I tuoi occhi piccoli piccoli

Eravamo sul traghetto. Avevamo deciso di tornare sul tardi, era una bellissima giornata. C’era il tramonto e c’era vento – c’era tantissimo vento, roba che quasi non si poteva stare fuori all’aria aperta, ma noi volevamo goderci fino alla fine le ultime boccate di mare. Era stata una vacanza a stretto contatto, di quelle un po’ due cuori e un monolocale, ma non quelle smielose da film anni novanta che trovi su La5, no, una vacanza semplice, fatta di sguardi sognanti e quanto sei bella stamattina forse anche un po’ più di ieri.

Guardavamo oltre la balaustra e cercavamo di non ascoltare il rumore del motore, poi all’improvviso l’ho vista. Io non riesco a stare dentro, quando sono sul traghetto, mi viene la nausea e ho bisogno di aria. Già non lo sopporto molto, il traghetto, con tutto quel dondolare e quegli scatti improvvisi e il vento che ti schiaffa in faccia i capelli e l’idea di avere solo acqua sotto ai piedi, ma da qualche parte bisogna pure incominciare a sconfiggerle le proprie paure.

Mi ricordo che stavo pensando che lui si veste sempre nello stesso modo d’estate, calzoni scuri camicia con le maniche corte e un sorriso da bambino di dieci anni. Era così che lo avevo immortalato nelle cartoline che mi ero fatta in testa, quelle fotografie che cerchi di stamparti nella mente mentre guardi qualcosa, come quella volta che mia mamma mi aveva detto di strizzare gli occhi e fare clic perché il mare con quei colori lì non lo avrei rivisto tanto facilmente.
Io in quelle cartoline ero sempre con il cappello e il costume con le margherite, con le chiavi dell’appartamento nella taschina della borsa e quel vestitino di jeans con i bottoni automatici sul davanti. Eravamo in spiaggia, in macchina, a fare il bagno sotto la pioggia, seduti al ristorante. Ero soddisfatta, ce ne avevo tante di cartoline in testa, poi ho alzato lo sguardo e lei era lì.

La vedi anche tu – gli ho chiesto. Mancava ancora un po’ al porto, eravamo più o meno a metà strada, ma in mezzo al mare c’era un isolotto, piccolo, che sembrava svettare sul pelo dell’acqua con un pizzico di prepotenza. In alto c’era una costruzione bianca, luminosissima, e quella luce rendeva ancora più luminoso tutto quello che stava attorno. Forse l’abbiamo trovata.

Trovato cosa, mi ha detto (in quel momento ho capito di averlo detto per davvero). E’ un isolotto ma guarda che non lo facciamo mica l’inchino, figurati, non ci abita nessuno.
Gli ho detto guarda meglio. Gliel’ho detto sottovoce, come nei film, quando lui magari se la vuole solo portare a letto ma deve cercare di prenderla come in realtà vogliamo essere prese tutte. Non ti sembra una chiesa quella?

Non gli sembrava una chiesa. Innanzitutto perché avrebbe dovuto esserci una chiesa in mezzo al mare in cima ad un isolotto sperduto. Mi ha detto che lui che fa l’architetto lo saprà dove devono essere costruite le chiese, o no, e ti posso dire che non credo che costruiscano una chiesa su un isolotto come quello, non ci sono fedeli per cui costruirla, una chiesa. E poi, guarda non ha la croce, hai mai visto una chiesa senza la croce?
Non so se ha detto proprio così, non credo, sto inventando. Quello che mi ricordo erano i suoi occhi, piccoli piccoli strizzati per il sole, e il suo sguardo, che passava da me alla chiesa a me e alla chiesa. E il suo sorriso, di quelli che sembrano dire come sei bella oggi di sicuro lo sei più di ieri e se vuoi ti ci porto subito a nuoto in quella chiesa ma che poi non te lo fanno dire per davvero, perché non c’è bisogno di dirsi certe cose quando riesci a vederle anche con gli occhi piccoli piccoli e il vento che ti porta via anche la faccia.

Alla fine comunque aveva ragione lui, quella non era una chiesa, aveva controllato con il cellulare, era il faro dell’isola di Palmaiola. Ma a quel punto non mi importava più. La mia ultima cartolina ormai l’avevo già scattata.