Periscope, ovvero cronache di un’impedita tecnologica

Ieri mi è arrivata una notifica. Il tizio che stai seguendo su Twitter più altri dodici hanno iniziato a seguire @Periscopeco. Ho cliccato su questo Persico Peco – lo avevo letto così la prima volta – e ho dato uno sguardo qua e là. Diceva qualcosa tipo “explore the world through someone else’s eyes”. Io, che per scoprire il mondo devo per forza guardare attraverso un paio di occhiali, mi sono fatta abbindolare.

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Vado sull’app store, la cerco e me la installo. Accedo, tramite ovviamente l’account Twitter, inizio a seguire quegli utenti che mi vengono consigliati, verifico la mia email – faccio le solite cagate insomma. E poi vado nella pagina “watch”. Davanti agli occhi iniziano a scorrermi dei titolini, “parking in LA”, “driving”, “Periscope demo” e tanti altri. Boh. Ne clicco uno a caso, aspetto che si connetta, inizio a sentire l’audio, non si capisce niente. Che cagata, penso. Quanto è dispersivo, non si capisce niente.

Dopo qualche minuto ci ritorno. Se hanno iniziata a seguirla tutti ci sarà un motivo, mi dico, ci sarà un modo intelligente per utilizzarla. Non faccio in tempo a scorrere giù la schermata che mi arriva una notifica, “Rosario Fiorello è live, guarda ora”. Clicco e si vede il faccione di Fiorello al bar con il suo amico dell’edicola. Ma vuoi vedere allora che..

Periscope, ne stanno parlando tutti, è l’app del momento. Collegata a Twitter (non so dirvi se l’ha comprata, se l’hanno sviluppata loro, se esisteva già, se è un progetto e basta.. non so dirvi niente, e soprattutto non me ne frega un tubo di niente), è un’app che ti permette di iniziare una specie di videochat in qualsiasi momento. È un qualcosa che si poteva già fare prima (forse con gli Hangout di Google?) ma che qui è resa facilissima e immediata anche agli occhi di un’impedita tecnologica come me. Chiunque dal proprio smartphone – anche se credo sia solo per iPhone, ma non ne sono sicura – può iniziare a trasmettere un video in streaming, live, dalla propria telecamera.

In un secondo mi sono fatta dei giri bellissimi. Ho camminato per le strade di Manhattan, di Londra, di Tel Aviv. Sono stata con della gente imbottigliata nel traffico di Los Angeles e ho visto una bellissima spiaggia di Malibu. Sono andata verso gli uffici di Twitter di New York, all’interno di Radio Deejay a Milano e nel backstage di The Voice. Ho anche visto un sacco di tazzine di caffè, di strade anonime riprese da squallidi balconcini e, soprattutto, un sacco di inquadrature di piedi e tappeti sul pavimento. Perché è questo, il senso: vi faccio vedere cosa sto facendo, live, e condivido con voi non solo quello che penso, scrivendolo tra l’altro in modo ruffiano per farvi mettere mi piace, ma trasmetto quello che sto guardando, quello che sto facendo. L’utente medio si sente una star, si sente come se fosse in tv al Grande Fratello, e preso dall’euforia trasmette perfino se stesso mentre fa i lavori di casa. È l’utente importante, quello che davvero veicola e unisce tanta gente, che potrebbe riuscire a fare delle cose interessanti. Potrebbe essere davvero una cosa super, per certi eventi, potrebbe essere la svolta. In un secondo ti colleghi, clic, e sei davanti al presidente Obama. Che palle, un discorso palloso, vuoi cambiare?, clic, e sei su una spiaggia alle Maldive con Belen e suo marito che finalmente han fatto pace. Troppo amore? Clic, stream live, e ti vedi il faccione di un cantante che ti fa vedere il backstage del concerto.

Ditelo, ditelo anche voi che è una figata. È una figata. Potrei farvi vedere anche io dei posti bellissimi, oppure semplicemente io che scrivo, io che preparo il sugo, che mi lego i capelli, che mi metto le dita nel naso.. Capito, no? Una figata. Oppure una cazzata, sì. Aspettiamo solo il momento in cui apriremo un video e ci troveremo dei gran piselli al vento.