Mille violini suonati dal vento, e tutti i colori dell’arcobaleno

Avevo pochi anni quando mi hanno regalato un violino. Non un violino vero, come quello che danno in mano ai mostri sacri della musica. Un violino giocattolo, elettronico, tutto colorato – con tutti i colori dell’arcobaleno.
Aveva dei bottoncini sul manico, quattro tasti rossi sulla cassa al posto delle effe e una piastra che si muoveva come se fossero le corde sul ponticello. C’era anche l’archetto, giallo, di plastica dura, ma quando sono arrivati i miei fratelli è scomparso dalla circolazione, per loro il gioco era darselo in testa forte, più forte, ancora più forte. L’archetto serviva per far movere la piastrina, come a tirarlo sulle corde, per sentire la musichetta. Potevi suonare le note singole, schiacciando sul manico come fosse un violino vero, oppure andare in automatico: tu tiravi l’arco e le note cambiavano da sole.

Ho il vizio di mangiarmi le pellicine del pollice sinistro. Non lo dovrei fare, perché le mie mani sembrano sempre martoriate da una bomba inesplosa. Va molto meglio rispetto ad un tempo, almeno oggi le unghie non me le tocco più, ma quell’angolo non riesco a non toccarlo. E’ una reazione incondizionata, mi dà fastidio la pelle, è ruvida e spigolosa, fa quasi “difetto”.
Lì un tempo c’era il segno del capotasto. Col violoncello, per fare le note particolarmente acute, bisogna premere fortissimo sulle corde con quella parte di pollice per riuscire a posizionare le altre quattro dita e suonare. Bisogna far leva lì, sul pollice, ancorarsi saldamente al manico e fare tap-tap come se le corde fossero uno schermo touch. Va a finire che in quell’angolo ti si crea un solco duro, come i calli sulle mani di una ginnasta.

Non so se mi sono appassionata alla musica per quel violino. Le musichette che partivano in automatico erano abbastanza banali e io sono sempre stata una piccola snob dal palato fine. Non ho mai chiesto altri strumenti giocattolo in regalo, (poi da grande ne avrei avuto abbastanza di quelli veri) ma per anni mi è bastato quel violino – piccolo, bianco, macchiato qua e là, sempre con le pile inserite perché riuscisse a suonarmi qualcosa.

I primi tempi in cui ti si forma il callo col capotasto le mani ti fanno un male da paura. Si crea la ciocca, si riempie di liquido, tu preghi il cielo di non toccarla ma inevitabilmente dopo mezz’ora, eccola là, ti ritrovi a schiacciarla e a rischiacciarla e a metterci un cerotto e a soffiarci sopra perché brucia peggio dell’acqua ossigenata che la nonna ti metteva quando ti sbucciavi sul ginocchio. I primi tempi vorresti buttare il violoncello giù dal balcone, vorresti chiederti perché, perché hanno inventato una posizione così scomoda, perché dobbiamo suonare queste cose, perché, ma poi ti cade l’orecchio su un pezzo – un pezzo suonato bene, morbido, dolce – e capisci che dobbiamo suonare queste cose perché le dobbiamo suonare, perché è bellissimo così.

L’anno scorso abbiamo riordinato molti giocattoli dei miei fratelli, buttando quelli rotti e dando via quelli vecchi. Ad un certo punto è saltato fuori quel violino, il mio violino. Era bellissimo. Era tutto rotto, sporco, impolverato. L’ho dovuto buttare, ma l’ho fatto senza amarezza. Per me era bellissimo – perché è bellissimo, e prezioso, ma il ricordo lo è ancora di più.

2013-11-30 12.48.44