Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, su una panchina con mia nonna. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

In realtà puntavamo ad andare da un’altra parte (Verona), dove non ero mai stata fino a ieri, e sulla strada ci siamo fermati a Desenzano e a Sirmione. L’architetto era estasiato, a lui il lago piace molto. Gli sembra molto vivibile, tranquillo. Da pensionati, ho aggiunto io, e mi sono meritata un’occhiata truce di quelle che fai a tuo figlio quando non puoi rimproverarlo in pubblico che se no poi chissà cosa dice la gente. Sì, è vero: è molto rilassante, ha dei colori che assomigliano molto al mare e, effettivamente, sembra che possa essere vissuto tutto l’anno. Ma c’era qualcosa che mi faceva storcere il naso, tipo Samantha in Vita da Strega, che me lo faceva stropicciare per aria.. E’ che, dopo un po’ l’ho capito, mi sembrava di stare al mare ma non c’era il profumo di mare.  C’erano gli scogli, la passeggiata, la gente che faceva il bagno, gli ombrelloni, ma mi mancava l’odore salmastro sulle rocce, il sale, la spumina delle onde.
Scusatemi, bagnanti del lago, ci dovrò fare l’abitudine. Dovremo, entrambi, perché a quel punto niente sguardo truce dell’Architetto. Incredibile, avevo ragione.

Sirmione batte Desenzano su tutto, comunque, anche se son sicura di non rivelare il terzo segreto di Fatima. Su tutto tranne che sui parcheggi, dal momento che, senza volere, ci siamo ritrovati incolonnati per entrare in uno strapieno che aveva una tariffa così salata che so anche io perché vi ritrovate ad avere soltanto acqua dolce, lì intorno.
Abbiamo fatto il giro di Sirmione chiedendoci se avesse ragione il signore di una barca-taxi, che ci ha chiesto se volevamo fare un giro sull’isola, o se si trattava, come pensavamo noi, di una semplice penisola che dalla terra si estende tranquilla in mezzo al lago. In effetti, abbiamo fatto un micro ponte per andare al di là del castello e ci eravamo quasi convinti, ma i libri di geografia, caro tassista, non mentono.
Siamo arrivati fino in fondo, alle Grotte di Catullo, da cui si gode di una vista veramente niente male, ma dove non si può rimanere per più di dieci minuti per il forte odore di zolfo delle terme. Non so voi, ma per me quell’odore sa di uovo marcio. O di uovo sodo, insomma, che nella mia testa corrisponde in ogni caso all’uovo marcio.

Una volta ritornati in macchina (e una volta pagato il parcheggio), siamo partiti alla volta di Verona. Il nostro caro amico Google ci ha aiutati a trovare la strada (lo sapevate che Google Maps ora volendo fa anche da navigatore?) fino all’albergo, un hotel apparentemente vuoto che dopo poco si è animato con due pullman pieni zeppi di turisti tedeschi. Ci siamo rinfrescati, ci siamo cambiati di fretta mettendoci i vestiti buoni e siamo ripartiti. La vera destinazione di questo weekend era lei, l’Aida all’Arena di Verona.

 

Premetto una cosa, che non mi fa grande onore ma ve la dico lo stesso. Sia io che Architetto abbiamo alle spalle dieci anni di conservatorio e nessuno dei due è un grande fan dell’opera. Lui, poi, odia le cantanti donne ma apprezza molto gli allestimenti scenici e le cose sontuose. In realtà, la cosa più scandalosa è che nessuno dei due sapeva la storia dell’Aida e, soprattutto, nessuno dei due aveva avuto tempo di guardarsela prima di poggiare il culo sulle gradinate dell’Arena.
Abbiamo comprato il libretto (altrimenti potevano anche cantare delle bestemmie, che tanto non ce ne saremmo accorti) e durante le pause fra un atto e l’altro ci siamo letti la trama, facendo attenzione a non bruciarci il finale.

Vi dico la verità, io credevo di rompermi le balle. Non avevo mai visto un’opera intera, tutti la descrivono come qualcosa di lunghissimo ed estenuante e non nego che la cosa, all’inizio, mi spaventava un po’. Lui credeva di addormentarsi, addirittura. E invece non ci siamo persi neanche un sospiro.

Arena

Non mi perderò nel descrivervela oltre, perché sento già un coro di stigrancazzi in versione lirica levarsi dalla platea in fondo. Non vi voglio annoiare, però una cosa permettetemi di dirla: almeno una volta nella vita secondo me bisogna provare ad andarci.
Aveva ragione la mia amica Lucia, mi aveva detto che mi sarebbe piaciuta perché all’Arena è tutto diverso. Il tempo passa più velocemente, ti perdi via con tutta la gente che hai intorno e, se ti piace, riesci a gustartela molto più che a teatro. Le scenografie ti assorbono completamente e le comparse sono talmente tante che ad un certo punto credevo che ci fosse un gioco di specchi, perché non era possibile creare naturalmente un qualcosa di così maestoso come il secondo atto, che a mio modesto parere rasenta la perfezione. Il terzo sarebbe da bruciare da tanto è noioso, ma col secondo siamo proprio ad un altro livello.

