Vent’anni dopo

I don’t think it’s the cost of a stamp why we don’t write letters.
Inizia così il video di Bruce Farrer. “Non credo sia per il costo del francobollo”, dice. Anche se, caro Bruce, in Italia i francobolli crescono di prezzo ogni volta che cambia il vento.

La storia di Bruce Farrer (qui l’articolo) mi ha come portato in un’altra dimensione. Insegnante di lettere, canadese, in pensione da una decina d’anni, un sacco di studenti traghettati dall’infanzia verso la vita, quella vera. Un giorno assegna un compito, quasi banale: “scrivi una lettera all’uomo, o alla donna, che sarai fra vent’anni”. Lunga dieci pagine. (Forse un po’ troppo, prof; oggi quasi nessuno si metterebbe a dare un compito di dieci pagine, si ritroverebbe file e file di genitori altezzosi che lamentano una forte distrazione muscolare alle braccia dei propri figli).

Scrivi una lettera al te stesso fra vent’anni, diceva Bruce, e io tra vent’anni te la consegnerò. Seh, prof, raccontacene un’altra. Sarai talmente rincoglionito da non sapere manco dove sta il tuo bagno di casa, fra vent’anni. Invece no. Lo ha fatto.
Bruce Farrer ha continuato fino al 2002 ad assegnare questo compito e, dopo essere andato in pensione, ha trascritto tutto e mandato via mail il testo ai suoi alunni. Uno ad uno. Ad alcuni lo ha addirittura spedito, ad altri lo ha portato di persona. Chissenefrega del costo del viaggio o del francobollo, insomma.

Non è stata tanto la figura di questo insegnante a colpirmi, che in ogni caso sarà sicuramente d’ispirazione per qualcuno – uno così attento e preciso da volere a tutti i costi recapitare una lettera che il mittente si è dimenticato di aver scritto, uno con quella faccia buona da Capitan Findus, è affascinante. Quasi tutti abbiamo avuto la fortuna di incontrare un professore straordinario nel suo genere: di solito uno o due al massimo, oppure nessuno, perché non è una razza che si trova facilmente. Io per esempio ricordo con piacere il mio professore di matematica delle medie (iniziava a scrivere alla lavagna con la destra e continuava con la sinistra, ci faceva molto ridere) e quella di storia e filosofia di quinta superiore. Ma qui parliamo d’altro.

I don’t think it’s the cost of a stamp, continua. I think it’s the cost of our time.
Bruce dice che non ci mettiamo a scrivere perché ci manca il tempo. Effettivamente viviamo in un’epoca in cui facciamo tre cose contemporaneamente, un’epoca in cui in macchina teniamo fissi gli auricolari per poter guidare e telefonare nello stesso momento. Effettivamente centelliniamo il nostro tempo e siamo continuamente accusati di non trovarne mai abbastanza per tutti. Riduciamo al minimo i nostri contatti e inseriamo nelle nostre conversazioni faccine e disegni per non lasciare spazio a fraintendimenti. Il potere delle immagini, lo chiamano. Boh, sarà, ma io sostengo anche il potere della parola. Devo farlo, per forza. Voglio sperare che fra qualche anno non saremo ridotti a comunicare a gesti e ideogrammi.

E se non riusciamo a trovare il tempo per scrivere qualcosa di più elaborato di un bigliettino d’auguri per Natale, figurati se lo facciamo per noi stessi. In giro su internet si trovano servizi del genere, dei Bruce Farrer automatizzati, come futureme.org, un sito che ti permette di scrivere una mail che verrà consegnata al tuo indirizzo quando vuoi.
“Caro me del futuro, ricordati di ridere”. “Mettiti sempre al primo posto”. “E fai gli auguri a tua madre”. Non devi far altro che scrivere, due minuti o poco più, e fa tutto lui. Ma nonostante tutto, nonostante tutte le diavolerie tecnologiche, non lo facciamo comunque.
Non il tempo, non la pigrizia. E’ che è impegnativo. E’ bellissimo rileggersi, bellissimo e commovente, e per qualcuno anche gratificante. Ma è impegnativo rispondersi.
Scrivere al te stesso del futuro, chiedergli se ti sei sposato o se sei scappato su un’isola a vendere cocktail, dirgli di contare su quella manciata di persone che magari si sono rivelate del tutto diverse, sognare di amare per sempre la persona di sempre, immaginare di diventare qualcuno e di costruire cose meravigliose. E poi, dopo esserti riletto, dovergli rispondere. No, non è il tempo. Ci mettiamo tutti a sognare ad occhi aperti su come saremo fra vent’anni, lo abbiamo sempre fatto, ma pensarci (e poi dimenticarsene) è un conto, scontrarsi con la realtà è tutta un’altra storia.

It’s not the cost of our time, Bruce. E’ la paura.