Gridare in silenzio – Isola d’Elba, il racconto a parole

Procchio (Isola d'Elba)

Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.
(D. Pennac)

Nota prima di incominciare: l’Architetto è decisamente un tipo da ho fotografato per non dimenticare. E’ un tipo che fotografa l’impossibile, cercando di allineare tutto come se avesse sullo schermo i righelli di Photoshop.
Ho pensato a lungo a cosa scrivere una volta tornata da questo mio viaggio; guardando le foto mi è addirittura venuto lo schizzo di lasciar parlare solo le immagini, talmente erano venute bene, ma non sarei io. Io devo descrivere, per non dimenticare, devo mettere in fila le virgole e i punti, devo essere esaustiva. Perciò questa volta insieme, io e lui, ognuno con il proprio linguaggio, cercheremo di raccontare l’isola d’Elba, che non è niente di nuovo né di esotico, ma nasconde colori e sfumature che neanche noi pensavamo di trovare.
Per una questione di spazio ho dovuto rimpicciolire e tralasciare molte immagini. Per il racconto fotografico silenzioso, quindi, c’è FLICKR.

Mi spaventava il traghetto, all’inizio. C’ero già stata con i miei genitori quando ero più piccola e mi ricordavo di aver avuto un fortissimo senso di nausea per tutto il tempo. Una volta salita ho capito: era la stanza chiusa, quella coi seggiolini e il soffitto basso e l’aria che non circola a darmi fastidio. Va bene che soffro il mal di mare, ma sul ponte, con l’aria in faccia e il vento che ti fa i capelli da pazza, era tutta un’altra storia.


La prima cosa che si vede prima di attraccare all’Elba e andare a recuperare la macchina è il colore delle case di Portoferraio, tutte sbiaditine se messe a confronto con quelle della Liguria, sormontate da mura e bastioni storici che, dopo un paio di giorni, imparerai a conoscere e a ricordare come la Fortezza Medicea. Quando sali in macchina (l’Architetto era andato a riprendere la Golf dal soppalco dov’era parcheggiata e io, dal porto, sono balzata sul sedile al volo gridando segui quell’auto!, ho sempre sognato di farlo) ti ritrovi ovviamente o in coda o in balia dei cartelli stradali. All’isola d’Elba ci sono poche strade, almeno per chi proviene da una cittadina medio-piccola come noi, quindi per andare dove devi andare bisogna per forza seguire il flusso che va in due o tre direzioni soltanto. E se ti becchi la coda cosa fai, reprimi il tuo istinto da milanese sulla metropolitana e aspetti.

Il nostro punto d’appoggio era a Bagnaia, a circa 15 km da Portoferraio. Abbiamo prenotato di sabato e siamo partiti il giovedì successivo, un last minute con giusto il tempo di fare una lavatrice per riempire la valigia. Siamo andati un po’ alla cieca ma ci siamo fidati di chi, a Bagnaia, ci va da vent’anni. Era proprio tutto due cuori e una capanna: un monolocale con una terrazza più grande della casa stessa e una salita talmente ripida da farci arrivare alla porta col fiatone e con le gambe pesanti. O con la voglia di chiudere il mondo fuori e guardare al di là della terrazza, chi lo sa.

L’acqua e la spiaggia a Bagnaia non sono un granché. Ma il nostro obiettivo non era quello di fare la vita da Bagno Carlo 23 Bis (mi sembrava fosse quello lo stabilimento dove andavo a Bellaria quando ero piccola, mi ricordo della targhetta che mi mettevano per evitare che mi perdessi, come si fa con i cani), noi volevamo girare e provare spiagge diverse, vedere persone diverse, scovare posti diversi.

Siamo stati alla Biodola, la riviera romagnola dell’Elba, con la spiaggia lunga (per gli standard dell’isola) e con l’acqua che scende dolcemente; siamo stati a Cavoli, che a detta di alcuni è quella che più assomiglia alla Sardegna, con una sabbia bianca granitica e il mare che tende al verde; siamo stati a Lacona e al Lido di Capoliveri, e poi a Procchio e perfino a Nisportino. Siamo stati un po’ ovunque, cercando di schivare il brutto tempo che sembrava seguirci come una maledizione. Nei giorni di pioggia sì, ci siamo un po’ annoiati, perché gira la voce che all’isola d’Elba non piova quasi mai e quindi non offrono molte cose da fare, quando capita una settimana un po’ sfigata come la nostra. Siamo stati a vedere l’acquario di Marina di Campo, che è comunque lodevole se non altro perché è tenuto in piedi da volontari; abbiamo circumnavigato Portoferraio, scovando vicoli e fotografando scalinate e piazzette. Non siamo andati a visitare la casa di Napoleone, ma un altro giorno di pioggia e stai sicuro che eravamo i primi a chiudere l’ombrello e fare la fila per entrare.

