E’ più forte di me

Ti vedo. Ti sento. Sei lì. Ma non posso toccarti.

Cerca di pensare a qualcos’altro. Non dev’essere così difficile. Tutti dicono che basta la forza di volontà, e allora chi sono io per non riuscirci? Anche la mia compagna delle medie lo faceva sempre, era in una situazione scandalosa poverina, chissà se avrà smesso.

Oh, anche questa.. Sarebbe da aggiustare qui, quest’angolino. Senti, senti, quasi punge. Dai, solo un secondino.. no, non posso, ci ho messo tantissimo ad arrivare fino a questo punto, non posso mollare proprio adesso. Dovrei trovare un diversivo, un semplice diversivo. Come quando da piccola mi dicevo “se non riesci a fare questa cosa, per punizione non farai mai più le verticali in casa”. Una brillante carriera da ginnasta bruciata così, dalla mia poca forza di volontà. Che poi neanche mi ricordo che cosa fosse quella cosa che non riuscivo a fare. Tutta fatica sprecata.

Oddio, lo stavo rifacendo. E’ che non è colpa mia, è più forte di me. Mi capita quando penso. E non è che posso smettere di pensare, è un mio diritto. Il diritto di pensiero – ah no quello era diritto di parola. Libertà di parola. Vabbè però che c’entra, a un muto allora visto che non può parlare gli garantiranno delle cose in più? Almeno il diritto di pensiero? Cogito ergo sum e tutte quelle cose lì?

Santo cielo, no, una è andata. Adesso mi metto le mani in tasca, via, così non la vedo.
Dovrebbero inventare delle tasche fatte apposta. Sì, delle tasche. Anche se comunque le mani ce le devi mettere, nelle tasche. Mica ci vanno da sole, è il cervello che manda il segnale. Allora sarà il cervello che è da cambiare – oh, un messaggio di Whatsapp. Dio santo, adesso sanguina. Guarda, vedi cosa succede a strapparsi le pellicine e poi mettersi le mani in tasca senza controllare.

No, alla fine non servirebbero le tasche. Guarda che flop è stato lo smalto amaro. Tutti dicono che se le mangiavano lo stesso. Lo raschiavano e via di denti, o altrimenti si scorticavano la pelle attorno. Una delle cose più brutte della storia. Che poi, se ci pensi, chissà quanti germi che ti vanno a finire in bocca. Quanti microbi. Come quella storia di non mangiare le noccioline che ti danno al bar, quelle che sono nelle ciotole sul bancone. Ma anche le maniglie delle porte, o il bottone dell’ascensore, o i soldi. Dio i soldi, che schifo. Dovremmo vivere tutti in una bottiglia di Amuchina, quella che lava le mani a secco. Che poi sai di ospedale per mezza giornata, tranne con quel gel che sapeva di limone e zucchero, ce l’avevo qualche anno fa, me l’avevano portata dall’America.

Ne ho mangiata un’altra. C’è l’angolino ancora attaccato. Porca vacca, adesso basta. L’ultima.

Ci credo che poi mi dicono che ho delle brutte mani, guarda: se vado avanti così finirò per non aver più neanche le falangi. Non riuscirò mai a smettere. E’ più forte di me. E’ che sono buone, e non fanno neanche ingrassare. E poi non ho altri vizi: non fumo, non bevo, cioè non più di tanto, faccio attività sportiva, mangio pure le verdure.. Potrei quasi tenermelo, come vizio. Non faccio del male a nessuno. Neanche andassi a cucinare la droga in un vecchio camper.

Basta, adesso mi vado a lavare le mani che chissà quanti milioni di germi ho addosso. E poi giuro, non me le tocco più, o niente più verticali in casa. Giuro.

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In realtà, sono riuscita ad uscire dal tunnel. Sono mesi che non mi mangio le unghie, ora le mie mani non sembrano più quelle di una bambina delle elementari, e credo di non fare più le verticali in casa dal novantasette.
Ci sono riuscita con la cosa più femminile di tutte: con lo smalto (soprattutto se è quello semipermanente) oppure con il gel, più una goduria quasi maniacale nel rimirarsi le mani ben curate. Voi uomini però ditemi come avete fatto, o va a finire che devo pitturare anche le unghie di Architetto.