Togliere il sole dall’universo

Ho sempre avuto dei piccoli rituali. C’è stato un periodo in cui, quasi tutte le sere, io e la mia amica Daniela ci telefonavamo per dirci soltanto domani andiamo a scuola on foot, oppure ci vediamo direttamente là. C’è stato un periodo in cui i pomeriggi erano pieni di cose da fare – conservatorio compiti ginnastica telefilm giro in centro cinema al sabato. C’è stato un periodo in cui i compiti li facevo addirittura al telefono.

Mi hanno sempre detto che con le amicizie sono stata fortunata. Poche persone mi hanno regalato il loro peggio, in effetti. O sono io che ho sempre saputo vedere il loro meglio, non saprei. In ogni caso, non è stato un grande sforzo. Anche perché non è che io incarni l’ideale di amica perfetta. E non lo sto dicendo per farmi dire il contrario, a volte sono pessima – non richiamo, mi dimentico, faccio la stronza. Ma grazie al cielo me ne rendo conto.

Quando mi hanno interrogata all’esame di latino (esame che ancora oggi abita nei miei sogni, insieme all’incubo di svegliarmi la mattina e dover andare a scuola senza aver fatto i compiti di matematica, una tragedia) mi hanno fatto tradurre un pezzo del De Amicitia di Cicerone. Io quel libro non lo avevo ripassato – in realtà non lo avevo neanche toccato, erano settimane che non lo trovavo da nessuna parte. Speravo in una mano di Quintiliano sulla testa, in un’illuminazione divina. La signorina che mi stava interrogando mi aveva detto traduca dal paragrafo 47, o era 37, insomma chissenefrega, traduca da qui a qui, e io avevo abbozzato. Poi all’improvviso un flash: di tutto il libro mi ricordavo un solo concetto, uno solo, che più o meno diceva che sono pazzi questi romani che vogliono togliere l’amicizia dalla vita perché sarebbe come togliere il sole dall’universo.
Era quel paragrafo lì. 

Credo che la fortuna in amicizia sia relativa. Nel senso. Se vado in edicola a comprare un gratta e vinci e gratto e vinco, quella sì che è fortuna. Se sto giocando a ramino e mi ritrovo in mano le carte giuste per chiudere, quella sì che è fortuna. Se su un libro intero mi chiedono proprio il paragrafo 37, o 47, insomma proprio quello lì del sole, quella sì che è fortuna. Ma essere amici, mantenere degli amici, cosa c’entra?

La storia del sole e dell’universo m’è rimasta impressa. Lì ovviamente il senso era tutto diverso. Mi sono immaginata in un sistema solare (non potevo tirarmi indietro dal fare la parte del sole, dopotutto sono del segno del Leone), io che creo e mantengo relazioni con le altre persone-pianeti che mi gravitano attorno. Ci sono quelli più vicini, ci sono quelli lontani. Ci sono anche quelli che c’erano e adesso si sono persi per strada, o quelli che sono diventati delle stelle nane o chissà quale altra diavoleria astronomica. D’altronde, quando andavo alle elementari anche Plutone era un pianeta e adesso non lo è più. 

Certo, possiamo parlare di fortuna se diciamo che son stata fortunata ad aver incontrato qualcuno piuttosto che qualcun altro. Persone brave piuttosto che stronze. Persone a cui piacciono le mie stesse cose, che capiscono, non persone che si tappano le orecchie. Fortuna? Boh, sì, forse. Anche un po’ di intuito. Di sesto senso. Di naso. E io di naso me ne intendo, visto lo schifo che mi ritrovo in faccia.

Almeno, io credo che Plutone non sia più un pianeta. A scuola non ascoltavo mai le lezioni di geografia astronomica. Intendiamoci: gli appunti li prendevo, pure bene, ma mi faceva schifo. Quindi trascrivevo senza capire. Un amanuense. Uno scriba. 

Ci vuole intuito per scegliere le persone giuste, ma ci vuole anche un po’ di impegno. Io mi sono impegnata per essere un’amica, se non buona, almeno decente. Le persone le ho trovate, me le sono coltivate, le ho innaffiate come fossero una pianta di basilico e ora ne vado anche un po’ fiera. Mi sono messa ad ascoltare più che a parlare, perché insomma, a nessuno piace avere attorno una radio senza l’interruttore on/off. In più, non mi sono mai fatta il ragazzo di nessuna mia amica (per me è un putto, un angelo, una figura asessuata) né le ho mai rubato il lavoro. Aspetta però, che qui c’è da fare un elenco che se no mi perdo dei pezzi. Prendi carta e penna. Scrivi

Cose da fare per essere un’amica, se non buona, almeno decente. Passabile, dai. Una a cui dare comunque la sufficienza.

– Stare zitta anche quando non vorresti e parlare anche quando hai mal di gola. (Io odio parlare col mal di gola, lo odio).
– Non farle pesare niente.
– Essere te stessa, senza fingere (almeno la maggior parte delle volte).
– Non giudicarla mai, neanche se in pizzeria ordina sempre qualcosa con la cipolla.
– Sapere quando è il momento di levarsi di torno. Saper ascoltare i silenzi.
– Non rubarle il lavoro, non scappare dall’altra parte del mondo senza saldare un debito a più di cinque cifre, non metterle sotto il gatto con la macchina.
– Non scoparsi il suo fidanzato. Non che io non sia stata sfiorata dal pensiero, sarà capitato. (Un minuto di silenzio per far sì che Architetto se ne dimentichi). (Un minuto per far sì che anche le mie amiche se ne dimentichino). (Dai, come se a voi non fosse mai capitato). (Come no. No?). (Cazzo).