Mi ero portata anche le scarpe da ginnastica, in valigia. Si sa mai che proprio all’isola d’Elba mi viene voglia di andare a correre, mi ero detta, ma poi ho desistito perché mi spaventavano le macchine (e le salite). Ad ogni modo, di strada a piedi ne abbiamo fatta: la prima volta che siamo andati a Capoliveri, un paesino arroccato su una collina da cui vedi anche l’isolotto di Montecristo, abbiamo seguito delle indicazioni farlocche (più o meno stavo guidando io il gruppo) e abbiamo allungato di molto la strada, quando bastava fare una scalinata ripida che in due minuti ti portava nella piazza principale. Amici, era per il vostro bene, dai, prendetela con filosofia.
Capoliveri, poi, è molto carina: è il classico borgo italiano con i vicoli e le case addossate l’una sull’altra, con i voltoni alternati ai negozietti e ai portoni di legno riverniciati di verde scuro, ma diversa dagli altri centri dell’Elba. Ci siamo capitati anche il primo agosto, alla Notte Blu, che a mio parere la rende un po’ troppo caotica e rumorosa. Se programmate di andarci, comunque, vi segnalo soltanto due tappe: la Piada per strada – e si sente che la piadina la fa un romagnolo, mi dispiace ma non ce n’è per nessuno – e il Dolce della Transilvania, una spirale di pasta simile al pan brioche che viene fatto caramellare e poi farcito a piacere (noci e cannella, zucchero di canna, cioccolato). Il kurtos kalacs con lo zucchero di canna, credetemi, è una delle cose più buone e delicate che io abbia mai mangiato.

Avevo parlato, la settimana scorsa, di come io non fossi una grande fan dell’acqua del mare. Per fare il bagno mi dovevano implorare, di solito, e difficilmente riuscivano a convincermi; in particolare a Cavoli e alla Biodola, invece, mentre lui piantava l’ombrellone io ero già a nuotare stile cagnolino con la testa fuori e gli occhi mezzi chiusi per il sole dritto in faccia. Riuscivo a vedere il fondo senza occhiali, riuscivo a vedere i miei piedi che toccavano e alzavano la sabbia, riuscivo a distinguere i sassolini. Ho messo la maschera per vedere i pesci (snorkeling, lo chiamano, ma io con la maschera ero semplicemente un personaggio di South Park) ma alcuni li ho anche seguiti ad occhio nudo.
Ci ho fatto pace, sì, con il mare.

Non mi sono scottata – era la cosa che mi spaventava di più, dopo il traghetto – ma anzi, mi sono abbronzata tanto per i miei standard, soprattutto le spalle, e finalmente non ho più le occhiaie. Non ho letto tantissimo (Anna Karenina sta bene, sono a duecento pagine; Levin è appena andato in campagna e Karenin ha nasato qualcosa, siamo in un leggero momento di stallo ma Anna non temere, arrivo) e mi sono riposata molto. Ho comprato una cartolina brutta, con un disegno da fumetto anni settanta, e ne ho tralasciata una con un calco della mano di Napoleone. Ho anche sfidato me stessa andando sul pedalò: io, che soffro il mal di mare, mi sono fatta convincere ad andare fin dietro gli scogli per vedere la grotta azzurra di Cavoli. Quando sono scesa avevo lo stomaco sottosopra e la brugna inversa, ma devo ammettere che ne è valsa la pena.
Abbiamo beccato due temporali in spiaggia, uno che ci ha regalato un panorama da Caspar David Friedrich e che ci ha fatto fare la strada fino alla macchina con l’ombrellone aperto come dei naufraghi. Ho mangiato un pesce spada alla griglia che me lo sogno ancora la notte, ma abbiamo anche buttato dei soldi in un postaccio, un ristorante dove non ci volevano neanche fare il caffè perché ipoteticamente la macchina è rotta. Abbiamo parcheggiato una macchina nel canale, perché non trovo soluzioni, mi sono incagnato, e poi abbiamo fatto fatica a tirarla fuori, roba da chiamare quasi il carro attrezzi. Abbiamo trovato per terra a Capoliveri una chiave di una Peugeot e abbiamo ritrovato il legittimo proprietario la sera dopo, che però ha avuto la faccia tosta di prodigarsi in ringraziamenti e grandi giri di parole senza neanche offrirci una birra.

C’è un posto, poi, che forse non è così conosciuto come i grandi centri balneari ma che mi ha decisamente lasciato senza fiato. Forse è per quello che la chiamano La Sorgente: è una spiaggia di ciottoli bianchi, piccola e stretta (quindi decisamente affollata), che si staglia a ridosso di alcuni scogli e che dall’altra parte prosegue prendendo il nome di Spiaggia di Sansone. E’ un piccolo angolo di paradiso, il mare sembra riempito con l’acqua del rubinetto, di quella pura che trovi davvero solo nei sentierini in montagna. Dicono sia il top quando spira lo scirocco ma io non vi so dire molto sulla geografia. So soltanto che quel sabato pomeriggio era come aver davanti un quarto di mondo dischiuso fra le rocce, una caletta che sembrava gridare la sua bellezza in un rigoroso silenzio.

Dell’isola d’Elba mi è piaciuto praticamente tutto. Se proprio devo trovarci un difetto, ho sentito la mancanza di una camminata sul bagnasciuga (però è una cosa di cui posso fare tranquillamente a meno, di solito non mi viene mai voglia quando ne ho la possibilità); all’architetto invece non è piaciuto il fatto di non riuscire a trovare conchiglie. Ma per il resto mi piace l’idea di essere in una caletta, con la collina che ti fa da schienale e il mare che, davanti a te, diventa un poggiapiedi. Mi piace il verde dei boschi, la varietà delle spiagge, e soprattutto mi piace che con un viaggio non troppo lungo, traghetto compreso, io sia già lì.

E poi siamo tornati. Con i capelli da pazza, il sale ancora sulla pelle e il tramonto sul mare che si allontanava. E due conchiglie nella borsa. Sì, alla Sorgente gliele ho trovate, quasi per caso. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Il resto delle foto (e queste, ingrandite) è su Flickr. Meritano. Io ho parlato anche troppo.