Di tutte le cose che potrei dire sono due, in realtà, quelle che mi hanno colpito particolarmente. La prima è il volume: all’inizio l’architetto si è girato, sconvolto, sibilandomi nell’orecchio un ma-non-hanno-i-microfoni che si vedeva che anche lui era a digiuno di storia della musica e di filmati di Rai Cinque. Ci sono, sì, dei microfoni a bordo palco, ma la voce non è così spaccatimpani come a teatro: il suono ti arriva ovattato ma nel giro di cinque minuti le tue frequenze si aggiustano e, incredibilmente, ti sembra tutto al giusto volume.
La seconda cosa da notare è il rispetto della gente al silenzio, al testo, alla musica. Nessuno parlava, eppure eravamo tantissimi, e più di colpi di tosse, lattine sospinte giù dalle gradinate per il vento e qualche bravo non si sentiva.
(La terza – oh sì, erano tre – sono gli allestimenti degli altri spettacoli tutti accatastati fuori dall’Arena, pronti per essere montati per le altre rappresentazioni. Quasi una discarica a cielo aperto di arte).

Il giorno dopo l’Aida ci siamo gustati Verona. Trasuda storia da tutte le parti; ci sono palazzi antichi ad ogni spigolo, tenuti bene, coi mattoni e i merli al loro posto, e poi ci sono angoli imbrattati da scritte e colori che neanche il bagno del campeggio di Donoratico era così variopinto.
A Verona sembra che tutti si divertano a scrivere sui muri; a casa di Giulietta è un vero e proprio rituale (oltre a quello, classico, di fare la foto toccando la tetta della statua), gli innamorati si divertono a mettere anche dei bigliettini, dei cerotti e delle cicche per fissare sulla parete il loro messaggio d’amore. Di sicuro è caratteristico, ma quasi quasi mi ha fatto rivalutare l’idea di Moccia. Lui, poverino, alla fin fine voleva mettere solo un innocente lucchetto.

Sulla via del ritorno, anche se la strada alla fine l’abbiamo allungata, ci siamo fermati a fare una degustazione al Castello Bevilacqua, nel cuore del Veneto. Non lo conoscevamo, abbiamo sfruttato un cofanetto regalo tipo smartbox che aspettava di essere utilizzato da più di un anno.
Mi ci vedete, con un architetto squattrinato, tutti vestiti e impomatati come se fossimo freschi di cresima, ad andare ad una degustazione da sciuri col maître, il vino e tutto quanto? Sentivo il bisogno fisico di avere al braccio almeno una borsa da qualche migliaio di euro e ai piedi delle Louboutin che ticchettavano ad ogni mio passo – il castello sembrava richiedere un certo atteggiamento da naso all’insù, insomma – e invece ho fatto tutto tranquillamente, nel silenzio delle mie ballerine da dieci euro. E ci credevo un sacco, tanto che a momenti non mi sembravo manco io.
Comunque, i vini erano buonissimi. Forse un po’ fortini per poi doversi rimettere in viaggio e tornare verso casa, ma buonissimi.

Vi basti sapere che la prima cosa che è uscita dalla bocca del gentilissimo signore che ci ha accompagnati è stato un vago “sapete, noi siamo specializzati in matrimoni”, che ha ripetuto più o meno quaranta volte durante tutta la nostra visita al Castello. L’architetto ogni tanto mi lanciava degli sguardi fra l’incredulo e il divertito, quasi come se avesse dovuto soffocare una risata. Il signor Renzo passava in rassegna tutta la sfera semantica del matrimonio (sposo, sposa, sposini, cerimonia, sposalizio, nuziale.. quanti sinonimi può avere una parola?) e lui rideva, tanto che ad un certo punto, vi giuro, sembrava di essere su Real Time. Direi che il messaggio, se mai ce ne doveva essere uno, è passato forte e chiaro.

Le foto, se vi interessano, le trovate come al solito su Flickr.

Ah, quasi dimenticavo. In Piazza delle Erbe, mentre mangiavo il mio bel bicchierone di macedonia, per caso ho lanciato uno sguardo ai due piccioncini appollaiati proprio sopra alla mia testa e ho pensato che forse avrei fatto meglio a spostarmi, o rischiavo di ritrovarmi con un bel regalino addosso. E andare al Castello con una scagazzata di piccione fra i capelli sarebbe stato sì da raccontare ai posteri, ma tremendamente imbarazzante per me che dovevo fare la signorina in età da marito che degusta il vino col naso all’insù. Mi sono spostata e dieci secondi dopo il piccione mi ha cagato sulla spalla, sul golfino.
Grazie, anche in questo caso il messaggio è passato forte e chiaro.

Questa volta niente cartoline brutte per me. L’unica che ho preso – da turista, con l’arena e tutto il resto – l’ho mandata ad Asia Zini (nel link l’articolo), una bambina di cinque anni di San Giuliano Milanese che quest’estate ha dovuto affrontare le cure per la leucemia. Avevo trovato la notizia per caso mentre cazzeggiavo su internet; il papà si era rivolto a Facebook qualche settimana fa chiedendo di mandarle una cartolina per farle vedere dei bei posti senza muoversi da casa. Mi è sembrata una cosa carina, lontana da ogni pietismo, e mi è venuto spontaneo, visto che passo un sacco di tempo fuori dalle tabaccherie a spulciare l’espositore per cercare la più brutta. Almeno stavolta è servito a qualcosa.