Le due facce della medaglia – non è mare senza un libro da leggere (o da tirarti dietro)

Qualche anno fa per la prima volta io e il mio fidanzato abbiamo passato le vacanze al mare completamente da soli. Eravamo nel nostro solito campeggio, che abbiamo abbandonato dopo poco per migrare verso altri lidi, dai quali non ci siamo però mai allontanati con decisione.
Lui non era ancora un architetto fatto e finito ma uno squattrinato studente alle prese con revisioni e progetti in Autocad, la situazione era quindi molto diversa da oggi (prego notare la vena sarcastica, grazie). Io sì, io ero uguale, solo con un briciolo in meno di fiducia in me stessa e con tanta spensieratezza fra i capelli.

Prima di allora eravamo abituati ad andare al mare in compagnia. Amici, i miei fratelli, suo fratello: c’era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, roba che per stare un po’ insieme dovevamo ritagliarci dei momenti fugaci come se fossimo rinchiusi nella casa del Grande Fratello. Di bello, però, c’era che avevamo comunque sempre qualcosa da fare. Non correvamo il rischio di annoiarci. E con me è facile, perché fidatevi, io al mare sono veramente insopportabile.


Per farvi capire, la giornata tipica dell’Architetto è scandita da una routine quasi normale: arriva in siaggia, si mette la crema (mi chiede che crema mettersi, perché ha finalmente capito che se mi ascolta non rischia di scottarsi ogni centimetro esposto del suo corpo), aspetta che arrivi l’ora di fare il bagno cercando di distrarsi – giochiamo a racchettoni? Facciamo un giro nell’acqua? Mi passi la Gazzetta? Mi dai la Settimana Enigmistica? 42 verticale, il nome di Noschese, te che guardi sempre quei programmi di merda, Techetechetè, te lo ricordi? 
Grazie al cielo arriva l’ora del bagno. Entra in acqua, mi dice quaranta volte di andare con lui (a volte acconsento, a volte faccio finta di scrutare l’orizzonte o di non sentire bene quello che dice), poi doccino e asciugatura con le chiappe rivolte verso il sole. Si pranza e poi di nuovo da capo a dodici. Mi passi l’acqua? Giochiamo a bocce? Vuoi un gelato? Dove mangiamo stasera? Fra quanto posso fare il bagno? Ne ho fatti di incubi nella mia vita – me ne ricordo uno di quando ero bambina, c’era Catwoman che voleva stritolarmi con le sue mani ricoperte di latex – ma quella settimana, ve l’assicuro, poteva batterli tutti.

La giornata tipica mia, al mare, è molto semplice. Arrivo in spiaggia, mi metto la crema (non scendo mai sotto la protezione 30, sarò esagerata non c’è niente di peggio di me al mare, scottata e pure incazzata perché con l’eritema mi prude ovunque e non mi posso grattare) e poi mi stendo. Apro la borsa e, tadan, tiro fuori il mio libro.
Ho sempre un libro, al mare – bugia: ne ho sempre fissi due o tre in valigia, e magari se trovo una libreria me ne compro pure un altro. Un anno ho battuto il mio record: in diciannove giorni di mare, mentre gli altri entravano ed uscivano dall’acqua, credo di averne fatti fuori più di una decina. Quell’anno ho fatto il bagno solo tre volte in tutta la vacanza. Sì, avevo qualche problema.

Di recente sono migliorata: ho fatto pace con l’acqua del mare e, più che altro, ho cercato di sforzarmi per venire incontro all’Architetto, che altrimenti si ritrovava da solo a nuotare fra bambini coi braccioli, anziani in modalità risveglio muscolare e coppiette avvinghiate come polipi uno sull’altro.
Durante quella famosa settimana in uno dei suoi tanti bagni solitari aveva stretto amicizia con un giovane papà di colore, nostro vicino di ombrellone, che era in vacanza con i suoi due figli piccoli e la moglie, svizzera. Conversavamo in inglese per approfondire quei pochi argomenti che avevamo in comune (i laghi e le montagne svizzere, le bellezze dell’Italia che avevano appena visitato), e poi io me ne tornavo al mio libro. Tant’è che lui, il vicino di ombrellone, un giorno mi aveva chiesto che cosa studiassi. Literature, gli avevo risposto, per farla breve. E lui aveva detto, con fare quasi sollevato, I knew it! You read all the time! 

Se fossimo stati in un episodio di Sailor Moon mi sarebbe scesa la gocciolina come nei manga giapponesi. Purtroppo è proprio così: io al mare leggo, come un caterpillar, e sono sempre stata troppo pigra per fare una vita da spiaggia particolarmente attiva. Metto il culo sul salviettone e da lì non mi muovo, tranne che per fare pipì o cambiare posizione perché altrimenti mi brucio la schiena. Posso concederti una partita a racchettoni in riva, ma non prima delle sette di sera, quando quasi tutti saranno tornati verso casa a lavarsi e a profumarsi per la cena. E soprattutto perché saremo rimasti io e te e qualche famigliola con il cane, e allora posso anche permettermi di far ballonzolare la mia ciccia mentre ti stendo come se fossimo Nadal e Djokovic che giocano la finale di Wimbledon.

Quest’anno di libro me ne porto solo uno. Gigante. Roba che ci sta nella borsa, sì, ma rischio gli insulti. E rischio una lussazione alla spalla che potrebbe rivelarsi ancora più ridicola della mia amica Lucia che l’anno scorso si è rotta un braccio trascinata via da un’onda.
E’ una sfida, ho sentito il richiamo del mondo russo e ho dovuto rispondere a gran voce. Eccomi, Lev, prendimi, sono tutta tua.

Anna Karenina

Incomincerò Anna Karenina. Mia nonna direbbe che è un po’ come andare in ospedale, che sai quando ci entri e non sai mai quando ci esci, ma noi ci proviamo lo stesso.
Mi vergogno per non averlo mai fatto prima – ci sono tanti classici che ho snobbato per tanto, troppo, tempo, perché ero concentrata sul loro aspetto formale e non mi riusciva proprio di leggerli per piacere – e lancio un invito, a chi non lo avesse mai preso in mano, perché lo incominci con me. Credo che sia come i telefilm, che non c’è gusto se non li puoi commentare con nessuno. Io sto aspettando un pen friend come alle scuole medie, ma tanto so già come andrà a finire: mentre lui, dopo il doccino, si asciugherà le chiappe guardando il sole, sarà costretto a sentirmi ciarlare su Anna Karenina con un vago accento russo, che nella mia testa farà tanto spia del KGB in incognito ma nella realtà sarà molto più simile a quello della badante del signore del piano di sopra.

Ho dimenticato di dire una cosa. Anche quest’anno in vacanza (tranne che per coincidenze e congiunture astrali che magari prossimamente racconterò) siamo quasi sempre da soli.
Però di libro ne ho portato solo uno, sono migliorata, no?