Je suis internet

Forse dovremmo fermarci un secondo.

Ieri non ho parlato, a proposito dei fatti di Parigi e dell’ondata Charlie Hebdo. Ho letto. Ho fatto su e giù fra i vostri status di Facebook, ho aperto articoli, ho guardato le prime pagine dei quotidiani online, ho visto le vostre immagini di #JeSuisCharlie. Ho letto a proposito della volgarità delle vignette, ho letto che i giornalisti un po’ se la sono cercata, ho letto di complotti, di Oriana Fallaci, di qualunquismo sui musulmani e (perché no, intanto che ci siamo) anche sugli immigrati.

Io, forse perché mi considero – magari a torto, non so – una creatrice di contenuti, ieri mi sono sentita profondamente attaccata, pur essendo lontana anni luce dalla satira e dalle vignette. Non voglio inoltrarmi nella lunga diatriba della libertà di opinione, perché voglio sperare che almeno su questo la pensiamo tutti allo stesso modo. Non voglio neanche ribadire quanto sia sbagliato trovare giustificazioni alla violenza, a qualsiasi tipo di violenza, perché di nuovo voglio sperare che non ci siano dubbi a riguardo.
Mi piace internet, mi è sempre piaciuto e mi piace al punto da volerci lavorare. Mi piace che un hashtag partito chissà dove abbia un’eco mondiale in poche ore. Mi piace la mobilitazione che crea, mi piace far parte di una comunità, mi piace la condivisione, mi piace sapere che cosa pensate, mi piace decidere che cosa pubblicare e che cosa no.
Mi piace internet perché in maniera molto democratica regala un megafono a tutti, informa, toglie i paraocchi, però non mi piacciono le fazioni. Sul web non c’è altro: o sei da una parte o sei dall’altra. Ma devi stare da qualche parte. E criticare. Sempre. Perché la tua opinione comunque deve essere sempre espressa. Un’opinione non condivisa è carta straccia, da buttare. E poi c’è l’effetto rinculo, di chi critica, di chi generalizza, di chi critica chi generalizza, di chi critica chi critica chi generalizza. Che al mercato mio padre comprò.

Lungi da me dal crocifiggere quelli che esprimono la loro idea su internet – è tutto bello perché siamo liberi (e responsabili) di dire quello che vogliamo, così come sono liberi gli altri di leggerci, condividere, contraddirci, colpevolizzarci. Ma forse più che buttarci a capofitto sulla tastiera, più che cambiare l’immagine del profilo e sembrare impegnati e godere dei mi piace che riusciamo ad accaparrare, oppure più che cavalcare quest’ondata di malcelato razzismo, o più che fare per forza i bastian contrari, non converrebbe fermarsi un secondo e riflettere?