Le fisse

Sono famosa per avere delle fisse. Passeggere, veloci, perché fortunatamente dopo qualche giorno (alla peggio qualche settimana) si affievoliscono fino a lasciare il posto ad altre. Per esempio prima di Natale avevo la fissa di giocare di continuo con l’app Solitari italiani (era peggio di Candy Crush, una droga), del mangiare solo crackers Doria o melanzane cucinate in qualsiasi modo, o di usare soltanto una borsa a tracolla color gutturnio. (Ora le melanzane mi sono venute un pelo a noia e la borsa color gutturnio la tengo sempre a portata di mano ma ne uso anche altre; i crackers Doria però continuo a sgranocchiarli, anche adesso, quelli sì che sono davvero una droga).

1. Quando mi vesto per uscire sembro a lutto. Ormai ho una divisa, alternata alla ormai consolidata combo leggings-vestito a sacco: maglione (possibilmente nero ma non disdegno anche altri colori) largo ma non troppo, jeans scuri e stivaletti. Ma non stivali da donna, un po’ femminili, no: neri, materiali, larghi, da uno che spala la neve. Sì lo so, non sono molto originale, saremo in ottomila a vestirci così tutte le mattine. Ma solo io ho degli stivali che assomigliano a quelli del Vecchio Marley di Mamma ho perso l’aereo.

Vecchio Marley Mamma ho perso l'aereo

2. Ho trovato una nuova fissa per il cibo e riguarda il mio pasto preferito, la colazione. E questa fissa si chiama macchinetta per fare il cappuccino, presa qualche mese fa coi punti dell’Esselunga (tale Fomini Jet della marca Caso; io ho sempre letto Coso, con la o, e così l’ho sempre chiamata).
Un’ulteriore fissa del periodo è quella di spolverarci sopra un cucchiaino di zucchero, che va contro tutte le mie regole, visto che ora il caffè lo prendo amaro.
Un’ulteriore fissa del periodo è quella di far abbrustolire il pane da toast per mangiarci dietro qualche triangolino col burro e la marmellata.
(Un’ulteriore fissa del periodo, dopo, è ovviamente fare qualche km di corsa).

3. Ho ricominciato a leggere. Erano mesi che non lo facevo, non avevo spunti, ero nel bel mezzo del blocco del lettore. Poi la scorsa settimana, complice forse uno pseudo-proposito per l’anno nuovo – “meno cellulare a letto prima di dormire, più libri” – mi son buttata (poi andrò anche a vedere il film) su L’amore bugiardo, di Gillian Flynn.

Gone girl - L'amore bugiardo

Ho messo la foto dell’edizione inglese perché il titolo mi piace di più – gone girl, ragazza che se n’è andata, scomparsa. E’ la storia (di riassunti se ne trovano a migliaia in giro, ma vi dico tutto in due parole) di un matrimonio, di Nick che è sposato con Amy ma che il giorno del loro quinto anniversario si ritrova da solo, perché di fatto Amy è scomparsa. Forse morta, forse annegata nel fiume, forse rapita, forse gettata in un pozzo come Sarah Scazzi. Da qui prende piede tutto il circo mediatico di cui non ci stupiamo neanche più: centro di raccolta informazioni, talk show con l’equivalente americano di Barbara D’urso, colloqui con la polizia, processi alle intenzioni. Manca soltanto Chi l’ha visto.
In generale non mi piacciono queste storie – non ho la pazienza di leggere dei thriller, voglio sapere tutto e subito, io! – ma  a metà ho urlato perché non l’ho scritto io, perché? tanto mi stava prendendo. Mi piace che la storia abbia due punti di vista diversi; viene detto tutto e poi il contrario di tutto e poi il contrario del contrario di tutto. Il finale mi ha lasciato un po’ comme ci comme ça, ma dopotutto la destinazione non è poi tanto importante, se già hai amato il viaggio.

4. Vorrei una borsa a cartella. Ma non una cartella come quella dei remigini degli anni sessanta, no. La vorrei di ecopelle, morbida, nera, non squadrata ma fatta più a trapezio. Con una chiusura centrale e la possibilità di metterci la tracolla. La vedo addosso a chiunque ma non la trovo nei negozi. Dove-diavolo-l’avete-comprata?

5. Per quanto riguarda la musica, è finito il periodo trash-pop ed è incominciato quello da musica tranqui da sottofondo.
In questo periodo prediligo le cover modern-swing, con un vago sentore retrò, per questo mi sono fissata sugli Sugarpie and the candymen (li trovate qui, spotifatti per benino), un gruppo della mia città che merita almeno un ascolto. Altrimenti di solito mi delizio con (rullo di tamburi) Arisa. Sì, lo so, lo so. Arisa. “Che gusti di merda”, blablabla. Ok, ma guardate che tale album “Amami tour”, live, secondo me merita. Mi piace la sua voce, mi piace da quando faceva le cover in quel programma con la Cabello, dove il pianista che la accompagnava era a due metri dal pavimento. Mi piace al punto tale che l’altro giorno ho detto alla mia amica Bea – ne stavamo parlando per altri motivi, non per quello che pensate voi – “al mio matrimonio farei cantare un gruppo, oppure non so, Arisa”. (Arisa mi leggi? Tieniti libera per un eventuale sposalizio, se mai sarà, nel duemila e poi).
Altrimenti posso chiamare i Maroon 5 e chiedere se si imbucano. Per Adam c’è sempre posto.