci vedo altro. Esattamente come succede a voi, quando vi guardate. Le maniglie dell’amore la smagliatura il naso le tette piccole la ciccia sulla pancia le braccia sottili i piedi grossi gli occhi storti.
Sono solo pochi mesi che ho imparato a dissociarmi da quel corpo – dall’idea di quel corpo – cercando sempre e comunque di sentirlo mio. E poi, ad un certo punto, voi rovinate tutto così.

Sta girando su internet una campagna, lanciata da Lane Bryant (un marchio di lingerie americano), nella quale vengono esibiti corpi burrosi, abbondanti, fieri, in reggiseno e mutande. Si invitano le donne a fare lo stesso, a postare le loro fotografie e a piacersi, tutte unite al grido di #ImNoAngel.
Non vi dico cosa succede nel mio cervello quando vedo immagini simili; sarà la mia taglia a parlare, sarà quello che volete, ma mi sono incazzata.

Non mi scandalizza vedere corpi esplicitamente e volutamente grassi; non mi scandalizza vederli in un video, su un giornale o su un manifesto gigante per la strada. Non mi scandalizza perché ormai sono poche le cose che riescono a colpire sul serio. Mi scandalizza il nome di questa campagna: #ImNoAngel. Io non sono un Angelo. Ma non un angelo qualsiasi. Io non sono un Angelo di Victoria’s Secret, e cioè non sono una di quelle modelle strafighe che sfilano per la notissima casa di moda. Quindi non sono una con un corpo “quasi canonicamente perfetto”. Ma va’, certo che non lo sono. Basta guardarmi.

Il senso di #ImNoAngel l’ho capito. Mira a farci dire “siamo belle anche se non siamo perfette”, ovvio, ma temo che il discorso sia un pelo più sottile.
Non fraintendetemi: sono contenta di andare in un negozio e trovare uno spazio dove le taglie sono abbondanti e le forme sono ingentilite. Sono contenta di vedere chi, da dentro i suoi pantaloni taglia 48, si sente bella e fiera di quello che è – perché ciò che sei va al di là del numero scritto sull’etichetta dei tuoi vestiti, non dovrebbe manco esserci bisogno di dirlo. Sono contenta di sentire “siamo belle anche se non siamo perfette”, ma sono ancora più contenta di vedere gente che va a correre ansimando e sudando per cercare di piacersi di più, che si siede sulla cyclette e pedala come una forsennata, che indossa un completo carino e va a zumba.
Pochi hanno la fortuna di nascere e piacersi davvero, in modo sincero: se non ti piace come sei diventato cerca di cambiarti. Se ti trovi grasso, magro, antipatico o negativo, cerca di cambiare. È semplice.

La questione del corpo femminile, comunque, mi sta particolarmente a cuore perché è da poco che ho una visione serena e libera dai pregiudizi. Sarà per questo, forse, che ho notato come nell’ultimo periodo ci sia una specie di esaltazione del grasso: non si usa neanche più, questa parola, ma si dice curvy, il termine più ipocrita degli anni duemila. Le fashion blogger curvy sono spuntate come funghi, strizzate nei loro vestitini e orgogliose delle loro forme. Provate, provate a ricercare su Instagram #curvy o #plussize, sembra un’epidemia. (Abbiamo anche un’epidemia di fashion-blogger-e-basta, ma di quelle, poverette, non ne parliamo neanche).

Quello che mi piace di queste campagne è che sembra che vogliano insegnarti l’accettazione di te stesso. Sembra che ti dicano “ehi, non t’imparanoiare, perché sei bellissima così come sei”, che è il messaggio più antico e più bello del mondo. E se c’è arrivata Christina Aguilera direi che ci possono arrivare tutti.
Quello che mi fa incazzare è che, per insegnartelo, ti devono contrapporre uno stereotipo che viene automaticamente considerato sbagliato. I’m no Angel, quindi non sono una di quelle modelle altissime, bellissime, con due tette incredibili e un culo che parla. Io non sono tutto questo, perché quello è sbagliato, quello è merda, è finzione. I corpi così non esistono, sono photoshoppati, ritoccati, modificati. Le magre (tutte le magre, senza distinzioni) sono considerate anoressiche ma le curvy, oh no, le curvy sia mai che le chiamiate obese o “grasse”, perché figurati, quella è l’immagine della donna normale. Finché poi, tac, arriva il carico da novanta: perché le donne vere hanno le curve. Mi friggono le mani ogni volta che lo leggo, che le donne vere hanno le curve. Perché è una frase faziosa, cattiva, senza senso.

Non mi piace la piega che stiamo prendendo, a furia di considerarci nel giusto solo perché siamo etichettate come “il contrario di qualcosa”. La sottile linea tra curvy e obesità è talmente labile che sembra che tutti abbiano paura di dirlo ad alta voce, ma svegliamoci: va tanto di moda lo stile di vita sano, bio e sticazzi e poi cadiamo in queste ipocrisie da quattro soldi.

Mi sentivo (e mi sento) bella la metà di quelle modelle del video ma anche il doppio più ingombrante, senza esserlo. Perché le donne sono così, si intestardiscono sui difetti, su tutti i tipi di difetti, e ne soffrono senza motivo.

Nel tempo, mi sono anche chiesta se per caso non fossi io quella sbagliata. Quella che non si riconosce nella crociata contro la magrezza, quella che fa male a vergognarsi delle proprie forme, quella che si ostina a vedere grasse le modelle curvy.
In una cosa sicuramente sbagliavo – nell’essermi vergognata di quello che sono. Ma nel momento in cui la vergogna ha fatto scattare in me la molla (la scintilla) per cambiare, forse è stato meglio così. E non è stata la forza mediatica di una campagna a convincermi, che mira a farmi scattare una foto e scrivere col rossetto sullo specchio che “io non sono un angelo” e altre frasi del genere, solo per farmi screditare qualcosa per osannare qualcos’altro. Non è stata una campagna, sono stata io, che non sono sicuramente un angelo, ma “io che sono io” e basta.