Valigia.doc e tre cose che mi fanno così tanto estate

Lungi da me dall’essere una fashion blogger. Non so nemmeno cosa sia, una fashion blogger.
Di solito mi vesto un po’ a caso, soprattutto se devo andare dall’Architetto dopo cena giusto per due chiacchiere e due bacini, e mi stupisco anche di come in realtà io possa riscuotere successo. A volte preferirei arrotolarmi dello scotch addosso e lanciarmi dentro l’armadio, così da mischiare i capi senza un minimo di cognizione, e invece no, bisogna pure sforzarsi e trovare l’ispirazione per vestirsi.
Con la mia fisicità, più simile a quella di una russa che partecipa alle olimpiadi nel lancio del martello che ad una ballerina, non posso di certo permettermi abiti aderenti o pantaloncini girochiappa che andrebbero bene solo nel tragitto spiaggia-casa del mare.. Anche se in realtà c’è molta gente che se ne frega: soprattutto ora che vanno di moda i leggings, vedo dei prosciutti avvolti in tessuto nero (o tessuto fiorato, o tessuto di qualsiasi colore e fattura) che vanno in giro sciabattando anche con una certa fierezza, e devo dire che lì per lì mi scatta l’invidia. Invidia non per i loro prosciutti – a salumeria stiamo a posto anche qui, grazie – ma per la spavalderia con cui indossano dei pantaloncini più corti del mio pigiama, o delle gonne a vita alta che rendono i loro fianchi ancora più larghi di quanto lo siano in realtà. Io, conciata in quel modo, non riuscirei neanche a fare un passo oltre il mio armadio senza sentirmi una mongolfiera incastrata fra due montagne. Loro invece sono comode, fresche, e probabilmente se ne sbattono. E mi rendo conto che a sbagliare sono io, ovviamente.

Sto facendo la valigia per andare al mare (presto i dettagli) – io odio fare la valigia, va a finire che ci metto dentro un sacco di vestiti inutili e che non mi riesco ad organizzare perché non trovo niente da combinare insieme. Forse questa volta andiamo meglio, perché ho rimesso a posto il mio armadio dopo secoli (era veramente in uno stato pietoso, c’erano vestiti che non avevano più visto la luce dopo i primi anni del liceo.. via via, ho buttato tutto) e sono riemerse cose che credevo di aver perso. E’ incredibile come io, nonostante ritenga di vestirmi a caso, sia riuscita in qualche anno ad accumulare dei capi così belli. E ad accumularne così tanti, roba che mentre li sistemavo pensavo veramente che l’armadio mi crollasse addosso da un momento all’altro.
La cosa brutta sapete qual è? Che adesso, quando vado a fare shopping, sento i miei vestiti che da casa mi chiamano. Sento l’eco. Ne hai abbastanza, anza, anza, anza. Smettila, ettila, ettila.

Prima di mettere le cose fisicamente dentro la borsa, ho fatto la valigia su Word. Ho stilato una lista di cose che mi voglio portare, cercando di ottimizzare gli accessori (poche scarpe, solo una borsa che vada bene con tutto) e di non mischiare troppi colori.
Dopo aver salvato il file mi sentivo intelligente quasi come se fossi stata io a scoprire il bosone di Higgs. E devo dire che non ho fatto una cagata: il metodo valigia.doc funziona. Ci avrei inserito il mondo, ma poi sapientemente mi accorgevo di quanto fosse inutile certa roba e cancellavo, senza timore. Ci sono tre cose, però, che hanno superate le innumerevoli revisioni. TRE COSE CHE MI FANNO COSI’ TANTO ESTATE (a parte lo zampirone anti zanzare, il parasole da mettere sopra al cruscotto della macchina e il rumore delle cicale):

Cappelli e scarpe imbarazzanti

1. LE SCARPE IMBARAZZANTI. Avevo già parlato delle Birkenstock l’anno scorso, dicendo che sì, sono bruttine ma per me sono anche comode come avere delle carezze sotto l’arco naturale del piede (adesso poi che le fashion blogger, quelle serie, hanno sdoganato le Arizona stiamo freschi.. ci sarà l’invasione delle ciabatte da frate in ogni spigolo, che io personalmente tollero solo per scendere il cane che lo piscio o per andare a buttare la spazzatura quando davvero non c’è in giro un cane, neanche per scenderlo che lo piscio).
Quest’anno, fortunelli voi che ascoltate, vi propongo le minorchine, non propriamente anatomiche e ortopediche come le mie amiche Birky ma ugualmente giudicate di cattivo gusto. Secondo me nella mia città le portiamo solo io e qualche bambina, a cui comunque crescerà il piede e che quindi userà solo fino al primo giorno d’asilo a settembre. E’ che secondo me sono simpatiche. Non sono ballerine, non sono ciabatte, non sono tacchi: a quanto pare sono le scarpe tradizionali dell’isola di Minorca, originariamente ricavate da vecchi copertoni in gomma (per il sotto) e poi rifinite in cuoio e pelle. O non so, insomma, non so neanche riconoscere la plastica dalla stoffa, non sono brava a descrivere le cose.
Se non vi piacciono, pazienza. Io le ho da una decina d’anni, regalo di amici al ritorno da un viaggio proprio in quelle zone. Sono della marca Castell, nel caso servisse, e se non fosse per qualche graffietto sulla pelle davanti, sarebbero ancora perfette. Le vorrei comprare anche blu o nere. L’architetto sa già dove prenotare l’anno prossimo la vacanza, insomma.

2. IL CAPPELLO DI PAGLIA. La mia mania dei cappelli ha radici antiche. Più o meno in ogni località di mare lasciavo giù i miei cinque o dieci euro alla signora del negozio per comprarmene uno che poi, puntualmente, rischiavo di perdere al primo boffo di vento. Se avessi un altro carattere li metterei anche in città (e anche in occasioni speciali come matrimoni ed eventi), e non escludo di poterci arrivare, un giorno. Ho anche un debole per i foulard da legare sulla testa e lasciare morbidi sulle spalle, molto anni sessanta, ma sarei capace anche di metterli tipo Baronessa Schroeder di Tutti insieme appassionatamente, perciò non faccio testo.
Nel mettere a posto l’armadio ho trovato un paio di cappelli tutti accartocciati e mezzi rotti, colpa mia che non li ho tenuti in forma, e a malincuore li ho dovuti buttare. Alla fiera della mia città ne ho comprato un altro, bianco, tipo panama. Neanche a dirlo, nel mio valigia.doc è al primo posto.

Croccante Algida

3. IL CROCCANTE. C’è qualcosa di più buono del Croccante, in estate? E non ditemi il Winner Taco, che quello l’hanno rifatto da poco e ci han fatto penare, tanto che ci eravamo dimenticati pure il gusto. Il croccante è eterno, l’Algida manco ci pensa a toglierlo dalla produzione perché teme azioni sindacali e persone incatenate ai cancelli e suicidi e minacce e teste di maiale recapitate alla ditta. O no?! Algida, se mi leggi, avvisami per tempo, perché prima di toglierlo dal commercio stai serena che te ne ordino un bancale.

Ho chiuso la borsa, e incredibilmente non ho dovuto sedermi sopra alla valigia per farci stare tutto.
Il croccante l’ho mangiato nel frattempo. Tranqui, quando arrivo lo compro là.

L’illustrazione è di Carol Rossetti (il file l’ho trovato su Google)